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Marco Michelini | 18 Febbraio 2021

TRADUZIONE ITALIANA

DI

MARCO M. G. MICHELINI

 

LIBRO PRIMO

1 Nel suo insieme la Gallia è divisa in tre parti: una la abitano i Belgi, l’altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli. Tutte queste genti differiscono tra loro per lingua, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna dai Belgi. Di tutti questi i più agguerriti sono i Belgi, per il fatto che sono di gran lunga lontani dalla cultura e dalla gentilezza della nostra provincia, e ben di rado i mercanti giungono fino a loro ed importano i prodotti che rendono gli animi effeminati; inoltre sono vicinissimi ai Germani, che vivono oltre il Reno, e con i quali sono in continuo conflitto. Per questa stessa ragione gli Elvezi superano in valore tutti gli altri Galli, poiché si misurano con i Germani in battaglie quasi quotidiane, a volte respingendoli dai propri territori, a volte portando la guerra nei loro. Quella parte del paese che, come si è detto, è occupata dai Galli, comincia dal fiume Rodano, è racchiusa tra il fiume Garonna, l’Oceano e il territorio dei Belgi, e dalla parte dei Sequani e degli Elvezi tocca il fiume Reno e volge a settentrione. I territori dei Belgi iniziano dagli estremi confini della Gallia, si estendono verso la parte inferiore del fiume Reno, guardano a settentrione e ad oriente. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna alla catena dei Pirenei e fino a quella parte di Oceano che è verso la Spagna; guarda fra occidente e settentrione.

2 – Tra gli Elvezi Orgetorige era di gran lunga il più nobile ed il più ricco. Nell’anno del consolato di Marco Messala e Marco Pisone, spinto dalla brama di potere, egli ordì una congiura di notabili e persuase i suoi concittadini ad uscire dal loro territorio con tutti gli averi: per loro, primi fra tutti in valore, sarebbe stato facilissimo impadronirsi dell’intera Gallia e dominarla. E più facilmente li persuase di ciò, in quanto gli Elvezi sono oppressi da ogni parte dalla natura dei luoghi: da un lato dal fiume Reno che, col suo corso molto ampio e profondo, divide le terre elvetiche dai Germani; dall’altro lato dalle altissime cime del monte Giura, che si frappone fra Sequani ed Elvezi; dal terzo lato dal lago Lemano e dal fiume Rodano, che divide la nostra provincia dagli Elvezi. Per tale motivo potevano compiere solo brevi sconfinamenti ed era per loro più difficile muovere una vera guerra ai confinanti; e per una stirpe così avida ciò era fonte di grande dolore. In rapporto poi al gran numero di abitanti e alle gloriose tradizioni di forza guerresca ritenevano di avere confini troppo ristretti: confini che misuravano 240 miglia in lunghezza e 180 in larghezza.

3 – Spinti da questi motivi e scossi dal prestigio di Orgetorige, gli Elvezi decisero di preparare l’occorrente per la partenza: radunare il maggior numero di bestie da soma e di carriaggi che si potesse acquistare, seminare la maggior quantità di grano che gli fosse possibile per averne a sufficienza durante il viaggio, stabilire rapporti di pace e di amicizia con le popolazioni limitrofe. Per portare a termine questi preparativi giudicarono sufficiente un biennio, e con una legge fissarono al terzo anno la partenza. Per realizzare tali obiettivi fu scelto Orgetorige, che si assunse il compito di recarsi in ambasceria presso le altre popolazioni. Durante il viaggio, egli persuase Castico – un sequano, figlio di Cantamantalede, che aveva per molti anni dominato il suo popolo ed era stato proclamato dal Senato “amico del popolo romano” – ad impadronirsi del potere che in precedenza era stato del padre. Stessa cosa fece anche con l’eduo Dumnorige – fratello di Diviziaco, a quel tempo principe della sua nazione e molto popolare – inducendolo a compiere un tentativo analogo e concedendogli in sposa la propria figlia. Orgetorige dimostrò ad entrambi l’estrema facilità dell’impresa, poiché egli stesso avrebbe ottenuto il dominio della propria nazione: ed essendo fuori di dubbio che gli Elvezi fossero il popolo più potente dell’intera Gallia, egli garantiva che con le sue risorse ed il suo esercito avrebbe procurato loro il potere. Questo discorso li indusse a scambiarsi giuramenti di fedeltà reciproca, confidando che, una volta ottenuti i rispettivi domini, sarebbero potuti divenire, mediante quei tre popoli così forti e potenti, padroni della Gallia intera.

4 – L’accordo venne svelato agli Elvezi da una delazione. Secondo una loro usanza, Orgetorige fu costretto a discolparsi in catene; se lo avessero condannato, la pena che lo aspettava era il rogo. Nel giorno fissato per il processo, Orgetorige fece venire sul posto da ogni parte, tutti i suoi familiari ed i servi, circa diecimila persone, nonché tutti i suoi clienti e debitori, che erano in gran numero; grazie al loro appoggio riuscì a sottrarsi alla necessità di difendersi. Mentre il popolo, adirato per l’accaduto, cercava di far valere il proprio diritto con le armi, ed i magistrati radunavano dalle campagne un grande moltitudine di uomini, Orgetorige morì; e non mancò il sospetto, secondo gli Elvezi, che si fosse suicidato.

5 – Dopo la sua morte, gli Elvezi cercarono ugualmente di attuare il progetto di abbandonare il loro territorio. Quando si ritennero pronti all’impresa, appiccarono il fuoco a tutte le loro città, che erano una dozzina, ai loro villaggi, circa quattrocento, e alle restanti abitazioni isolate; arsero tutto il grano che non avrebbero portato con sé, affinché, senza più il miraggio di poter tornare in patria, fossero meglio disposti ad affrontare tutti i pericoli, ed ordinarono che ciascuno portasse via da casa per sé farina sufficiente per tre mesi. Persuasero inoltre i loro confinanti, Rauraci, Tulingi e Latobrigi, a seguire la loro decisione e a partire con loro dopo aver bruciato città e villaggi. Anche i Boi, che dai loro insediamenti oltre il Reno erano passati al territorio del Norico e avevano assediato Noreia, vennero accolti come alleati nell’impre-sa.

