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Marco Michelini | 20 marzo 2014

C’eravamo incontrati una mattina d’autunno sul limitare di un bosco ceduo, senza nes­sun piacere: Danny perché, punito da suo padre, si sentiva quasi in colpa a parlarne con un estraneo; io perché amo la solitudine delle lunghe passeggiate nei boschi e sulle rive dei laghi, le lunghe ore di appostamento in attesa della selvaggina: Quella mattina non avevo una meta precisa – chi ce l’ha in simili momenti? – e mi muovevo a casaccio per il bosco, ma inconsa­pe­volmente seguivo una traiettoria ideale che mi conduceva verso uno stagno acquitrinoso serpeggiante tra due colline, che io chiamo “il mio rifugio”. È la mia riserva, la mia valle dei miracoli, un paesag­gio nudo di rocce franate, di lunghe erbe rugginose e sdraiate, appe­santite dalla pioggia, di canne affilate piantate in un lago di sabbia. Come ho detto, due colline rac­chiudono lo stagno e lo lasciano va­gabondare oltre le sue rive: sono un unico allineamento di pietre grigie a forma di dolmen drizzate su grandi lastre screpola­te, altro argine di giganti. Tutte le volte che mi sono recato in questo pae­saggio quasi prei­storico, mi sono sentito l’animo di un pioniere; ed in effetti non vi ho mai incontrato un al­tro cacciatore, né vi ho con­dotto alcuno. Quindi mi pareva logico non desiderare altra com­pa­gnia se non quella del mio cane. Mi sbagliavo. Smarriti nelle secche del nostro egoismo, Danny ed io non voleva­mo fare conversazione e, certamente, avremmo preferito limitarci ad uno di quei “Salve!” per nulla impegnativi, che i cacciatori si scambiano sempre con lo stesso sorriso enigmatico quando gli elementi naturali – la pioggia battente o le raffiche di vento gelato – si accaniscono con furia con­tro di loro. Ma i nostri cani, ignari dei tanti pro­blemi che ci tormen­tavano, fece­ro amicizia: la mia Molly con la timidezza caratteristica di molti setter irlandesi, e Wolf, il labrador di Danny, con la sua scontrosa dolcezza. Mi sem­bra di rivederli: Molly con il sedere in­collato al terreno per proteggere i genitali dal muso del labrador, e Wolf che le gira attorno, annusandola con l’ingenuità di un cuccio­lo; erano fatti per intendersi. Molly, improvvisamen­te, alzò una beccaccia alla quale sparai quando ormai volava sopra il lago, dove cadde. Mentre la corrente trascinava lentamente al largo la mia preda, Wolf si lanciò come un pazzo all’inseguimento. Uscì dall’acqua due o trecento metri lontano e galoppò per riportarci l’uccello morto, il becco spezzato e l’occhio immobi­le, semichiuso. L’offrii a Danny ma lui si schermì, dicendo che mi apparteneva di diritto; ma poi finì per tenerla e de­cidemmo che l’indomani avremmo cacciato insieme.

Cominciò così la nostra amicizia. Oggi i miei rapporti con Danny sono cementati da lunghe passeggiate e interminabili silenzi consumati sul finire di quell’autunno e l’inizio dell’inverno. Per due o tre volte il lago fu quasi completamente ghiacciato, ma Wolf, in­cu­rante del freddo, spezzava il ghiaccio senza timore, per riportarci gli uccelli che alzavamo dal canneto e che, colpiti a morte, cadeva­no rimbalzando sulla sottile crosta gelata. In quel finire d’autunno vi furono per noi momenti meravigliosi: crepuscoli fatati del mattino e della sera, quando i raggi del sole illanguidiscono a poco a poco fino a scomparire in­ghiottiti dalla su­perficie del lago; pomeriggi densi e grigi, rotti bruscamente da rapide schiarite, che doravano le cime degli alberi, facevano risplendere d’una luce irreale le pa­ludi entro le quali sprofon­davamo fino a metà coscia.

