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Marco Michelini | 9 ottobre 2010

Il professore se ne stava disteso sul letto, immobile, ad ascol­tare il ticchettio della pen­dola nel corridoio. In realtà di rumori ce n’erano molti altri. Per lo più rumori di vecchi oro­logi, disseminati un po’ ovunque per la casa; ma anche il rumore che proveniva dal­l’appartamento del piano di sopra, ove la padrona di casa, proba­bilmente, terminava di ac­cudire alle proprie faccende. Il rumore della pendola, però, li sovrastava tutti. Aveva prova­to ad analizzar­lo, perché quel ticchettio gli penetrava sotto la pelle, infondendogli un senso di disagio e di angoscia che aveva già provato, anche se non riusciva a ricordarne l’occasione.

Ma perché occuparsi di problemi del genere? Voleva dormire. Era inutile tentare di ri­cordare tutti i luoghi sparsi per il mondo ove gli era capitato di sentire il ticchettio di una pendola. Il rumore non era mai lo stesso. E va bene! Non aveva che da dormirci sopra. Dopo cena aveva bevuto due dita di whisky e, nelle sue condizioni di salute, questo era suf­ficiente a farlo sprofondare in un sonno di piombo. Del resto, non s’era addormentato subi­to, non appena an­dato a letto? Un rumore proveniente dalla finestra lo aveva disturba­to, ri­chiamando la sua attenzione: era lo stormir delle foglie, sugli alberi attorno alla casa.

In linea di massima, l’insieme dei rumori circostanti gli ricor­dava quello dell’ospedale militare dove era morto suo figlio Paolo. Solo che là non c’era il ticchettio snervante di una pendola, né di al­cun altro orologio. Le pareti di calce bianca erano ruvide e spoglie, e ruvida e spoglia era anche la bara ove era stato composto il ragaz­zo: la guerra compensa così i suoi eroi. Il professore lo sapeva: per tre anni, durante la grande guerra, aveva camminato nel fango di una trincea, fra il tuono dei cannoni e le raffiche delle mi­traglie, con la sola speran­za di portare a casa la pelle. Si era ritrovato un fucile fra le mani, senza sapere perché. Nemmeno i suoi compagni sape­vano. Alcuni dicevano che bisognava fare l’Italia, altri cita­vano vuoti e ritriti slogan di libertà: ma era proprio necessario uccidere o mori­re per questo? Se lo era chiesto spesso, quando i colpi di cannone si facevano più intensi e la paura lo rag­gelava, facendogli tremare le gambe. Alla fine di ogni attacco, le trincee erano disseminate di morti. Ad uno ad uno, aveva visto cadere molti dei suoi com­pagni: alcuni colpiti da una palla in fronte; altri orribilmente dilaniati dalle schegge di una granata; altri ancora irrigiditi ginoc­chioni contro i reticolati, con il sangue che colava dalla bocca e dagli occhi: pare­vano tanti Gesù coronati di spine. Lui era stato più fortunato; ci aveva lasciato soltanto un occhio, in quell’inferno di fango e di filo spinato: il prezzo che aveva pagato per tornare a casa. Ma a tutti quei ragazzi, come a Paolo del resto, la gioia di un ritorno era stata negata; né vi sarebbe stato mai un ritorno. Senza la guerra, suo fi­glio e tutti quei giovani si sarebbero sposati, avrebbero avuto a loro volta dei figli, avrebbero tro­vato un lavoro e sarebbero diventati dei galantuomini. Ma la guerra li aveva tolti al paese e strappati alle famiglie, li aveva trasformati in brutali assassini e poi li aveva am­mazzati. Di loro non restava che una lapide, qualche croce senza nome, e forse il ricordo di quegli oc­chi, smarriti ed attoniti, che certo non sape­van perché.