6 – Le strade che gli Elvezi potevano percorrere per uscire dal loro territorio erano due: la prima attraverso le terre dei Sequani, strada angusta e difficile tra il monte Giura ed il Rodano, dove i carri potevano a stento transitare in singola fila, e dominata da cime altissime, cosicché erano sufficienti ben pochi uomini ad impedire il passaggio; la seconda attraverso la nostra provincia, assai più agevole e rapida, perché tra il territorio degli Elvezi e degli Allobrogi, da poco pacificati, scorre il Rodano, che consente in più punti il guado. L’ultima città degli Allobrogi, vicinissima agli Elvezi, è Ginevra. Da lì Un ponte raggiunge gli Elvezi, e questi pensavano o di poter convincere gli Allobrogi – che non sembravano ancora ben disposti verso i Romani – a concedere loro il passaggio attraverso il proprio territorio, o di poterli costringere con la forza. Quando tutto fu pronto per la partenza, Fissarono il giorno per l’adunanza generale sulle sponde del Rodano: cinque giorni prima delle calende di aprile nell’anno del consolato di Lucio Pisone e Aulo Gabinio.

7 – Cesare, all’annunzio che gli Elvezi tentavano di passare per la nostra provincia, si affrettò a partire da Roma; si diresse a grandi tappe verso la Gallia Ulteriore e giunse a Ginevra. Ordinò a tutte le province di fornire il maggior numero possibile di soldati – nella Gallia Ulteriore vi era una sola legione – e fece tagliare il ponte che era vicino a Ginevra. Quando seppero del suo arrivo, gli Elvezi inviarono da lui in delegazione i cittadini più nobili, con a capo Nammeio e Veruclezio, per garantirgli il loro proposito di passare per la provincia, giacché non avevano altra via, senza arrecare danni. Lo pregarono quindi di concedere il suo consenso. Cesare, memore dell’uccisione del console Lucio Cassio, della sconfitta e del giogo sotto cui gli Elvezi avevano fatto passare il suo esercito, non riteneva di dover fare concessioni; e pensava che, una volta concessa la facoltà di attraversare la provincia ad un popolo dall’animo tanto ostile, esso non si sarebbe trattenuto dall’infliggere oltraggi e danni. Tuttavia, per poter attendere finché non fossero arrivati i soldati da lui richiesti, rispose alla delegazione che si sarebbe preso qualche giorno per decidere: se volevano una risposta, che tornassero alle idi di aprile.

8 – Nel frattempo, impiegando la legione che aveva con sé ed i soldati affluiti dalla provincia, fece scavare un fossato e costruire, dal lago Lemano, che ha uno sbocco nel Rodano, al monte Giura, che separa i territori dei Sequani e degli Elvezi, una massicciata lunga diciannove miglia ed alta sedici piedi. Compiuta l’opera, dispose guarnigioni ed allestì fortini per resingere con maggiore facilità gli Elvezi, se avessero tentato di forzare il passaggio a suo dispetto. Quando giunse il giorno fissato con gli ambasciatori ed essi ritornarono, Cesare li avvertì che la consuetudine ed il comportamento del popolo romano gli impedivano di concedere ad alcuno il transito per la provincia, e dichiarò che se avessero tentato di forzare il passaggio si sarebbe opposto. Persa questa speranza, gli Elvezi, su barche legate tra loro e su un buon numero di zattere da essi costruite, oppure guadando il Rodano nei punti meno profondi, a volte di giorno, più spesso di notte, cercarono di aprirsi un varco, ma, respinti dalle fortificazioni e dai dardi dei soldati prontamente accorsi, rinunciarono ai loro tentativi.

9 – Agli Elvezi restava solo la strada attraverso le terre dei Sequani, impercorribile però senza il loro consenso, tanto era stretta. Non potendo da soli persuadere costoro, mandarono degli emissari all’Eduo Dumnorige, per ottenere con la sua intercessione il permesso dei Sequani. Dumnorige aveva grande influenza su questi ultimi per il suo prestigio e le sue elargizioni, oltre ad essere amico degli Elvezi per avere preso in moglie una loro connazionale, figlia di Orgetorige. La brama di potere lo spingeva poi a cercare novità politiche e desiderava tenere legati a sé, mediante favori, il maggior numero possibile di popoli. Per tali motivi egli accettò l’incarico ed ottenne dai Sequani che lasciassero passare per il proprio territorio gli Elvezi; perfezionò anche uno scambio di ostaggi fra i due popoli: perché i Sequani non ostacolassero gli Elvezi durante la loro marcia, e gli Elvezi non provocassero offese e danni.

10 – A Cesare venne riferito nuovamente che gli Elvezi avevano in animo di marciare, attraverso il territorio dei Sequani e degli Edui, verso il territorio dei Santoni, stanziati non lontano dai confini dei Tolosani, popolazione appartenente alla nostra provincia. Cesare capiva che, se ciò fosse accaduto, avrebbe costituito un grave pericolo per la provincia stessa avere come confinanti uomini tanto bellicosi e nemici del popolo romano, in pianure estese e ricchissime di grano. Perciò mise a capo delle fortificazioni che aveva fatto il suo luogotenente Tito Labieno, ed egli si recò in Italia a tappe forzate; lì arruolò due legioni e ne richiamò tre dai quartieri invernali presso Aquileia; quindi, attraverso il valico alpino più vicino, mosse con queste cinque legioni verso la Gallia Ulteriore. Qui i Ceutroni, i Graioceli e i Caturigi, che avevano occupato le alture, tentarono di ostacolare l’avanzata dell’esercito. Cesare li respinse in parecchi combattimenti, e il settimo giorno, da Ocelo, ultima roccaforte della provincia citeriore, giunse nel territorio dei Voconti, nella provincia ulteriore. Di là condusse l’esercito fra gli Allobrogi, e dagli Allobrogi fra i Segusiavi, il primo popolo esterno alla provincia del Rodano.

11 – Gli Elvezi, oltrepassati con le loro truppe gli impervi territori dei Sequani, erano giunti nella regione degli Edui e ne devastavano i campi. Non essendo in grado di difendere né se stessi  né i propri beni, gli Edui inviarono a Cesare un’ambasceria per chiedergli aiuto: in ogni circostanza essi avevano meritato la riconoscenza del popolo romano, perciò non avrebbero dovuto vedere, quasi al cospetto del nostro esercito, i loro campi saccheggiati, i loro figli asserviti, le loro città espugnate. Contemporaneamente gli Ambarri, affini e consanguinei degli Edui, informarono Cesare che i loro campi erano stati devastati e che difficilmente essi avrebbero potuto tenere lontane le forze nemiche dalle loro città. Allo stesso modo gli Allobrogi, che avevano villaggi e possedimenti oltre il Rodano, fuggirono e si rifugiarono da Cesare, dicendogli che nulla rimaneva loro, se non la nuda terra dei campi. Sotto l’incalzare di tali notizie, Cesare capì di non dover aspettare che gli Elvezi giungessero nei territori dei Santoni, dopo aver distrutto tutti i beni degli alleati di Roma.