Fin da quella prima mattina Danny si introdusse con risolu­tezza nella mia esistenza, fa­cendo deviare bruscamente il corso dei miei pensieri. Mi confidò che sovente, di notte, ma anche quando passeggiava solo, un urlo agghiacciante gli squarciava la mente. Lo sen­tiva venire da lontano, chiaro, vibrante, poi sembrava soffocarsi, prima di risorgergli nell’orecchio, così forte e stridente che il timpa­no pareva dovesse scoppiargli. Un mattino, mentre ce ne stavamo seduti su di una roccia levigata dalla pioggia che si ergeva a stra­piombo sul lago, sorvegliando attentamente i voli delle oche selvati­che, si prese la testa fra le mani per alcuni istanti, con gli occhi chiusi, il viso sconvolto, quasi cianotico, la fronte imper­lata di sudo­re, le membra scosse da un tremito irrefrenabile.

«Ti senti male?» gli chiesi.

«No. Cerco soltanto di ricordare. Prima. Prima degli infer­mieri che mi portarono via. Prima. Che cosa è successo? Non pote­vo muovere le gambe e mi sembrava di soffocare. Per un lungo momento pensai che sarei morto. Eppure non sentivo nulla. Il dolo­re è venuto la notte… Guarda qui!»

Si sfilò la maglia dai pantaloni, mettendo a nudo il ventre: una lunga cicatrice attra­ver­sava il fianco destro da parte a parte. Danny tornò ad infilarsi la maglia dentro i calzoni. Sorrideva.

«È passato» disse. «Spesso basta che io mi guardi il fianco e la cicatrice perché l’urlo taccia. Rivedo l’ospedale. Quasi due mesi immobile a letto. Può sembrare insoppor­tabile, ma non è così. Le ore passano molto in fretta. Una specie di vuoto meraviglioso.»

Non aggiunse altro, quel giorno. Un volo d’oche attraversò il lago e sfilò lentamente sopra di noi, ma fuori della portata dei nostri fucili. Soltanto molto tempo dopo mi raccontò tutta la storia. Un violento terremoto aveva devastato il piccolo paese dove era nato, cancel­landolo quasi dalla faccia della terra, lasciandolo tra le cam­pagne come un mucchio di ro­vine abbandonate. Come tanti altri, Danny e sua madre erano rimasti travolti dal crollo della casa; sol­tanto lui si era salvato, ma era rimasto sepolto sotto le macerie per più di di­ciotto ore. E quando finalmente lo avevano tirato fuori, aveva entrambe le gambe spezzate e il fianco squarciato da una sbarra di ferro.

Ora Danny abitava in un cottage con il tetto di stoppia e le mura intonacate a calce. Dopo qualche mese mi ci trasferii anch’io, por­tandomi dietro le mie poche cose: un vec­chio baule, comperato in Francia al mercato delle pulci, dove avevo ammucchiato tutti i miei ri­cordi, le cose a cui tenevo; un vecchio tavolo di noce sul quale, saltuariamente, sono solito scrivere; la mia collezione di farfalle e coleotteri, alcune conchiglie del Pacifico, una rosa del deserto rac­colta ai bordi del Sahara; e poi i miei dischi di musica classica e i miei libri, i fa­scicoli e le pubblicazioni sulla caccia. Un sentiero orla­to di ginestre si inerpicava su per la collina fino al cottage, che do­minava i boschi, i campi e la nuova strada che corre­va verso la città. Un paesaggio davvero splendido, che non si poteva apprezzare dall’interno della casa, tanto le finestre erano piccole. Grandi ce­spugli di ortensie circonda­vano il giardinetto ben te­nuto dove, nei primi giorni di primavera, spuntavano le giunchi­glie. Nella casa non era stata installata l’elettricità, in compenso, però, vi era il telefono che suonava di notte, ad ore im­prevedibili: una breve telefonata di suo padre da Londra, per controllare che ci fosse; poi Danny ritro­vava la sua solitudine, le notti di vento nei boschi quando gli alberi rumoreggiano come le onde di un mare in tempesta, o la fitta piog­gia battente che annega ogni cosa inve­stendo le porte delle case o rimbalzando sui marciapiedi, che assumono l’aspetto di torrenti in piena. Lo ammiravo per la sua resistenza, la sua sop­portazione: avrebbe potuto addormen­tarsi, cadere in letargo come un orso, la­sciarsi trasci­nare alla deriva, abbozzare soltanto i po­chi gesti neces­sari alla sopravvivenza, attendere qualche salvezza o liberazione dal mondo esterno, oppure fuggire lontano tagliando defini­tivamente i ponti che ancora lo tenevano unito a quel che restava della sua fa­miglia; invece – un po’ stolidamente, forse – preferiva ac­cettare lo strano comportamento del padre e quello stato di cose (davvero barbaro per un ra­gazzo di vent’anni), senza la minima ribel­lione. Del tutto privo di interessi musicali o letterari od artistici di alcun genere, scopriva in sé a poco a poco una vita interiore, con lo stupore di un fanciullo.