Si rigirò nel letto, pesantemente. Come lui, anche l’altro suo figlio, Davide, aveva stentato ad addormentarsi. Era a letto, nella camera accanto, proprio contro il muro, così vi­cino che il professo­re aveva l’impressione di sentirlo respirare. E questo lo infastidiva, perché rigirandosi nel suo dormiveglia, gli capitava spesso di urtare con il gomito contro quella pare­te, e temeva che quei colpi improv­visi gli dessero noia. Senza dubbio aveva in­dugiato molto, prima di coricarsi. Cosa diamine aveva potuto fare? Sua moglie dormiva già da un pezzo. Il silenzio a volte era così profondo in quella stanza, che il professore si era domandato se suo figlio non stesse scrivendo qualche cosa; anche perché quella non era più la stagione in cui ci si poteva affacciare alla finestra, a prendere il fresco. Davide, quella sera, aveva bevuto molto. Era solo perché gli piaceva, o perché qualche cosa dentro di lui non gli aveva permes­so di farne a meno? Comunque il brandy lo soddisfava: ne aveva be­vuto quasi una bot­tiglia. Ma non tracannava il liquore d’un fiato, come fanno i bevitori in­calliti; lo sorseggiava lenta­mente, tenendo la coppa nel palmo della mano, mentre lo stelo si insinuava tra il medio e l’anulare. Era un piacere osservarlo. Ad un tratto il professore aveva sentito i passi scalzi del figlio sul pavimento. Ma perché si era alzato? Stava forse per venirlo a trovare? La cosa non era affatto impossibile: Davide aveva molta considera­zione per lui, al contrario di sua nuora che lo disprezzava. Magari voleva chiedergli un consiglio. Il professore, nel pensiero, si era preparato ad indossare in tutta fretta la vestaglia che aveva lasciato cadere a terra, sullo scendiletto. Ma non era ve­nuto nessuno. S’era senti­to, invece, il rumore di un bicchiere. Forse Davide aveva sete, oppure, più probabilmente, aveva preso qualche compressa per dormire.