12 – L’Arar è un fiume che scorre attraverso i territori degli Edui e dei Sequani e si versa nel Rodano con tale incredibile lentezza, che ad occhio non è possibile stabilire quale sia il senso della corrente. Gli Elvezi lo stavano attraversando con zattere ed imbarcazioni legate. Non appena fu informato dagli esploratori che già i tre quarti delle forze degli Elvezi erano sull’altra sponda e che circa un quarto era rimasto ancora al di qua dell’Arar, dopo mezzanotte Cesare partì dall’accampamento con tre legioni e raggiunse gli Elvezi che non avevano ancora varcato il fiume. Li colse alla sprovvista, mentre erano ancora impacciati dalle salmerie, e ne uccise la maggior parte; i superstiti fuggirono e si nascosero nelle selve circostanti. Questo cantone (infatti, il popolo degli Elvezi si divide, nel suo complesso, in quattro cantoni) si chiamava Tigurino. I Tigurini, all’epoca dei nostri padri, erano stati i soli a sconfinare, avevano ucciso il console Lucio Cassio e fatto passare i suoi soldati sotto il giogo. Così, o per caso o per volontà degli dèi immortali, quella parte della nazione elvetica che aveva inferto al popolo romano una memorabile sconfitta fu proprio la prima a pagare le proprie colpe. In tal modo Cesare vendicò non solo le offese pubbliche, ma anche quelle private, perché i Tigurini, nella stessa battaglia in cui era morto Cassio, avevano ucciso il legato Lucio Pisone, avo di suo suocero Lucio Pisone.

13 – Dopo la battaglia, per poter raggiungere le rimanenti truppe degli Elvezi, Cesare ordinò di costruire un ponte sull’Arar e, così, trasbordò sull’altra riva le sue truppe. Gli Elvezi, scossi dal suo arrivo repentino, quando si resero conto che per attraversare il fiume a Cesare era occorso un giorno solo, mentre essi avevano impiegato venti giorni di enormi sforzi, gli mandarono degli ambasciatori. Li guidava Divicone, già capo degli Elvezi all’epoca della guerra di Cassio. Divicone parlò a Cesare in questi termini: se il popolo romano avesse siglato la pace con gli Elvezi, essi si sarebbero recati dove Cesare avesse stabilito e voluto, per rimanervi; se, invece, avesse continuato con le operazioni di guerra, avrebbe dovuto ricordarsi sia del precedente rovescio del popolo romano, sia dell’antico eroismo degli Elvezi. Aveva attaccato all’improvviso un solo cantone, quando gli uomini ormai al di là del fiume non potevano soccorrerlo: non doveva, dunque, attribuire troppo merito per la vittoria al suo grande valore, o disprezzare gli Elvezi, che avevano imparato dai padri e dagli avi a combattere da prodi più che con l’inganno o gli agguati. Meglio, dunque, che egli non si esponesse al rischio che il luogo dove si trovavano prendesse il nome e tramandasse alla storia la disfatta del popolo romano e il massacro del suo esercito.

14 – A tali parole Cesare così rispose: tanto meno egli doveva esitare, poiché ciò che gli ambasciatori degli Elvezi avevano rammentato era impresso nella sua mente, e quanto minore era stata la colpa del popolo romano, tanto maggior dolore provava lui per la sconfitta: se i Romani avessero avuto coscienza di qualche torto commesso, non gli sarebbe stato difficile tenersi in guardia; ma poiché non pensavano di aver compiuto qualcosa per cui temere, né di dover temere senza motivo, questo li aveva tratti in inganno. E se anche avesse voluto dimenticare le antiche offese, poteva forse rimuovere dalla mente le offese recenti? Gli Elvezi, contro il suo volere, non avevano cercato di aprirsi a forza un varco attraverso la provincia, non avevano infierito contro gli Edui, gli Ambarri, gli Allobrogi? Che si gloriassero in modo tanto insolente e si stupissero di aver evitato così a lungo la punizione per le offese inflitte, portavano ad uno stesso scopo: gli dèi immortali, di solito, quando vogliono castigare qualcuno per le sue colpe, gli concedono, ogni tanto, maggior fortuna e un certo periodo di impunità, perché abbia a dolersi ancora più fortemente del cambiamento degli eventi. Stando così le cose, se tuttavia gli Elvezi gli avessero consegnato degli ostaggi, a garanzia che avrebbero mantenuto le promesse, e avessero risarcito gli Edui, i loro alleati e gli Allobrogi per i danni arrecati, egli era disposto a concludere la pace. Divicone replicò che gli Elvezi erano stati educati dai loro antenati all’usanza di ricevere ostaggi, non di consegnarne: di ciò il popolo romano era testimone. Detto questo, se ne andò.

15 – Il giorno seguente gli Elvezi tolsero le tende. Lo stesso fece Cesare e mandò in avanscoperta tutta la cavalleria – circa quattromila uomini, reclutati sia in tutta la provincia, sia tra gli Edui e i loro alleati – per vedere in quale direzione  marciassero i nemici. I nostri, inseguendo con troppa foga la retroguardia nemica, si scontrarono con la cavalleria degli Elvezi in un luogo sfavorevole e alcuni caddero. Gli Elvezi, esaltati dal successo, poiché con cinquecento cavalieri avevano sbaragliato un numero di nemici così alto, in molte occasioni, incominciarono ad attardarsi spavaldamente e a provocare i nostri con la loro retroguardia. Cesare tratteneva i suoi e si accontentava, per il momento, di impedire al nemico ruberie, foraggiamenti e saccheggi. Marciarono così per circa quindici giorni, in modo che la retroguardia del nemico e la nostra avanguardia non distassero più di cinque o sei miglia.

16 – Intanto Cesare chiedeva ogni giorno agli Edui il grano che gli avevano promesso ufficialmente. Infatti, a causa del freddo – dato che la Gallia, come già si è detto, è situata a settentrione – non solo il frumento nei campi non era ancora maturo, ma non c’era neppure una quantità sufficiente di foraggio. Del grano, poi, che aveva fatto portare su con le barche risalendo l’Arar, Cesare non poteva far uso, giacché gli Elvezi si erano allontanati dal fiume ed egli non voleva perderne il contatto. Gli Edui rimandavano da un giorno all’altro: dicevano che il grano lo stavano raccogliendo, che era già in viaggio, che stava per arrivare. Quando si rese conto che s’andava per le lunghe e che incombeva il giorno in cui bisognava distribuire il frumento ai soldati, Cesare convocò i principi degli Edui, presenti in buon numero nell’accampamento; tra di essi c’erano Diviziaco e Lisco; costui era il magistrato che riveste la carica più alta – che gli Edui chiamano il “vergobreto” – ed è eletto annualmente ed ha potere di vita e di morte sui suoi concittadini. Cesare li accusò duramente di non ricevere da loro alcun soccorso, proprio quando il grano non poteva né comprarlo, né prenderlo dai campi, in un momento così critico e con il nemico così vicino, tanto più che aveva intrapreso la guerra spinto soprattutto dalle loro preghiere. Perciò, si lamentò ancor più pesantemente di essere stato abbandonato senza risorse.