L’ho detto all’inizio: mi piacque subito. Passeggiavamo. Pa­recchie ore al giorno nei boschi vicini, sulle rive del lago o nella li­quida solitudine delle paludi. A volte parlavamo molto, a volte pre­ferivamo tacere. Danny aveva letto poco e – fatto assai interessante – le sue conoscenze si fermavano al diciannovesimo secolo; gli pia­cevano Tennyson e Browning, alle cui opere – un tempo – avevo cercato invano di interessarmi. In compenso condividevamo l’amore per Edgar Allan Poe, ed il parlarne ci riscaldava il cuore quando, i piedi nell’acqua, spiavamo i verdoni. Un giorno mi parlò di Emerson, un filosofo minore dal pensiero aristo­cratico, e di Thomas Carlyle, che certo mi interessavano molto meno di Comte o di Stuart Mill, a lui pressoché sconosciuti. Qualche professore aveva instillato in lui gocce di una cul­tura che, tuttavia, era rimasta incompleta. E mai Danny aveva avuto il desiderio o la curiosità di completare quelle conoscenze frammentarie. Del secolo ventesi­mo non conosceva poi quasi nulla. Spesso citava La nascita della tra­gedia di Nietzsche, ma il più delle volte senza cognizione di causa. Certo il libro lo aveva interessato, ma sol­tanto in se stesso, senza cioè promuovere in lui il minimo interesse per il pensiero del filo­so­fo. A volte avevo l’impressione che la sua intelligenza fosse simile ad un campo lasciato incolto, subito dopo essere stato dissodato. La gramigna non ricopriva ancora i solchi mal tracciati, ma certo co­minciava ad invaderli. E Kate fu capace di imbrogliare le carte, di gettare disordine e confu­sione in quella mente ancora vergine dal punto di vista intellet­tuale.

Inevitabilmente ho finito per evocare la figura di Kate. E par­lando di lei devo con­vin­cermi ad estirpare dall’animo ogni senti­mento od opinione personale. Danny la incontrò alla fine di marzo, un giorno in cui mi trovavo in città per una delle mie consuete visite mediche, dalle quali ritornavo non certo sollevato nello spirito, ma neppure scorato od esausto. Non mi descrisse mai le modalità di quell’incontro. Semplicemente mi presentò la ragazza, ed io dovetti abituarmi a lei.

Ora che scrivo questa storia, mentre essa volge inesorabil­men­te verso la fine, mi rendo conto che la verità – quella più pro­fonda e viscerale – deve assolutamente emergere, che sol­tan­to certi esseri o certi segni sono capaci di strapparcela o di provocar­la e, ciò che più conta, non bisogna mai tentare di soffocar­la, se non si vuole essere divorati. La verità è quella che crea la vita, la nostra vita, dandole il sapore amaro di un miscuglio di entusiasmi e disperazio­ni, di ricordi e curiosità che il tempo ci lascia appena appena intra­vedere. Kate, d’istinto, ispirava sfiducia pur attraendo, senza che ci si potesse realmente difendere da lei. Non menti­rò dicendo che mi parve bella la prima volta che la vidi, ma il suo sguardo mi raggiun­se come un colpo di fucile si fa strada fra le carni: uno sguardo in­sinuante e velluta­to, quasi orientale sotto le sopracciglia leggermen­te arcuate. Anche la sua voce aveva qual­cosa di eso­tico, e lei usava en­trambi – sguardo e voce – per tendere mirabilmente le sue reti. Era il ser­pente del giardino dell’Eden, ma al tempo stesso anche il frutto proibito che ognuno di noi, in cuor suo, spera prima o poi di poter raccogliere. Aveva la straordinaria capacità di sov­vertire il corso naturale delle cose e l’ordine degli eventi: mentiva spudora­tamente e, con­temporaneamente, diceva cose tanto vere da riuscire addirittura insopporta­bili. Nel corso di quella primavera si sarebbe anche rivelata miserabile e puerile. La sua corazza presentava tanti difetti ed imperfezioni che – a volte – suscitava perfino la pietà, della qual cosa lei ap­profittava subito con una totale assenza di pudore e di buon gusto. Io potevo difendermi dai suoi attacchi: la mia età mi teneva ormai fuori della loro portata; ma non era così per Danny. La sua giovinezza non ancora sbocciata lo rendeva la vittima desi­gnata e, con il suo infallibile istinto per la carne fresca, Kate si gettò su di lui con la veloci­tà e la violenza di un rapace.