La pendola, imperterrita, scandiva inesorabilmente lo scorrer del tempo. A proposito, c’era una pendola anche nel corridoio della clinica dove lo avevano portato dopo la di­sgra­zia. Non ricordava esat­tamente cosa fosse accaduto. Era una fredda mattina d’inverno. C’era vento e la sciarpa che aveva attorno al collo svolazzava da tutte le parti. Si era ferma­to un istante, per aggiustarla meglio sotto il cappotto. Tutto il resto era successo in un lampo: uno stridore di freni, voci concitate e confuse, visi sconosciuti attorno a lui che lo fissavano con aria attonita o curiosa. Lo avevano caricato in fretta sul sedile posteriore di un’automobile; accanto gli si era seduta una giovane donna: viso dolce, occhi chiari, narici affilate. Il profes­sore aveva pensato che sarebbe spirato tra le braccia di quella ragazza sco­nosciuta che, di tanto in tanto, chinava il capo sul suo viso per assicurarsi che respirasse ancora. E tutto ciò non aveva niente di atroce, di straziante. Anzi, aveva provato un mo­mento di esaltazio­ne al pensiero che la sua scomparsa sarebbe stata pulita, avrebbe persino cancellato l’amarezza di lasciare tante cose belle e forse delle speranze. Ad un tratto, la ra­gazza aveva messo la pro­pria mano sulla sua: era una mano piccola e calda. O erano ghiacciate le sue mani? Quando andava a caccia, gli era capitato spesso di avere tra i piedi degli uccelli morenti e li aveva guardati con indicibile curiosità respirare l’ultima boccata d’aria, strapparsi alla vita con un fremito freddoloso: come doveva essere freddo l’altro mondo! Quello era stato il suo ultimo pensiero cosciente. Non rammentava nulla di ciò che era successo in seguito; conservava soltanto qualche percezione confusa: il velo bianco di una suora, lo stetoscopio di un medi­co, il mormorio sommesso e lontano di alcune voci ignote, l’odore pene­trante dell’etere e dell’alcool mischiati insieme. Nient’altro. Proba­bil­mente era svenuto. Quando aveva ripreso i sensi si era ritrovato in una cameretta luminosa e pulita. Accanto al suo letto c’erano la mo­glie ed il figlio. Dov’era finita la ragazza dell’automobile? Esiste­va realmente o l’aveva solo sognata?! Davide passeggiava avanti e indietro per la stanza, come un leone in gabbia. Era preoccupato; lo si capiva dalle fre­quenti occhiate furtive che lanciava verso di lui. Anche sua moglie Marta era preoccupata e con la mano tremula e scarna gli accarezzava di continuo la fronte, i capelli. Il professore avrebbe voluto parlare, dire qualcosa per rassicurarli entrambi. Ma la sua bocca era secca, impastata, e dalla gola non gli erano usciti che pochi mugolii inarticolati, senza senso. Da­vide si era fermato ai piedi del letto, ritto ed immobile come un basilisco, e lui aveva soc­chiuso gli occhi, sorridendo debolmente, come per comunicargli che andava tutto bene. Ed effettivamente il suo animo era strana­mente tranquillo, come se si sentisse protetto da quelle quattro pa­reti bianche, dalle coperte di lana beige che lo fasciava­no fin sotto il mento. La morte, in quell’istante, gli sembrava irrimediabilmente lontana, quasi inesistente. E questo lo rendeva un po’ triste. In un certo qual modo si sentiva defrau­dato. Poco prima, tra le braccia di quella ragazza sconosciuta, si era abbandonato con piace­re all’idea di una morte improvvisa, secca, senza sbavature, e quando ormai aveva sentito l’eternità vicina, a portata di mano, un destino incon­gruo lo restituiva rapidamente alla realtà, irta di nuovi pericoli e di nuove incertezze. La porta della stanza si era aperta di colpo, senza grazia, ed un giovane medico, avvolto in un lungo camice bianco, era comparso sulla soglia.

«Ha reagito abbastanza bene e le condizioni generali non de­stano troppe preoccupa­zioni» aveva detto scandendo lentamente le parole, senza tono. «Non ci dovrebbero essere fratture del cranio, ma probabilmente ha riportato alla colonna vertebrale delle lesioni irre­versibi­li. Comunque, lo sapremo solo nel pomeriggio, dopo le radiografie. Nient’altro, salvo certamente contusioni interne, una caviglia slogata e la clavicola rotta.»

Marta guardava nel vuoto e Davide le si era messo accanto, cingendole con un brac­cio le spalle, quasi a proteggerla. Da che cosa poi? Si era chiesto il professore, un po’ stupi­to. Le parole del medi­co, che a dire il vero aveva ascoltato distrattamente, non gli erano parse al­larmanti. In fondo aveva soltanto una clavicola rotta e, forse, qualche lesione alla colonna vertebrale: ci voleva altro per fiaccare una fibra forte come la sua! Ma quando al­cuni giorni dopo ebbe finalmente compreso che quelle lesioni gli avrebbero impedito per sempre di camminare, era stato come se il mondo gli crollasse addosso; ed allora, veramen­te, aveva in­vocato la morte come una liberazione. Non ci si vedeva proprio condannato per il resto della vita su una sedia a rotelle, e solo l’amore di Marta aveva saputo dargli la forza ed il coraggio per andare avanti.