17 – Allora Lisco, spinto dal discorso di Cesare, espose finalmente ciò che in precedenza aveva passato sotto silenzio: c’erano degli individui che godevano di grande ascendente sul popolo e che, da privati cittadini, avevano più potere dei magistrati stessi. Costoro, con discorsi sediziosi e proditori, inducevano la massa a non consegnare il grano dovuto: sostenevano che era meglio, se non erano più capaci di conservare la supremazia nella Gallia, essere soggetti al dominio dei Galli piuttosto che dei Romani; né si doveva dubitare che, una volta sconfitti gli Elvezi, i Romani avrebbero tolto la libertà agli Edui insieme agli altri Galli. Da costoro venivano riferiti ai nemici i nostri propositi e tutto ciò che accadeva nell’accampamento: Lisco non era in grado di tenerli a freno. Anzi, ora che era stato costretto a rivelare a Cesare una situazione così critica, ben comprendeva quale pericolo stesse correndo; e per tale ragione aveva taciuto il più a lungo possibile.

18 – Cesare intuì che con questo discorso Lisco alludeva a Dumnorige, fratello di Diviziaco, ma non voleva trattare l’argomento di fronte a troppa gente; così, si affrettò a sciogliere l’assemblea, ma trattenne Lisco. A tu per tu gli chiese delucidazioni su ciò che aveva detto durante la riunione e Lisco parlò con maggior franchezza e minor timore. Poi, segretamente, Cesare prese informazioni anche da altri e scoprì che era vero: si trattava proprio di Dumnorige, un individuo temerario, molto influente presso il popolo per la sua generosità e avido di cambiamenti. Per parecchi anni aveva ottenuto a poco prezzo l’appalto delle dogane e di tutte le altre imposte degli Edui, poiché nelle gare d’appalto nessuno osava contrastare le sue offerte. In questo modo aveva accresciuto il patrimonio familiare e si era procurato ingenti mezzi per fare delle elargizioni. Manteneva a sue spese un gran numero di cavalieri, che aveva sempre attorno a sé; godeva di molta autorità non solo in patria, ma anche tra le genti confinanti e, per aumentare la sua potenza, aveva dato in sposa sua madre a un uomo molto nobile ed influente della tribù dei Biturigi, aveva preso in moglie egli stesso una donna degli Elvezi, e aveva fatto maritare una sua sorella per parte di madre e altre sue parenti con uomini che appartenevano ad altri popoli. Per tali ragioni di parentela favoriva gli Elvezi ed era ben disposto verso di loro; nutriva anche un odio personale nei confronti di Cesare e dei Romani, perché con il loro arrivo il suo potere era diminuito e suo fratello Diviziaco aveva riacquistato la precedente posizione di popolarità e d’onore. Nel caso di una sconfitta dei Romani aveva forti speranze di ottenere il regno con l’appoggio degli Elvezi; sotto il dominio del popolo romano, invece, non solo non poteva nutrire speranze di regnare, ma neppure di mantenere l’influenza che aveva. Proseguendo nella sua indagine, Cesare venne anche a sapere che, nello sfavorevole scontro di cavalleria avvenuto pochi giorni innanzi, il primo a fuggire era stato Dumnorige con i suoi  cavalieri (infatti, era lui il comandante della cavalleria che gli Edui avevano mandato di rinforzo a Cesare): la loro fuga aveva seminato il panico tra gli altri reparti.

19 – Una volta appurato tutto ciò, e poiché ai sospetti si aggiungevano dati di assoluta certezza (Dumnorige aveva fatto passare gli Elvezi attraverso i territori dei Sequani; aveva promosso lo scambio degli ostaggi tra i due popoli; aveva agito sempre senza ricevere ordini da lui o dal popolo romano, anzi a loro insaputa; era, infine, accusato dal magistrato degli Edui), Cesare giudicò che vi fossero motivi sufficienti per procedere personalmente contro Dumnorige o per invitare il suo popolo a punirlo. A tutte queste considerazioni se ne opponeva una sola: Cesare aveva conosciuto l’eccezionale devozione del fratello Diviziaco verso il popolo romano, la disposizione davvero buona nei propri confronti, la straordinaria lealtà, giustizia e moderazione. Intervenendo contro Dumnorige temeva, quindi, di offendere i sentimenti di Diviziaco. Perciò, prima di prendere qualsiasi provvedimento, convocò Diviziaco: allontanati i soliti interpreti, utilizzò per il colloquio Gaio Valerio Troucillo, eminente personaggio della provincia della Gallia, suo parente, nel quale riponeva la massima fiducia. Cesare iniziò subito col ricordare a Diviziaco tutto ciò che in sua presenza era stato detto su Dumnorige durante l’assemblea dei Galli e lo mise al corrente delle informazioni che ciascuno, singolarmente, gli aveva dato sul conto del fratello. Gli chiese, anzi lo esortò a non offendersi, se lui stesso, aperta un’inchiesta contro Dumnorige, avrebbe emesso un giudizio o avrebbe invitato gli Edui ad emetterlo.

20 – Diviziaco, abbracciando Cesare, scoppiò in lacrime ed incominciò a scongiurarlo di non prendere provvedimenti troppo severi nei confronti del fratello. Sapeva che quelle accuse erano vere, ma egli ne era addolorato più di chiunque altro, poiché, quando era molto influente in patria e nel resto della Gallia, il fratello, che non lo era affatto a causa della sua giovane età, era salito in alto con il suo appoggio; ed ora si serviva delle risorse e delle forze acquisite, non solo per diminuire il favore di cui egli godeva, ma quasi per rovinare se stesso. Diviziaco, tuttavia, si sentiva scosso sia dall’affetto fraterno, sia dall’opinione della sua gente. Se Cesare avesse condannato Dumnorige ad una pena grave, nessuno avrebbe creduto alla sua estraneità, giacché lui teneva quel ruolo di amicizia presso Cesare, ragion per cui egli avrebbe perso la simpatia di tutta la Gallia. Chiese tutto questo con un fiume di parole e di lacrime, finché Cesare, prendendogli la mano destra e consolandolo, lo pregò di porre fine alle suppliche; dichiarò che la sua benevolenza aveva per lui tanto valore, da sacrificare al suo desiderio e alle sue preghiere sia l’offesa arrecata alla repubblica, sia il proprio risentimento. Alla presenza del fratello convocò Dumnorige, gli espose i motivi dei suoi rimproveri, le cose che aveva capito e quelle di cui il suo popolo si lamentava. Lo ammonì ad evitare in futuro qualsiasi sospetto e gli disse che gli perdonava il passato per riguardo a suo fratello Diviziaco. Lo fece mettere, però, sotto sorveglianza per poter sapere cosa facesse e con chi parlasse.