Oh, non lo divorò subito, d’un colpo solo! Lo consumò poco per volta, vibrando di tanto in tanto dei violenti colpi trasversali che inevitabilmente prostravano al suolo il suo spirito debole e sogna­tore, perennemente alla ricerca di una propria identità e personalità. E senza il soccorso di quel naturale ed istintivo spirito di conserva­zione che vi è in ognuno di noi, Danny ne sarebbe rimasto schiac­ciato, stritolato, affatto annientato. Lo fu, infatti, so­prattutto nei po­chi momenti in cui lo abbandonai a se stesso. E fu proprio in quelle rare oc­casioni che Kate poté operare i danni maggiori sull’animo e sul carattere del mio amico. Con la volontà isterica di un’ossessa, lo spinse ad impantanarsi nel sudiciume pseudo-intel­lettuale che carat­terizzava la sua personalità, lentamente maturatasi nel contatto con i sob­borghi malfamati ed i bassifondi: gli insegnò una serie infinita di parolacce, lo spinse a ru­bare nei negozi, lo incitò a mentire; lo con­vinse persino a masturbarsi sotto i suoi occhi, e fu lei che – per la prima volta – gli mostrò un sesso femminile: il suo. Insomma operò su di lui tali e tanti cambiamenti e così radicali, da rendere impos­sibile riconoscerlo. E tuttavia, lo ammetto con riluttanza, contribuì alla sua crescita facendolo diventare più uomo, non però fino al punto da fargli vincere la sua sostanziale passività né di convincerlo ad avere dei rapporti sessuali con lei. Del resto Danny era materia ben docile nelle mani di Kate; dolce e remissivo non si opponeva mai a nulla, anzi si lasciava guidare, forse compiacen­dosene.

La storia di Danny e di Kate avrebbe potuto essere simile a migliaia di altre, se non si fosse conclusa con una tragedia, che tra­volse anche me, sia pure indirettamente. Danny, ormai, passava quasi tutto il tempo a casa di Kate ed io lo vedevo sempre più di rado. Aveva cominciato a fumare l’oppio. Era stata Kate ad inse­gnarglielo; lei fumava dall’età di sedici anni, in verità molto modera­tamente, e con quella saggezza che è propria soltanto degli orientali. Fecero un viaggio di quindici giorni in Francia, soli e perfettamente felici, e quando tornarono fumava anche Danny. Nei primi tempi soltanto un poco, senza esserne veramente schiavo, ma poi sempre di più, con la stessa avidità di un fanciullo che divora un cono gela­to dietro l’altro. Ben presto si trasferì definitivamente a casa di Kate, un piccolo studio con le pareti dipinte di rosso e disseminate un po’ ovunque di orribili quadri, che la ragazza dipin­geva quando era sotto l’influsso della droga. Vivevano insieme, nutrendosi di una tenera complicità ricca di infantili fantasticherie che essi scambiava­no per un mondo esclusivamente loro, completamente svincolato dalla mediocrità e meschinità dell’ambiente che li circonda­va. Nel giro di pochi mesi Danny appariva fisicamente trasfigurato, in modo a dir poco inve­rosimile: era magro, scavato, con la pelle tesa sulle ossa, la carnagione in­giallita, gli occhi spenti e l’andatura di un son­nambulo. Gradualmente era scivolato in un’altra vita, irrime­diabil­mente lontana dalla mia. Apparentemente tutto gli diventava più facile: non doveva più lottare contro suo padre e nemmeno soppor­tarne le prediche; senza più volontà si lasciava trasportare dalla cor­rente, e benché si rendesse conto di affondare, non faceva nessuno sforzo per risalire in superficie. Era innamorato di Kate? Questo non mi riuscì mai di com­prenderlo. Vivevano prevalentemente da­vanti al televisore, come una vecchia coppia di pic­colo borghesi be­nestanti, scendendo con una reticella da spesa per ri­fornirsi di cibo nella vi­cina drogheria. A poco a poco disertarono tutti gli amici, me com­preso, e si liberarono della zavorra che li teneva ancorati alla vita quotidiana, finché non appartennero più al regno dei vivi, se non anagraficamente. La fame ed il bisogno di droga aumentavano in Danny di giorno in giorno, ed in proporzioni tali da vanificare persino la naturale prudenza e saggezza di Kate. Un pomeriggio la loro lampada ad alcool si rovesciò. La stuoia di paglia su cui erano distesi prese fuoco rapidamente ed essi rimasero passivi a contem­plare per un lungo istante le fiamme che lambivano i muri, accer­chiavano i loro corpi privi di qualsiasi reazione. Forse Kate si ad­dormentò, rapita in un rosseggiante para­diso artificiale popolato di spiriti torvi e demoni velleitari che si scontravano ed azzanna­vano divorandosi l’un l’altro fino a diventare un’unica grande fiamma in­collerita. All’improvviso Danny saltò da una finestra e si lasciò ca­dere sul marciapiede sottostante, proprio nell’attimo in cui la polizia ed i pompieri giunge­vano preceduti dallo stridente ulu­lato delle sire­ne. Nuove cicatrici si aggiunsero così nel suo corpo a quella sul fianco; nuove urla avrebbero popolato i suoi incubi notturni, i lun­ghi mo­menti di solitudine.