Qualcosa sbatté debolmente contro i vetri della finestra, fa­cendo deviare bruscamente il corso dei suoi pensieri. Probabilmente si trattava di qualche foglia morta, che il vento della notte aveva staccato dai rami intirizziti degli alberi circostanti. E fu allora che, im­provvisa­mente, una strana sensazioni di disfacimento si impa­dronì di lui. Si rese conto che la sua soli­tudine richiedeva vigilanza e protezione. La pace di cui in quegli ultimi anni aveva cercato di cir­condarsi scricchiolava e faceva acqua da tutte le parti. I ricordi, come nemici in agguato, invadevano pian piano il calmo giardino dove egli tentava di coltivare quei fiori preziosi che hanno nome ri­nuncia, distacco. Doveva difendersi o fare in modo di mettere ordi­ne in quel disastro, altrimenti i molti elementi di quella vita ritirata che si era poco a poco costruito gli sarebbero apparsi nella loro vera luce, nauseandolo: nausea delle brioche che mangiava ogni matti­na, orrore della coperta a fiori sul suo letto, disgusto per le riprodu­zioni dei quadri di Renoir e di Degas appese alle pareti dello studio­lo dove leggeva ed ascoltava la musica, an­goscia per quell’inverno incipiente che spogliava gli alberi dell’oro e lasciava in piedi i tron­chi calcinati, stanchezza di tutto, di tutto… Allungato nel suo letto, con gli occhi aperti sulla notte, il professore fu preso da una disperazio­ne lanci­nante. Non ce l’aveva con Davide, troppo occupato ed im­merso nei suoi problemi per po­tergli dedicare un po’ di tempo; e non ce l’aveva neppure con sua nuora, che lo sopportava a malape­na e non si faceva scrupolo, in ogni occasione, di mostrargli il suo disprezzo. Ce l’aveva con la vita, con il tempo, ch’era passato sopra di lui senza concedergli il dono di dimenticare.

Aveva caldo, e gli sarebbe piaciuto aprire la finestra. Il tic­chettio della pendola si fa­ceva sempre più snervante. Ormai era di­ventata una mania quella di ascoltare i rumori della casa. Gli parve di udire un fruscio di passi sopra la sua testa, che si dirigevano verso il fondo del corridoio. Senza convinzione tentò di identificar­ne il proprietario; ma poco dopo si ad­dormentò di un sonno non tanto pesante da cancellare completamente i suoi pensieri, ma ab­ba­stanza da deformarli. Entrò in uno stato di dormiveglia, popolato di figure antiche e recen­ti. Per lo più si trattava di immagini della sua giovinezza, immagini sparse, svuotate di ogni senso attivo, non ri­conducibili a fatti o momenti precisi: la piazzetta dove giocava con i com­pagni di scuola, il Cristo dell’altar maggiore, i dolcetti appena sfornati da sua madre, la giacca a quadri del padre appesa dietro l’uscio di casa, le trecce bionde di Marta ancora bambina e la sua piccola bocca corrucciata, segnata in un angolo da un baffo di mo­starda.

