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Marco Michelini | 17 Gennaio 2021

Linea Biografica

 

Filippo Bruno (Giordano è il nome che prese nell’ordine domenicano e mantenne anche dopo averne abbandonato l’abito) nacque a Nola nel 1548, figlio di Giovanni Bruno, uomo d’arme, e di Fraulisa Savolino. Nella città natale trascorse una fanciullezza serena, e di quel periodo e di quei luoghi serbò un ricordo affettuoso anche nelle sue opere. Per poter seguire un regolare corso di studi, date le modeste condizioni familiari, a quattordici anni si trasferì a Napoli ed entrò nell’ordine domenicano. Nel 1572 fu ordinato sacerdote e nel 1575 si addot­torò in teologia, ma già le segrete letture di Lucrezio, e probabilmente di Erasmo, lo allontanavano dall’aristotelismo e dall’ortodossia, e l’anno successivo incorse in un processo d’eresia. A Roma, dove riparò, il Bruno ne subì un secondo, insieme all’accusa, mai provata, di complicità nell’assassinio di un confratello. Ebbe inizio da quel momento il suo perseguitato peregrinare per tutta Europa, durante il quale maturò un’irrequietezza che lo rese aspro e caustico contro ogni avversario, irriducibilmente polemico con la tronfia saccenteria degli aristotelici pedanti.

Deposto l’abito (1576), fu a Noli, Torino, Padova, Brescia, Bergamo, Milano; infine a Ginevra, dove abiurò il cattolicesimo e si fece studente calvinista. Ma ribellatosi a un professore di filosofia (Antoine de la Faye[1]) con un libello satirico, fu processato e condannato. Dopo un debole tentativo di difesa, Il Bruno si riconobbe colpevole, pregò di essere riammesso alla cena, e il giorno 27 venne prosciolto dalla scomunica. Successivamente si rifu­giò in Francia, dapprima a Lione e poi Tolosa, dove si addottorò in filosofia e insegnò per qualche mese finché, nel 1581, un’insurrezione di studenti contro le sue dottrine antiaristoteliche lo costrinse a fuggire a Parigi. Qui pubblicò le prime opere a noi pervenute e la sua unica commedia: il Candelaio (1582). Con l’insegnamento dell’arte mnemonica si guadagnò il favore dell’ambasciatore Michel de Castelnau[2] e dello stesso Enrico III[3] di Francia, al quale dedicò il trattato di mnemotecnica De umbris idearum.

Per incarico del re, nel 1583 seguì in Inghilterra il Castelnau, divenuto ambasciatore presso la regina Elisabetta I[4]. Il periodo inglese fu il più felice e creativo del Bruno, che nell’italianizzante corte elisabettiana riscosse notevole successo personale, strinse importanti amicizie e fu chiamato a insegnare per qualche tempo a Oxford. Ma la violenta polemica contro la filosofia tradizionale, gli attacchi alla università di Oxford e la critica dei costumi inglesi contenuti nella Cena de le Ce­neri suscitarono una viva reazione, che costrinse il Bruno a tornare in Francia (1585).

Il suo antiaristotelismo gli procurò nuovamente feroci attacchi (dai quali si difese con gli Articuli adversos Peripateticos), che lo indussero a riprendere il suo peregrinare, dirigendosi stavolta verso la Germania, dove passò di università in università, di corte in corte: Magonza, Marburg, Wittenberg. Frattanto era entrato nella Chiesa luterana e nel 1588 si accomiatava dall’università di Wittenberg con l’Oratio valedictoria, nella quale difendeva il luteranesimo contro il calvinismo. Si recò quindi a Praga e l’anno successivo a Helmstadt, dove lesse l’Oratio consolatoria per la morte del duca Giulio di Brunswick[5], ma, nonostante il favore del nuovo duca, incorse nella scomunica da parte del pastore della locale Chiesa luterana. È significativo che alla scomunica cattolica e a quella calvinista ginevrina si aggiun­gesse la scomunica luterana, come riprova della refrattarietà delle dottrine bruniane ad essere assorbite nell’ambito di posizioni teologiche cristiane.

Da Helmstadt passò a Francoforte e a Zurigo, poi di nuovo a Francoforte, dove stampò, nel 1591, i tre grandi poemi latini, che rappresentano l’estrema elabora­zione del suo pensiero: De triplici minimo et mensura, De monade, numero et figura, De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundo. Seguirono il Liber imaginum e la Summa terminorum metaphysicorum, in cui si sforza di collegare la propria dottrina alla tradizione filosofica.

