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Marco Michelini | 2 ottobre 2011

[1] Locutus est mecum amicus tuus bonae indolis, in quo quantum esset animi, quantum ingenii, quantum iam etiam profectus, sermo primus ostendit. Dedit nobis gustum, ad quem respondebit; non enim ex praeparato locutus est, sed subito deprehensus. Ubi se colligebat, verecundiam, bonum in adulescente signum, vix potuit excutere; adeo illi ex alto suffusus est rubor. Hic illum, quantum suspicor, etiam cum se confirmaverit et omnibus vitiis exuerit, sapientem quoque sequetur. Nulla enim sapientia naturalia corporis aut animi vitia ponuntur: quidquid infixum et ingenitum est lenitur arte, non vincitur.

[2] Quibusdam etiam constantissimis in conspectu populi sudor erumpit non aliter quam fatigatis et aestuantibus solet, quibusdam tremunt genua dicturis, quorundam dentes colliduntur, lingua titubat, labra concurrunt: haec nec disciplina nec usus umquam excutit, sed natura vim suam exercet et illo vitio sui etiam robustissimos admonet.

[3] Inter haec esse et ruborem scio, qui gravissimis quoque viris subitus affunditur. Magis quidem in iuvenibus apparet, quibus et plus caloris est et tenera frons; nihilominus et veteranos et senes tangit. Quidam numquam magis quam cum erubuerint timendi sunt, quasi omnem verecundiam effuderint; [4] Sulla tunc erat violentissimus cum faciem eius sanguis invaserat. Nihil erat mollius ore Pompei; numquam non coram pluribus rubuit, utique in contionibus. Fabianum, cum in senatum testis esset inductus, erubuisse memini, et hic illum mire pudor decuit.

[5] Non accidit hoc ab infirmitate mentis sed a novitate rei, quae inexercitatos, etiam si non concutit, movet naturali in hoc facilitate corporis pronos; nam ut quidam boni sanguinis sunt, ita quidam incitati et mobilis et cito in os prodeuntis.

[6] Haec, ut dixi, nulla sapientia abigit: alioquin haberet rerum naturam sub imperio, si omnia eraderet vitia. Quaecumque attribuit condicio nascendi et corporis temperatura, cum multum se diuque animus composuerit, haerebunt; nihil horum vetari potest, non magis quam accersi.

[7] Artifices scaenici, qui imitantur affectus, qui metum et trepidationem exprimunt, qui tristitiam repraesentant, hoc indicio imitantur verecundiam. Deiciunt enim vultum, verba summittunt, figunt in terram oculos et deprimunt: ruborem sibi exprimere non possunt; nec prohibetur hic nec adducitur. Nihil adversus haec sapientia promittit, nihil proficit: sui iuris sunt, iniussa veniunt, iniussa discedunt.

[8] Iam clausulam epistula poscit. Accipe, et quidem utilem ac salutarem, quam te affigere animo volo: ‘aliquis vir bonus nobis diligendus est ac semper ante oculos habendus, ut sic tamquam illo spectante vivamus et omnia tamquam illo vidente faciamus’.

[9] Hoc, mi Lucili, Epicurus praecepit; custodem nobis et paedagogum dedit, nec immerito: magna pars peccatorum tollitur, si peccaturis testis assistit. Aliquem habeat animus quem vereatur, cuius auctoritate etiam secretum suum sanctius faciat. O felicem illum qui non praesens tantum sed etiam cogitatus emendat! O felicem qui sic aliquem vereri potest ut ad memoriam quoque eius se componat atque ordinet! Qui sic aliquem vereri potest cito erit verendus.

[10] Elige itaque Catonem; si hic tibi videtur nimis rigidus, elige remissioris animi virum Laelium. Elige eum cuius tibi placuit et vita et oratio et ipse animum ante se ferens vultus; illum tibi semper ostende vel custodem vel exemplum. Opus est, inquam, aliquo ad quem mores nostri se ipsi exigant: nisi ad regulam prava non corriges. Vale.