Il solo ricordo di Marta incrinò il suo debole sonno e subito riemerse alla realtà ripe­tendo «Marta, Marta»; ma lei non c’era in quella camera muta dove la finestra più pallida, con riflessi argentei, si staccava dalla notte. Una melodia dolcissima sorse allora dai più pro­fondi meandri della sua mente, fino ad invaderla tutta. Si tratta­va di una sonata di Schubert o di qualcosa di Chopin? Non ricorda­va. Era, del resto, un melomane tardivo, ed il suo orec­chio aveva avuto bisogno di educazione. A forza di ripetizioni, aveva scoperto nella musica l’eco di molti sentimenti confusi che lo agitavano. Que­sta eco lo raggiungeva spesso con una violenza inattesa. A volte lo feriva, altre lo entusiasmava, e provava una sensazione deliziosa a non poterla tenere prigioniera in sé. Un poco più d’orecchio gli avrebbe permesso di ripe­tere nella sua testa certe frasi musicali che lo colpivano fino a la­sciargli i nervi allo scoperto. Questa incapacità a trattenere la musica, a lasciarla cantare come lasciava cantare in sé i versi di Racine, di Dante, di Petrarca, di Shakespeare, di Rimbaud o di Apollinaire, gliel’aveva sempre fatta considerare come un’arte inafferrabile, che sopporta solo la libertà. Non ri­usciva a metterla in gabbia, doveva lasciarla diluire nell’aria, dal che, forse, l’impres­sione d’angoscia davanti all’infinito che aveva provato tanti anni prima fino alla vertigine al teatro all’aperto dei giardini del Vittoriale, una notte d’estate durante l’audizione di un concerto di Mozart ese­guito dall’orchestra della Scala. Nell’architettura complicata di una sinfonia, il professore distingueva semplici particolari, capaci di cap­tare la sua attenzione a detrimento dell’insieme; particolari che face­vano de­viare il suo sogno, perché con note isolate esprime­vano gioie e dolori che le parole avreb­bero circondato di tratti e di con­torni troppo precisi. La sua stessa ignoranza gli permetteva di ascol­tare con uguale felicità certe grandiose medi­tazioni di Beethoven nelle sue sinfonie o gli affascinanti lamenti di Schubert, la sua ma­lin­conia così nuda, così fragile, di cuore indifeso di fronte alla vita. Là dove Marta, finissima amante della musica, sapeva gustare la bellezza e l’armonia di un insieme, egli spauriva di fronte alla sem­plice realtà di non poter comprendere che poche frasi; frasi che, tut­tavia, avrebbe potuto ascoltare centomila volte senza stancarsi mai, né riuscire mai a saziarsene. Così era stato anche per quella sonata che ormai gli riempiva la testa. Era la preferita di Marta; e lui ricor­dava perfettamente la moglie seduta al pianoforte, il busto chino in avanti, la testa inclinata, mentre le mani eseguivano agilmente gli accordi. Il suo profilo regolare esprimeva, in quei momenti, una concentra­zione intensa, un distacco totale da tutto ciò che esulava dal pezzo che stava eseguendo. Era una vera artista e in lei era sem­pre presente una volontà tesa verso la perfezione. Se solo avesse voluto, avrebbe potuto avere una carriera luminosa, costellata di successi e di applausi; ma lei vi aveva rinunciato, senza rimpianti, preferendo il ruolo di madre e di moglie a quello di grande pianista. E lo aveva interpretato a meraviglia: in più di qua­rant’anni di convi­venza, mai una sbavatura, mai un’incrinatura, aveva turbato il tran­quillo fluire dei loro rapporti. Con lei tutto pareva semplice, natura­le, persino la realtà di ogni giorno con le sue supreme inavvertenze o crudeltà. Il professore non riusciva a rammentare un solo momen­to di scoramento o di dolore che Marta non fosse ri­uscita a ridurre alle giu­ste proporzioni. La loro era la comunione di due anime, e per com­prendersi non avevano bisogno di formulare discorsi: ba­stava uno sguardo, un’occhiata o al massimo qualche pa­rola, lasciata cadere di tanto in tanto, che esprimeva, con dovizia di si­gnificati, una gamma infinita di sentimenti, l’eco sorda di un piacere confuso, una tenerezza vaga che – chissà da dove – ogni giorno sorgeva sem­pre e sempre nuova. Il loro amore era cresciuto alla scuola dei si­lenzi e dei sottintesi, e tale s’era mantenuto sino alla fine; fino al giorno in cui, mentre ascoltava un capriccio di Paganini, Marta s’era addormentata insensi­bilmente, per non ri­destarsi più. Se ne era an­data in silenzio, come in silenzio era vissuta; quasi in punta di piedi, per non disturbare, immersa in un suo microcosmo di bellezza e di armonia, destina­to ad acquistare in quel modo una dignità universa­le. Di fronte ad un simile evento, il pro­fessore, colto di sorpresa, era rimasto disorientato: gli era impossibile concepire la sua vita senza Marta. Ma nel medesimo tempo, come si poteva non accettare una simile morte, quella morte pulita ch’egli stesso aveva desiderato per sé tante volte? E, paradossal­mente, era stato proprio questo pensie­ro a dargli la forza per superare il dolore.