Nello stesso anno, chiamato dal nobile veneziano Giovanni Francesco Mocenigo (1558-1607) che lo voleva maestro di mnemotecnica, il Bruno tornò in Italia (1591). Soffermatosi qualche giorno a Venezia, proseguì per Padova, dove si trattenne per almeno tre mesi, impartendo lezioni a “certi scolari tedeschi”. È logico supporre che l’attività del Bruno a Padova fosse mirata ad ottenere vacante cattedra di matematica, che fu assegnata l’anno seguente a Galileo. Rivelatosi però infruttuoso il suo soggiorno, il Bruno si trasferì a Venezia presso il Mocenigo (1592), incominciando a frequentare il “ridotto” Morosini, sul Canal Grande, dove, in un clima di “civile e libera creanza”, si disputava di cose che avevano “per fine la cognizione della verità”. Il 21 maggio del 1592, al fine di pubblicare a Francoforte alcune sue opere inedite e smarrite, si congedò dal Mocenigo, ma questi – deluso perché il filosofo non si curava di svelargli i segreti dell’arte mnemonica – la notte del 22 lo fece arrestare e il 23 lo denunciò per eresia. Ciò diede inizio all’ultima, tragica fase dell’esistenza del Bruno, che trascorse in prigione gli ultimi otto anni della sua vita.

Il processo iniziato a Venezia si concluse dopo nove mesi e fu poi assunto dal tribunale dell’Inquisizione di Roma. In un primo tempo il Bruno sembrò mostrarsi conciliante, ma in seguito si irrigidì in un atteggiamento di fiera intransigenza: affermò che nulla di eretico era nella sua filosofia, che essa anzi nella sua realtà profonda era in armonia con la religione. E quando i giudici romani gli presentarono una serie di proposizioni giudicate eterodosse rifiutò ogni ritrattazione. Dopo la condanna, fu consegnato al braccio secolare e arso vivo come eretico in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600.

 

Le opere

 

Come è stato scritto, lo spirito speculativo del Rinascimento trovò in Giordano Bruno, proprio nel momento in cui prevaleva lo stato d’animo della Controriforma, il più efficace coordinatore dei termini contrastanti tra i quali esso si era dibattuto, giungendo a una delle sue ultime ma più forti manifestazioni.

Nell’opposizione bruniana a tutta una situazione culturale e ideologica, opposizione che assume a tratti aspetti di decisa e lucida violenza e si serve anche di una nuova coscienza del mezzo linguistico e delle sue possibilità, si riassume in un certo senso tutto il travaglio filosofico e religioso del Cinquecento. Le questioni, i problemi, le polemiche che, apertamente o in modo sotterraneo, hanno percorso gran parte del secolo, si ritrovano come raccolte e sistemate nel pensiero bruniano, quasi come conclusione fortemente critica e, in un certo modo, fallimentare, e come invito a una nuova elaborazione del pensiero, a una nuova dimensione della ricerca culturale.

L’ansia di verità da cui è posseduto è l’impulso che lo rende ribelle a ogni forma di disciplina, a ogni regola di costume e di vita sociale, a ogni norma letteraria e retorica, e lo spinge a costruire la scienza nuova e la nuova poetica non più sul dogma e sull’autorità, ma sulla libera indagine razionale e sperimen­tale, cui deve consentire una adeguata forma artistica. Perché il Bruno fu anche scrittore grande e originalissimo, sempre teso alla rielaborazione di un linguaggio nuovo, sorto insieme con la nuova visione filosofica che intendeva esprimere.

Per quanto si riferisce più specificatamente alla sua produzione letteraria, vanno certamente ricordati i cosiddetti Dialoghi metafisici, composti e pubblicati a Londra tra il 1583 e il 1585: La cena de le Ceneri, in cui contrappone alle teorie cosmologiche di Tolomeo e di Copernico, opposte dal rispettivo geocentrismo ed eliocentrismo, ma accomunate dalla considerazione dell’universo come finito, la propria concezione di un universo infinito, in cui il sole è centrale, sì, ma soltanto nei confronti dei propri pianeti, e non certo rispetto all’universo, perché nell’infinito ogni punto può indifferente­mente essere considerato centro; De la causa, principio et uno, in cui – lasciando da parte l’aspetto teologico di Dio come causa della natura – elabora una concezione animistica della materia, nella quale l’anima del mondo viene a identificarsi con la sua forma universale, e la cui prima e principale facoltà è l’intelletto universale, «principio formale costitutivo de l’universo e di ciò che in quello si contiene» e la forma non è altro che il principio vitale, l’anima delle cose le quali, proprio perché tutte dotate di anima, non hanno imperfezione; e De l’infinito, universo e mondi, in cui riprende e arricchisce i temi già affrontati nei dialoghi precedenti, enunciando una nuova concezione cosmologica e metafisica. A questi vanno affiancati gli altri “dialoghi italiani”: lo Spaccio de la bestia trionfante, che espone un programma di riforma morale; la Cabala del cavallo pegaseo, che rinnova la polemica contro la presunzione e l’igno­ranza degli aristotelici; De gli eroici furori, che raccoglie la più completa esposi­zione della poetica bruniana, nell’introspezione e giustificazione della fenomenologia dell’amore eroico.