 

 

 

Ho conversato con il tuo amico: è un ragazzo di buona indole e già le sue prime parole mi hanno mostrato la sua grandezza d’animo, la sua intelligenza e i progressi morali compiuti. Mi ha fornito un saggio del suo modo di giudicare le cose. Non era preparato a parlare: rifletteva su ciò che di volta in volta gli veniva chiesto a sorpresa; solo in parte riuscì a superare quella timidezza che è un buon segno in un giovane, al punto che arrossì dal profondo dell’anima. Questo rossore, immagino, lo seguirà sempre, anche quando, confermati i suoi sani principi e liberatosi di tutti i vizi, sarà ormai divenuto saggio. Neppure la saggezza può estirpare i difetti naturali del corpo o dello spirito: la scienza può attenuare le tendenze radicate e congenite, non vincerle completamente.

Anche certi uomini di carattere fermo sudano copiosamente alla vista della folla, come se fossero stanchi e accaldati; ad alcuni, quando devono parlare, tremano le ginocchia; ad altri battono i denti, la lingua incespica, le labbra si chiudono; né l’esercizio, né l’abitudine possono mai vincere questi difetti: la natura esercita in essi la sua forza e, valendosi delle loro debolezze, ricorda persino agli uomini più vigorosi la propria presenza.

Tra queste c’è pure il rossore, che sale improvvisamente anche sul volto degli uomini più autorevoli. Ma più spesso compare nei giovani, che sono più ardenti e hanno il viso più delicato; non risparmia, però, nemmeno gli uomini vissuti ed i vecchi. Certuni, poi, vanno temuti soprattutto quando arrossiscono, quasi che in tal modo avessero deposto ogni pudore.

Silla diventava violentissimo quando il sangue gli affluiva al viso. Niente era più dolce del volto di Pompeo; non c’era volta che non arrossisse davanti alla folla, soprattutto nei discorsi e nelle assemblee. Ricordo che Fabiano, quando fu chiamato in Senato come testimone, arrossì e quel pudore gli si confaceva meravigliosamente.

Questo non accade per debolezza d’animo, ma per la singolarità di una situazione che, se anche non sgomenta chi non è abituato, provoca in lui emozione, se è incline per natura a questa disposizione ad arrossire; infatti, mentre alcuni hanno il sangue calmo, altri lo hanno irruente, eccitabile e che affluisce rapidamente al volto.

Come ho già detto, nemmeno la saggezza può eliminare questi difetti: del resto, se potesse estirparli tutti, avrebbe il dominio della natura. Tutte le caratteristiche legate alla natura o alla costituzione fisica, persisteranno in noi, anche quando l’anima si sarà impegnata a lungo e con tenacia nella propria educazione: non possiamo sradicarle, così come non possiamo procurarcele.

Gli attori che rappresentano i sentimenti, che esprimono la paura e la trepidazione, che riproducono la tristezza, riescono a rendere anche la timidezza con questi segni: chinano il volto, parlano con voce sommessa, abbassano gli occhi e li tengono fissi a terra. Non possono, però, far affiorare il rossore: è una reazione che non si può né impedire, né provocare. In questo caso neppure la saggezza può promettere rimedi o giovare in alcun modo: sono fenomeni incontrollabili, vanno e vengono senza essere chiamati.

Ma è tempo ormai di concludere la lettera. Eccoti una massima, certamente utile e salutare, che voglio tu ti imprima bene nell’animo: «Dobbiamo rivolgere la nostra stima ad un uomo virtuoso ed averlo sempre davanti agli occhi per vivere come se lui ci guardasse, e per agire sempre come se ci vedesse.»

Questo, Lucilio mio, è un insegnamento di Epicuro; egli ci ha dato, e non a torto, un custode ed un maestro: eviteremo molti errori, se sarà presente un testimone quando stiamo per commetterli. È bene che l’anima abbia qualcumo di cui provare timore, una persona che con la sua autorevolezza possa rendere più puro anche ogni nostro più segreto sentimento. Beato chi con la sua presenza fisica, o anche solo spirituale, ci aiuta a emendarci! Beato chi rispetta un uomo al punto di correggersi e di migliorarsi anche solo pensando a lui! Chi sa rispettare tanto una persona, sarà presto anch’egli oggetto di rispetto.

10 Scegli, dunque, un Catone; e se questi ti sembrerà troppo intransigente, scegli un Lelio, più mite di carattere. Scegli un uomo di cui approvi l’esistenza, le parole e il volto stesso, che è specchio dell’anima. Tienilo sempre davanti agli occhi come guida e come esempio. È necessario, ti dico, regolare su qualcuno la nostra condotta: i difetti non si possono correggere senza una norma di riferimento. Stammi bene.

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