Si addormentò poco a poco, con nella mente il ricordo di Marta e sulle labbra il sapo­re dei suoi baci. I colori della vita sbiadi­rono ed il sogno incominciò ad impadronirsi di lui. Gli sembrava di avanzare in una penombra grigiastra che strozzava le voci, asciuga­va i pianti. Improvvisamente, rivide un bel paesaggio che tanti anni prima aveva ammirato dalla cima di un colle dell’Abruzzo. Era lassù, appoggiato ad un parapetto che dominava le montagne nude di un bruno rossastro e le vallate convergenti verso una conca, dove ripo­sava un vil­laggio bianco dai tetti di tegole. Marta era accanto a lui, cosa che lo sorprese molto, poiché conservava allo stesso tempo il ricordo esatto che lei non lo aveva accompa­gnato in quel viaggio. Eppure era là ed indicava con il dito una casa, ripetendogli quasi os­sessivamente:

«È là che sta! È là che sta!»

Con un balzo il professore scavalcò il parapetto e volò via, at­tento ai venti che lo por­tavano, ai vuoti d’aria che evitava, per non andare ad infilzarsi sugli aghi rocciosi di una montagna vulcanica. La voce lontana di Marta gli gridava di stare attento, di scendere a spi­rale verso il villaggio e la casa; ma lui si inebriava di quella pa­dronanza che non era nuova, che aveva già sperimentato altre notti, parecchie volte, in circostanze che ricordava male. Sapeva volare. Nulla lo avrebbe arrestato e, senza alcuna fretta di recarsi nel luogo indicato da Marta, gustava pienamente quella felicità, giocando con le correnti ascendenti e discen­denti, sfiorando le cime dei monti o riprendendo quota, benché soggetto alla vertigi­ne. Infine atterrò in una stradina fangosa e piena di buche, costeggiata da povere case im­biancate a calce. Sulla soglia di ogni casa vi era una vecchietta, vestita ed incappucciata di nero, intenta a filare la lana. Dalla cima del colle, Marta, che era un punto minuscolo su uno sfondo di cu­moli rosati dal sole del tramonto, ma la cui voce era ripercossa, amplifica­ta successivamente dall’eco di ogni valle, e gli perveniva netta, metallica, seguita da una ripetizione come per fargli capire meglio quello che non avesse compreso, Marta gli disse di risalire la strada, ché in breve tempo avrebbe trovato la casa da lei indicata. Percorse la via in mezzo ad un mor­morio di vecchie voci cupe, per­ché tutte le donne, sedute su seg­giolini pieghevoli, parlavano a quelle che stavano loro di fronte senza alzare il tono della voce, né la testa dal lavoro, come fanno da una scrivania all’altra le impiegate di certi uffi­ci. Marta aveva ragione; la casa era più in alto e un poco sulla destra, e si differenziava dalle altre sia per la sua pulizia, sia per i vasi di gerani rosa ch’erano posati sui balconi delle finestre. Sulla soglia non c’era alcuna donna a filare la lana; ma quando si fermò sullo spiazzo antistante la casa, apparve nel ri­quadro della porta una figura a lui fin troppo nota: era sua madre, con addosso il vestito buono della messa e i lunghi capelli raccolti dietro la nuca, fermati da un pettine di tartaruga.

«Tuo padre e Paolo se ne sono già andati» disse lentamente. «Non hanno potuto at­tenderti più a lungo. Avresti dovuto affrettar­ti, invece di perdere tempo volando sopra di noi.»

«Dove sono andati?» chiese il professore con un’accoratezza ed un disappunto che gli parvero strani, fuori luogo.

«Oh, laggiù… Vedi quel sentiero che sprofonda nella valle, in mezzo a due siepi di biancospino?»

«Sì.»

«Ecco, li troverai alla fine di quel sentiero. Non puoi sbaglia­re: c’è soltanto quello.»