Particolarmente interessante è Il candelaio, opera letterariamente più autonoma, in cui gli intenti di fantasia e di stile predominano sulle intenzioni polemiche e sulle riflessioni filosofiche. Questa commedia, infatti, è una delle realizzazioni più complesse e geniali del teatro cinquecentesco, caratterizzata dalla felice unione di intrigo e invenzione verbale, dalla fertilità e creatività con cui la lingua bruniana, fondamentalmente plebea e dialettale, si intona alle tre parti in cui la vicenda è divisa, con effetti ridicoli e caricaturali nella connotazione dei personaggi fissati nel grottesco delle loro parlate. Più dell’intrigo, infatti, delle avventure che si susseguono con vorticosa rapidità nello spazio di una notte (coagulandosi attorno a tre nuclei principali costituiti dall’amore di Bonifacio per Vittoria, dall’inganno di Cencio ai danni di Bartolomeo per fargli credere di saper trasformare – mediante l’alchimia – i metalli in oro, e dalle avventure del pedante Manfurio, con il groviglio di equivoci, beffe e travestimenti che ne deriva), conta il fantasioso movimento di linguaggi e l’intenzione di acre polemica culturale e morale che danno al Candelaio un carattere di assoluta originalità rispetto alle altre commedie del cinquecento, poiché il Bruno conserva sì nell’ossatura i consolidati elementi dell’intrigo e della beffa, ma li conserva con una totale indifferenza verso gli schemi plautini e boccacciani, che finiscono così per diventare il mero pretesto per il di sfrenarsi assoluto dell’invenzione verbale. Così, «l’amor di Bonifacio, l’alchimia di Bartolomeo, e la pedanteria di Manfurio» divengono – grazie all’inventività del Bruni e del rabbioso vigore polemico del suo linguaggio – il modo per demistificare la vacuità del formulario amoroso del petrarchismo, la vana pedanteria della cultura scolastica ed accademica, il ridicolo formalismo del linguaggio scientifico, che celano dietro una pomposa solennità la loro inconciliabilità con la nuova realtà della società contemporanea. I bersagli, insomma, della sua polemica – che anche nelle opere letterarie ben si disvelano – restano sempre gli stessi, e contro di essi il fervore del Bruno si riversa nel perseguimento di uno scopo “purificatore”, nel quale l’invenzione linguistica si serve di tutta la tradizione “irregolare” del secolo, dall’Aretino al Franco, al Berni, al Doni, al Folengo.

Non tanto di antiletterarietà si deve dunque parlare a proposito dell’opera bruniana, quanto di opposizione ad una “letteratura pura”, fine a se stessa, intesa esclusiva­mente in funzione decorativa, estranea alla ricerca e all’espressione della verità, quale gli appare la poesia e la cultura ufficiale del tempo.

 

***NOTE AL TESTO ***

 

[1] Antoine de la Faye (Châteaudun, 1540 – Ginevra, 1615) fu professore al Collège di Ginevra (1561-74) e nel 1574 conseguì il dottorato in medicina in Italia. Rettore del Collège (1575) e lettore di filosofia all’Accademia di Ginevra (1576), dal 1578 al 1580 fu titolare della cattedra di filosofia. Nel contempo fu pastore a Chancy (1579) e a Ginevra (1580). Professore di teologia (1581-1610) e rettore (1580-84), le sue opere teologiche consistono per lo più in raccolte di tesi. Tradusse in francese la Storia di Roma di Tito Livio, la Storia dei Gudei di Giuseppe Flavio e pubblicò diversi commenti biblici.

[2] Michel de Castelnau, (Neuvy-le-Roi, 1517 – Joinville, 1592) fu un soldato francese e successivamente un diplomatico al servizio di sei re di Francia dal 1547 al 1592. Il suo nome rimane legato alle importanti vicende che in quegli anni videro coinvolte Francia, Inghilterra e Scozia. Raccolse in un testo, Mémoires, le vicende della sua vita.