21 – Nello stesso giorno Cesare venne a sapere dagli esploratori che i nemici si erano fermati alle pendici di un monte, a circa otto miglia dal suo accampamento; mandò pertanto qualcuno ad accertare quale fosse la conformazione del monte e se c’era la possibilità di salirvi aggirandolo. Al ritorno, gli fu riferito che vi si poteva salire con facilità. Cesare ordinò allora a Tito Labieno, suo luogotenente con rango di pretore, di salire dopo la mezzanotte sulla sommità del monte con due legioni e, avvalendosi delle guide che avevano effettuato il sopralluogo, gli chiarì il suo piano. Egli stesso, poi, dopo le tre di notte, per la stessa via percorsa dal nemico, mosse contro gli Elvezi, preceduto da tutta la cavalleria. In avanscoperta, con gli esploratori, venne spedito Publio Considio, che aveva fama di soldato espertissimo per avere servito prima nell’esercito di Lucio Silla e, poi, in quello di Marco Crasso. 

22 – Sul far dell’alba, mentre Labieno teneva la sommità del monte e Cesare non distava più di millecinquecento passi dall’accampamento dei nemici, che erano ignari, come si seppe in seguito dai prigionieri, sia del suo arrivo, sia della presenza di Labieno, Considio, a briglia sciolta, si precipitò da Cesare e gli comunicò che il monte, di cui Labieno avrebbe dovuto impadronirsi, era nelle mani dei nemici: lo aveva capito dalle armi e dalle insegne dei Galli. Cesare comandò alle sue truppe di ritirarsi sul colle più vicino e le schierò a battaglia. Labieno aveva ricevuto ordine di non attaccare finché non avesse visto nei pressi le truppe di Cesare dell’accampamento nemico, affinché l’assalto fosse sferrato contemporaneamente da tutti i lati. Labieno, perciò, teneva la sommità del monte e aspettava i nostri, senza attaccare. Solo a giorno già inoltrato Cesare seppe dagli esploratori che il monte era in mano ai suoi, che gli Elvezi avevano levato le tende e che Considio, in preda al panico, aveva riferito di avere visto ciò che, in realtà, non aveva visto. Quel giorno Cesare seguì i nemici alla solita distanza e si fermò a tre miglia dalle loro posizioni.

23 – L’indomani, considerando che mancavano solo due giorni alla distribuzione delle razioni di grano e che Bibracte, la città degli Edui più grande e più ricca in assoluto, distava non più di diciotto miglia, Cesare giudicò di dover provvedere ai rifornimenti. Smise dunque di seguire gli Elvezi e si diresse verso Bibracte. Alcuni schiavi, fuggiti dalla cavalleria gallica del decurione Lucio Emilio, riferirono al nemico la cosa. Gli Elvezi, o perché pensavano che i Romani si allontanassero per paura, tanto più che il giorno prima non avevano attaccato pur occupando le alture, oppure perché calcolavano di poter impedire ai nostri l’approvvigionamento di grano, modificarono comunque i loro piani e, invertito il senso di marcia, incominciarono ad incalzare la nostra retroguardia e a provocarla al combattimento.

24 – Cesare, allorché se ne accorse, ritirò le sue truppe sul colle più vicino e mandò la cavalleria a fronteggiare l’attacco nemico. Nel frattempo, alla metà del colle schierò, su tre linee, le quattro legioni dei veterani, mentre sulla cima piazzò le due legioni da lui appena arruolate nella Gallia cisalpina e tutti i contingenti ausiliari, riempiendo di uomini tutto il monte. Contemporaneamente, ordinò che le salmerie venissero ammassate in un solo punto e che lo difendessero le truppe schierate più in alto. Gli Elvezi, che lo seguivano con tutti i loro carri, ammassarono in un unico posto i bagagli, si schierarono in formazione serratissima e respinsero la nostra cavalleria; quindi formarono la falange e avanzarono contro la nostra prima linea.

25 – Cesare ordinò di allontanare e nascondere prima il suo cavallo, poi quelli degli altri: voleva rendere il pericolo uguale per tutti e togliere a ognuno la speranza di scampo nella fuga; poi, incitò i suoi uomini e attaccò. I soldati, dall’alto, lanciando i giavellotti, riuscirono con facilità a spezzare la falange nemica; e una volta scardinata la falange, sguainarono le spade e si gettarono all’assalto. I Galli combattevano con grande difficoltà, poiché molti dei loro scudi erano stati trapassati ed inchiodati da un solo lancio di giavellotti, ed essendosi ripiegata la loro punta, essi non riuscivano né a svellerli, né a combattere nel modo migliore con la sinistra impacciata. Molti, dopo avere a lungo scrollato il braccio, preferirono gettare a terra gli scudi e lottare a corpo scoperto. Alla fine, sfiancati per le ferite, incominciarono a ritirarsi e a cercar riparo su un monte, che si trovava a circa un miglio di distanza; lì si attestarono. Mentre i nostri si spingevano sotto, i Boi e i Tulingi, che con circa quindicimila uomini chiudevano la colonna nemica e proteggevano la retroguardia, aggirarono i nostri e li assalirono dal fianco scoperto. Vedendo ciò, gli Elvezi che si erano rifugiati sul monte ripresero a premere e lo scontro si riaccese. I Romani con una conversione attaccarono su due fronti: la prima e la seconda linea per tener testa agli Elvezi già battuti e respinti, la terza per reggere all’urto dei nuovi arrivati.