La madre pareva godere del suo disappunto ed uno strano sorri­so le deformava la bocca.

«Vacci subito» aggiunse. «Li raggiungerai di certo, visto che sai volare così bene.»

Il professore tentò inutilmente di alzarsi ancora in volo. Il suo corpo pesava enorme­mente, forse una tonnellata, e non poteva più nemmeno alzare un piede, nonostante facesse uno sforzo enorme, che lo fece risvegliare di colpo con la fronte madida di sudore. Cercò di ricordare dov’era, di individuare i contorni della propria stanza, mentre continuavano a dan­zargli nella mente le ultime paro­le un poco ironiche della madre. Il suo corpo pesava ancora in ma­niera intollerabile, e gli parve che non avrebbe più potuto spostarsi dalla posi­zione in cui si trovava, che la forza per farlo gli sarebbe mancata. Fu allora che lo colsero i primi spa­smi. Ma conosceva troppo bene quel dolore, per preoccuparsene. A volte lo aveva in­chioda­to nel letto per ore, altre lo aveva semplicemente sfiorato, la­sciandogli, unico se­gno del proprio passaggio, la bocca impastata ed i nervi spossati. Con un goccio d’acqua ingoiò due delle compresse che teneva sempre a portata di mano, sul comodino. Poi si di­stese nuova­mente nel letto, immobile, le braccia incrociate sul petto come un faraone nel suo sarcofago, e una lampada da capezzale accesa per non perdersi nulla di ciò che lo cir­condava, della di­storsione inflitta a quel piccolo pezzo di universo che gli rimaneva: la co­perta a fiori, la spal­liera d’ottone del letto, uno scaffale agganciato alla parete che sotto il peso dei libri pendeva un poco a destra, una ripro­duzione male incorniciata della “Vergine con Bambino” di Leo­nar­do. Il resto era notte, soltanto notte. Com’era diverso tutto questo da ciò che aveva sem­pre sognato: morire di una morte ordinata, in un paesaggio di bellezza e di luce. Tutto, inve­ce, attorno a lui era di un orrore, di una banalità raggelante; e per di più, se si fosse potuto af­facciare alla finestra, non avrebbe visto che il giardino desolato dal­l’avanzar dell’inverno, gli alberi rosi e logorati, le forme grottesche delle ortensie in­cappucciate con il nylon da sua nuora. Improvvisa­mente gli spasmi si fecero più acuti. Per un istante il professore pensò di chiamare il figlio, ma desistette subito. Quello sforzo avrebbe potuto essere di troppo; anzi, gli parve che il silenzio e l’immobilità, la sofferenza sopportata in sé e per sé, fossero l’unica speranza di salvezza che gli restava. Nella mente gli passavano e ri­passavano le immagini, le impressioni di quegli ultimi anni, l’indifferenza, l’assenza stessa di curiosità con cui aveva accettato la mono­tonia della propria quotidianità e la sua probabile fine. Facendo uno sforzo, cercò di ricondurre la propria mente ad occuparsi della realtà circostante. Dalla finestra fil­trava un soffio d’aria gelida; per­ciò tirò il lenzuolo e le coperte fin sotto il mento, come a na­scon­dersi in un boz­zolo che gli lasciava scoperto solo il viso e che, d’un tratto, gli ricordò tutte le malattie dell’infanzia, il tenero gesto di sua madre che gli rincalzava il letto. Ma non poté abbando­narsi a lungo a quei ricordi: la mano implacabile che gli stritolava il cuore e le ar­terie ormai non gli dava più alcuna tregua. Gli venne allora il desi­derio ardente di essere vegliato da sua madre e che la sua mano tiepida gli si posasse sulla fronte per proteggerlo dalla corren­te d’aria che invadeva tutta la stanza, inesorabilmente. Dunque, era davvero tanto freddo l’altro mondo?!

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