[3] Enrico III di Valois-Angouleme (Fontainebleau, 1551 – Saint-Cloud, 1589), quarto figlio di Enrico II e di Caterina de’ Medici, grazie agli intrighi della madre divenne re di Polonia (1573). Nel 1574, alla morte del fratello Carlo IX, lasciò Cracovia, senza il consenso della Dieta polacca, portando con sé nella sua fuga anche i gioielli della corona di Polonia. Incoronato re di Francia il 13 febbraio 1575, sposò due giorni dopo Luisa di Lorena-Vaudémont, dalla quale però non ebbe figli. La morte del fratello minore, anch’egli senza eredi, provocò la ripresa delle guerre per la successione al trono. La lega cattolica, capeggiata dal duca Enrico di Guisa, si alleò con la Spagna di Filippo II e ciò fece accrescere l’odio del sovrano verso i Guisa, dei quali temeva la potenza. Nel 1588, a seguito di una ribellione degli estremisti cattolici parigini, Enrico III fu costretto a lasciare Parigi.  Il 23 dicembre 1588, il re fece assassinare il duca Guisa dalla sua guardia privata, mentre esponenti della Lega e parenti del Guisa erano messi in arresto nel castello di Blois. Il giorno seguente fu ucciso a colpi d’alabarda il cardinale di Guisa, fratello del duca. Privata del suo capo, la lega cattolica destituì il re. Le truppe reali e quelle protestanti allora si unirono contro la Lega. Ma il 2 agosto 1589, Enrico III morì assassinato da Jacques Clément, un frate domenicano appartenente alla Lega. Suo cugino, Enrico di Navarra gli succedette sul trono con il nome di Enrico IV di Francia.

[4] Elisabetta I Tudor (Greenwich, 1533 – Richmond upon Thames, 1603), figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, fu dichiarata illegittima nel 1536, allorché la madre fu decapitata per adulterio. Durante il regno della sorellastra Maria I (detta la cattolica o anche la sanguinaria) fu rinchiusa nella torre di Londra, poiché sospettata di complottare con gli oppositori della regina. Alla morte di Maria I senza eredi (1558), Elisabetta salì al trono inaugurando una politica prudente ed equilibrata, ma non per questo meno efficace ed oculata. In campo religioso promulgò nel 1559 l’Atto di uniformità con cui rimetteva in vigore il Book of common prayer, il libro di preghiere ufficiale della Chiesa Anglicana, e, quattro anni dopo, l’Atto di supremazia, con cui ristabiliva l’autorità della corona sulla chiesa. In politica interna dovette affrontare i problemi connsessi alla sua successione e, in modo particolare, Con Maria Steward regina di scozia. Costei, costretta ad abdicare in favore del figlio dalla nobiltà protestante scozzese. Maria Riuscì a fuggire in Inghilterrra, pensando che Elisabbetta, sua cugina, l’avrebbe aiutata. Elisabetta invece la imprigionò per quasi vent’anni e alla fine la fece decapitare con l’accusa di alto tradimento (1587). Sul piano internazionale intraprese una politica anticattolica e anti spagnola, che culminò nel 1588 quando l’imponente flotta spagnola nelle acque della Manica venne affrontata e battuta dalla più piccola e più efficiente flotta inglese, dando inizio così al definitivo declino della potenza spagnola e all’ascesa dell’Inghilterra come potenza militare, mercantile e marinara. Alla morte di Elisabetta, avvenuta senzaeredi, salì sul trono d’Inghilterra Giacomo Stuart, figlio di Maria.

[5] Giulio di Brunswick-Lüneburg (Wolfenbüttel, 1528 – Wolfenbüttel, 1589), figlio più giovane di Enrico V Duca di Brunswick-Lüneburg e Principe di Wolfenbüttel, fu destinato dal padre alla carriera ecclesiastica, divenendo vescovo cattolico di Minden nel 1553, ma diede le dimissioni dopo solo un anno di servizio. Nello stesso anno, a seguito della morte di entrambi i fratelli nella battaglia di Sievershausen, divenne l’erede del principato. Convertitosi al protestantesimo, alla morte del padre nel 1568 salì al potere e stabilì un nuovo regime di tassazione che favoriva la condizione degli agricoltori a quella dei nobili. Promosse il commercio minerario e scrisse un libro sull’uso dei metalli. Per potenziare il commercio, migliorò le strade e la navigazione dei fiumi. Fu tollerante con i cattolici e accolse i profughi religiosi della Sassonia. Nel 1576, fondò la prima università di stato, l’Università di Helmstedt.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL CINQUECENTO»

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