Lo portarono subito in ospedale dove rimase a lungo, curato amorevolmente dalle mani capaci di una giovane infermiera che, probabilmente, si era innamorata di lui. La morte di Kate – di cui, in parte, si sentiva responsabile – lo aveva profondamente sconvolto, e quando finalmente tornò a casa ci vollero tutta la mia pazienza ed il mio amore per fargli ri­prendere la sua vita normale. Ricominciam­mo ad andare a caccia insieme, ma Danny ormai accettava quelle uscite passivamente, con rassegnazione: avrebbe passeggiato con lo stesso piacere (o la stessa indifferenza) anche nel piazzale della sta­zione ferroviaria. La natura non gli offriva più nessuna attrattiva, e persino i nostri dialoghi si ridussero a sem­plici monologhi, durante i quali io rispolveravo i brandelli dimenticati della mia cultura, pas­sando con la mas­sima naturalezza dalla pittura alla filosofia, dalla letteratura alla musi­ca, o alla storia. Comin­ciò a farsi crescere la barba. Fu irsuto per una settimana, poi, sicco­me aveva il pelo ab­bon­dante, molto presto il suo viso prese consistenza, sottolineato dai ri­flessi rossicci della barba ricciuta; perdette così quella sua aria di monello colto in fallo, che a me piaceva tanto. Si fece più maturo e riflessivo ed incominciò a leggere libri, ai quali aveva sempre rifiu­tato di accostarsi. Verso l’inverno gli si offrì l’occasione di partire per l’Africa a seguito di una spedizione scientifica e, dopo molti dubbi e ripensamenti, finì con l’accettare.

All’aeroporto mi disse, quasi stritolandomi una mano:

«Ci rivedremo! Un giorno riuscirò a liberarmi…»

Ma quel giorno non è ancora arrivato e, forse, è ancora molto lontano. Io, però, non ho lasciato il cottage e continuo ad attendere il suo ritorno: la mia rassegnazione è soprat­tutto impastata di spe­ranza. Ogni tanto, da qualche sperduto angolo del globo, ricevo una cartolina che mi dà sue notizie. Questo non mi basta, ma contribui­sce a mantenere in vita la fiamma del mio affetto. Si avvicina l’estate e la regione si riempie lentamente di pescatori, sempre più numerosi sulle rive del lago; possiedo anch’io una canna, ma la pe­sca mi an­noia. Preferi­sco passeggiare per i boschi con Molly e Wolf, che Danny non ha voluto porta­re con sé. Sono loro, ormai, i miei unici amici. Chissà se se ne rendono conto?

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