26 – Così, la battaglia si protrasse a lungo e con accanimento su due fronti. Alla fine, quando non poterono più sostenere l’attacco dei nostri, gli Elvezi, come già avevano fatto prima, in parte si misero al sicuro sul monte, e in parte si ritirarono là dove avevano ammassato i bagagli ed i carri. Infatti, per tutto il tempo del combattimento, durato dalla settima ora del giorno fino al tramonto, nessuno poté vedere un solo nemico in fuga. Nei pressi delle salmerie si lottò addirittura fino a notte inoltrata, perché gli Elvezi avevano disposto i carri come una trincea e dall’alto scagliavano frecce sui nostri che attaccavano; mentre alcuni, appostati tra i carri e le ruote, lanciavano matare e tragule, per ferirli. Dopo una lunga lotta, i soldati romani si impadronirono dell’accampamento e delle salmerie. Qui vennero fatti prigionieri la figlia di Orgetorige e uno dei figli. Sopravvissero allo scontro centotrentamila Elvezi e per tutta la notte marciarono ininterrottamente. Senza fermarsi mai, neppure nelle notti seguenti, giunsero dopo tre giorni nel territorio dei Lingoni. I nostri, invece, sia per curare le ferite riportate dai soldati, sia per dare sepoltura ai morti, si attardarono per tre giorni e non poterono inseguirli. Cesare mandò ai Lingoni una lettera e dei messaggeri per proibire loro di fornire agli Elvezi viveri o altro: in caso contrario, li avrebbe trattati alla stessa stregua. Poi, al quarto giorno, riprese l’inseguimento con tutte le sue truppe.

27 – Agli Elvezi mancava tutto il necessario per proseguire la guerra, perciò inviarono una delegazione a trattare la resa. Cesare era ancora in marcia quando questi gli si fecero incontro e, gettatisi ai suoi piedi, gli chiesero la pace, piangendo e supplicando. Egli ordinò di attendere il suo arrivo là dove ora si trovavano, ed essi obbedirono. Appena giunto, Cesare chiese la consegna degli ostaggi, delle armi e degli schiavi fuggiti presso di loro. Mentre gli Elvezi stavano ancora provvedendo alla ricerca e alla raccolta, scese la notte, nelle prime ore della quale circa seimila uomini del cantone dei Verbigeni – forse perché temevano di essere uccisi, una volta consegnate le armi, oppure perché speravano di salvarsi, pensando che in mezzo a tanta gente che si era arresa la loro fuga potesse rimanere nascosta o passare del tutto inosservata – uscirono dall’accampamento degli Elvezi e si diressero verso il Reno e i territori dei Germani.

28 – Appena Cesare lo seppe, ordinò alle popolazioni dei territori che quegli uomini avevano attraversato di cercarli e di riportarglieli, se volevano essere giustificati ai suoi occhi; e i Verbigeni che gli furono riportati li trattò come nemici, mentre accettò la resa di tutti gli altri che gli consegnarono ostaggi, armi e fuggiaschi. Comandò agli Elvezi, ai Tulingi e ai Latobrigi di ritornare nei territori dai quali erano partiti e, poiché in patria erano andati perduti tutti i raccolti e non avevano più nulla con cui sfamarsi, impose agli Allobrogi di rifornirli di grano. Comandò inoltre agli Elvezi di ricostruire le città e i villaggi che avevano incendiato. Questi provvedimenti furono dettati, soprattutto, dall’intenzione di non lasciare spopolati i territori dai quali gli Elvezi si erano mossi, affinché, data la fertilità delle campagne, non vi si trasferissero dalle loro terre i Germani stanziati oltre il Reno, venendo così a confinare con la provincia della Gallia e con gli Allobrogi. Accettò la richiesta degli Edui di accogliere i Boi, che erano famosi per il loro grande valore, entro i propri territori. Gli Edui diedero ai Boi campi da coltivare e, in seguito, gli concessero parità di diritti e la medesima condizione di libertà di cui loro stessi godevano.

29 – Nell’accampamento degli Elvezi vennero trovate e consegnate a Cesare delle tavole scritte in caratteri greci nelle quali era stato redatto un elenco nominativo che mostrava il numero di quelli che avevano lasciato i loro territori, degli uomini in grado di combattere, e anche, separatamente, una lista riguardante i bambini, i vecchi e le donne. La somma era di duecentosessantatremila persone per gli Elvezi, trentaseimila per i Tulingi, quattordicimila per i Latobrigi, ventitremila per i Rauraci, trentaduemila per i Boi, dei quali circa novantaduemila erano quelli in grado di portare armi. Il totale generale ammontava a trecentosessantottomila. Di questi, come si scoprì dopo un censimento ordinato da Cesare, ne rientrarono in patria centodiecimila.

30 – Terminata la guerra con gli Elvezi, i più autorevoli cittadini dei vari popoli, in veste di ambasciatori, vennero da quasi tutta la Gallia a congratularsi con Cesare. Si rendevano ben conto – dissero – che, sebbene Cesare avesse punito con quella guerra le vecchie offese inflitte dagli Elvezi al popolo romano, tuttavia ne aveva tratto vantaggio la Gallia intera non meno di Roma, poiché gli Elvezi, pur godendo di grande prosperità, avevano abbandonato le loro sedi per portare guerra a tutta la Gallia, conquistarne il dominio e scegliersi per insediamento la regione che, fra le tante, avessero giudicato più vantaggiosa e fertile, assoggettando tutti gli altri popoli come tributari. Chiesero a Cesare di poter tenere con il suo permesso una riunione generale dei Galli in un giorno prestabilito, giacché volevano presentargli delle richieste, sulle quali c’era completo accordo. Ottenuto il permesso, fissarono il giorno per l’assemblea e giurarono tutti solennemente di non rivelare gli argomenti trattati, se non a chi fosse stato concordemente designato.

31 – Dopo che l’assemblea fu sciolta, si ripresentarono a Cesare gli stessi principi delle varie popolazioni che già erano venuti da lui, e gli chiesero di poter discutere con lui segretamente di questioni che riguardavano la sopravvivenza loro e di tutti. Ottenuto il permesso, si gettarono tutti in lacrime ai piedi di Cesare: cercavano e si preoccupavano – dissero – di non fare trapelare nulla del loro colloquio non meno di quanto desiderassero vedere esaudite le proprie richieste, perché, se la cosa si fosse risaputa, sarebbero caduti nelle più atroci sventure. A nome di tutti parlò l’eduo Diviziaco, il quale spiegò che tutta la Gallia era divisa in due fazioni: una con a capo gli Edui, l’altra con a capo gli Arverni. I due popoli, per molti anni, avevano tenacemente combattuto tra loro per la supremazia, fino a che gli Arverni ed i Sequani non erano ricorsi all’aiuto dei Germani, assoldandoli. Questi, in un primo tempo, avevano passato il Reno in circa quindicimila; successivamente, però, quella gente rozza e barbara aveva cominciato ad apprezzare i campi, la civiltà e le ricchezze dei Galli, per cui ne avevano fatti venire molti altri: adesso, in Gallia, se ne trovavano circa centoventimila. Gli Edui ed i popoli loro vassalli li avevano affrontati più di una volta, ma erano stati pesantemente sconfitti, perdendo nella catastrofe tutti i nobili, tutti i senatori, tutti i cavalieri. Queste battaglie e queste calamità li avevano prostrati; potenti un tempo in Gallia sia per il loro valore, sia per l’ospitalità e l’amicizia che li legava al popolo romano, adesso s’erano visti costretti a consegnare in ostaggio ai Sequani i cittadini più nobili e a vincolare il popolo con giuramento di non chiederne la restituzione, di non implorare l’aiuto del popolo romano e di accettare in eterno il loro dominio e la loro autorità. Egli, tra tutti gli Edui, era l’unico che non avevano potuto costringere a giurare, né a consegnare i propri figli in ostaggio. Perciò era fuggito dalla propria terra ed era venuto a Roma dal senato per chiedere aiuto, perché lui solo non era vincolato da giuramenti o da ostaggi. Ma ai Sequani vittoriosi era toccata una sorte peggiore che agli Edui vinti, poiché Ariovisto, re dei Germani, si era stabilito nei territori dei Sequani e aveva occupato un terzo delle loro campagne, le più fertili dell’intera Gallia; e ora poi imponeva ai Sequani di evacuarne un altro terzo, giacché pochi mesi prima lo avevano raggiunto ventiquattromila Arudi e voleva trovare per loro un luogo in cui potessero stanziarsi. Nello spazio di pochi anni tutti i Galli sarebbero stati scacciati dai loro territori e tutti i Germani avrebbero oltrepassato il Reno. Non c’era paragone, infatti, tra le campagne dei Galli e quelle dei Germani, né tra i loro tenori di vita. Ariovisto, poi, da quando aveva vinto l’esercito dei Galli presso Magetobriga, regnava con superbia e crudeltà, chiedeva in ostaggio i figli dei più nobili e li tormentava con le più atroci forme di punizione e di tortura, se non eseguivano gli ordini secondo il suo cenno e volere. Era un uomo barbaro, iracondo e temerario; non si potevano sopportare più a lungo le sue prepotenze. Se non avessero trovato aiuto in Cesare e nel popolo romano, tutti i Galli avrebbero dovuto imitare gli Elvezi: emigrare dalla patria, cercarsi nuova dimora e nuove sedi lontane dai Germani, tentare la sorte qualunque essa fosse. Ma se tutto questo fosse stato riferito ad Ariovisto, era certo che a tutti gli ostaggi in sua mano sarebbero stati inflitti terribili supplizi. Cesare – avvalendosi del proprio prestigio, o della recente vittoria dell’esercito, o della fama del popolo romano – poteva impedire che una ancor maggiore moltitudine di Germani attraversasse il Reno e difendere tutta la Gallia dai soprusi di Ariovisto.

32 – Tenuto questo discorso da Diviziaco, tutti i presenti, con gran pianto, iniziarono ad implorare l’aiuto di Cesare. Cesare s’accorse che, soli fra tutti, i Sequani non facevano nessuna di quelle cose che facevano gli altri, ma, tristi e a capo chino, tenevano lo sguardo fisso a terra. Meravigliato, chiese loro quale ne fosse la causa. I Sequani non risposero, ma rimasero silenziosi, nello stesso atteggiamento di tristezza. Più volte Cesare ripeté la sua domanda, senza poter cavare loro di bocca la benché minima parola. Rispose allora lo stesso Diviziaco: la sorte dei Sequani era più misera e più grave di quella degli altri giacché, neppure in segreto, osavano lamentarsi ed implorare aiuto e rabbrividivano per la crudeltà di Ariovisto assente come se fosse stato lì presente; poiché gli altri, almeno, avevano modo di fuggire, mentre i Sequani, che avevano accolto Ariovisto nei loro territori e avevano tutte le loro città nelle sue mani, dovevano subire atrocità d’ogni sorta.

33 – Sapute queste cose, Cesare rinfrancò con le sue parole gli animi dei Galli e promise che avrebbe preso a cuore la faccenda: nutriva fondate speranze che Ariovisto, in considerazione dei benefici ricevuti grazie a lui e del suo prestigio, avrebbe posto fine ai suoi soprusi. Detto ciò, sciolse la riunione. Molte considerazioni, oltre alle precedenti, lo spingevano a ritenere che fosse necessario riflettere sulla situazione e occuparsene: in primo luogo perché vedeva che gli Edui, più volte definiti dal senato fratelli e consanguinei, erano tenuti in schiavitù e sudditanza dai Germani ed intendeva che loro ostaggi si trovavano nelle mani di Ariovisto e dei Sequani, cosa che, data la potenza del popolo romano, giudicava una vergogna per sé e per la repubblica. In secondo luogo riteneva pericoloso per il popolo romano che i Germani, a poco a poco, prendessero l’abitudine di oltrepassare il Reno e di stanziarsi in massa nella Gallia, e reputava che quella gente rozza e barbara, una volta occupata tutta la Gallia, come già avevano fatto i Cimbri ed i Teutoni, non si sarebbe trattenuta dall’irrompere nella nostra provincia e di dirigersi di là verso l’Italia, soprattutto tenendo conto che soltanto il Rodano divideva le terre dei Sequani dalla nostra provincia. Reputava, dunque, che tale situazione andasse affrontata al più presto. Ariovisto stesso, poi, aveva assunto tanto orgoglio e tanta arroganza, da sembrare intollerabile.

34 – Perciò, Cesare decise di mandare ad Ariovisto degli ambasciatori, incaricati di chiedergli che scegliesse un luogo a metà strada tra loro per un colloquio: desiderava trattare di questioni politiche della massima importanza per entrambi. Agli ambasciatori Ariovisto rispose così: se gli serviva qualcosa da Cesare, si sarebbe recato da lui di persona; ma se era Cesare a volere qualcosa, toccava a lui andare da Ariovisto. Inoltre, non si arrischiava a recarsi senza esercito nelle zone della Gallia occupate da Cesare, né era possibile radunare l’esercito senza ingenti scorte di viveri e grandi sforzi. Del resto, si domandava con meraviglia che cosa avessero a che fare Cesare o, in generale, il popolo romano con la parte di Gallia da lui conqustata in guerra.

35 – Ricevuta tale risposta, Cesare mandò nuovamente ad Ariovisto degli ambasciatori, col compito di comunicargli quanto segue: egli aveva ottenuto grandi benefici da lui e dal popolo romano,  poiché durante il suo consolato era stato proclamato re e amico del senato. Adesso, poiché dimostrava in tal modo a lui e al popolo romano la sua gratitudine, rifiutandosi di venire a colloquio benché invitato e ritenendo di non dover discutere o conoscere questioni di interesse comune, queste erano allora le sue richieste: primo, di non far più passare in Gallia, attraverso il Reno, altri Germani; secondo, di restituire gli ostaggi ricevuti dagli Edui e di permettere ai Sequani di rendere quelli che detenevano per ordine suo; infine, di non molestare più gli Edui con provocazioni e di non muovere guerra ad essi e ai loro alleati. Comportandosi così, Ariovisto si sarebbe garantito per sempre il favore e l’amicizia suoi e del popolo romano. Se, invece,  non avesse acconsentito, Cesare non sarebbe rimasto indifferente alle offese inflitte agli Edui, poiché durante il consolato di Marco Messala e Marco Pisone il senato aveva stabilito che il governatore della Gallia doveva difendere, finché possibile senza disagio per la repubblica, gli Edui e gli altri amici del popolo romano.

36 – Ariovisto replicò così: il diritto di guerra permetteva ai vincitori di dominare i vinti a proprio piacimento; allo stesso modo il popolo romano era abituato a governare i vinti non secondo le imposizioni altrui, ma a propria discrezione. Se Ariovisto non dava ordini ai Romani su come esercitare il loro diritto, non c’era quindi ragione che i Romani ponessero ostacoli a lui, quando applicava il suo. Gli Edui avevano tentato la sorte in guerra, avevano combattuto ed erano stati sconfitti in battaglia; perciò, li aveva resi suoi tributari. Cesare gli infliggeva un grave danno, perché con il suo arrivo erano diminuiti i tributi dei popoli sottomessi. Non avrebbe restituito gli ostaggi agli Edui, ma non avrebbe neppure mosso guerra ad essi, né ai loro alleati, se avessero rispettato gli obblighi assunti, pagando ogni anno i tributi. In caso contrario, poco sarebbe servito loro il titolo di fratelli del popolo romano. Quanto all’avvertimen-to di Cesare che non avrebbe lasciato impunite le offese inferte agli Edui, gli rispondeva che nessuno aveva combattuto contro Ariovisto senza subire una disfatta. Attaccasse pure quando voleva: si sarebbe reso conto della potenza e del valore degli invitti Germani, che erano addestratissimi e per quattordici anni non avevano mai avuto bisogno di un tetto.

37 – Nel momento stesso in cui veniva riferita a Cesare la risposta di Ariovisto, giungevano ambasciatori dagli Edui e dai Treviri. Gli Edui si lamentavano poiché gli Arudi, da poco trasferitisi in Gallia, devastavano le loro terre, né la consegna degli ostaggi era valsa a placare Ariovisto. I Treviri, invece, dicevano che cento tribù degli Svevi si erano stabilite lungo le rive del Reno e tentavano di attraversarlo, sotto il comando dei fratelli Nasua e Cimberio. Cesare, fortemente scosso dalle notizie, giudicò di dover accelerare i tempi per evitare di incontrare maggiore resistenza, se il nuovo gruppo degli Svevi si fosse aggiunto alle precedenti truppe di Ariovisto. Perciò, fatta provvista di grano nel minor tempo possibile, mosse contro Ariovisto forzando le tappe.

38 – Era in marcia da tre giorni, quando gli riferirono che Ariovisto si dirigeva con tutte le sue truppe verso Vesonzione, la più grande città dei Sequani, per occuparla, e già da tre giorni marciava fuori dai suoi territori. Cesare giudicò di dover impedire a ogni costo che Vesonzione cadesse. Infatti, nella città si trovava, in abbondanza, tutto ciò che serve in guerra; inoltre, era così protetta dalla conformazione naturale, da permettere con facilità le operazioni belliche, essendo circondata quasi completamente dal fiume Dubi, come se il suo corso fosse stato tracciato con un compasso; mentre dove non scorre il fiume, in una zona che si estende per non più di milleseicento piedi, sorge un monte molto elevato, la cui base tocca da entrambi i lati le sponde del Dubi. Un muro circonda il monte, lo unisce alla città e ne fa una roccaforte. Cesare vi si diresse a tappe forzate di giorno e di notte. Occupò la città e vi pose una guarnigione.

39 – Nei pochi giorni in cui Cesare si trattenne a Vesonzione per rifornirsi di grano e di viveri, i Galli e i mercanti, interrogati dai nostri soldati, andavano dicendo che i Germani erano uomini dal fisico imponente, incredibilmente valorosi e molto aadestrati al combattimento; spesso li avevano affrontati, ma non erano riusciti nemmeno a sostenerne l’espressione del volto e l’intensità dello sguardo. Di colpo, in seguito a tali voci, si impadronì dei nostri soldati un timore così grande, da sconvolgere profondamente le menti e gli animi di tutti. Dapprima, si manifestò tra i tribuni militari, i prefetti e gli altri ufficiali che avevano seguito Cesare da Roma per ragioni di amicizia, senza possedere grande esperienza militare. Tutti adducevano scuse, chi l’una, chi l’altra, sostenendo di avere dei motivi che li costringevano a partire, e ne chiedevano a Cesare il permesso. Alcuni, trattenuti dalla vergogna, rimanevano, per non destare il sospetto di viltà, ma non potevano simulare l’espressione del volto, né trattenere di tanto in tanto le lacrime; acquattati nelle loro tende, o si lamentavano del loro destino o compiangevano insieme ai loro amici il pericolo comune. In ogni angolo dell’accampamento si facevano testamenti. Le dicerie ed il terrore di costoro, a poco a poco, turbavano anche le persone provviste di grande esperienza militare: legionari, centurioni e capi della cavalleria. Chi fra costoro voleva apparire meno pusillanime diceva di paventare non tanto il nemico, quanto le strette gole per cui dovevano passare e l’estensione delle foreste che li dividevano da Ariovisto, oppure di aver paura che il frumento non potesse essere trasportato tanto facilmente. Alcuni avevano addirittura riferito a Cesare che, al suo ordine di levare le tende e di mettersi in marcia, i soldati non avrebbero obbedito e non avrebbero mosso le insegne, tanto erano terrorizzati.

40 – Non appena se ne avvide, Cesare riunì il consiglio di guerra e convocò anche i centurioni di ogni reparto, e li rimproverò aspramente, perché, soprattutto, avevano la presunzione di chiedersi e di rimuginare dove li portasse e con quali intenzioni. Durante il suo consolato, Ariovisto aveva ricercato con molta ansia l’amicizia del popolo romano: perché si doveva supporre che sarebbe venuto meno ai propri doveri tanto avventatamente? Dal canto suo, egli era convinto che Ariovisto, una volta conosciute le sue richieste e constatata l’equità delle condizioni proposte, non avrebbe disdegnato l’appoggio suo e del popolo romano. E anche ammesso che, per un demenziale impulso d’ira, avesse mosso guerra ai Romani, cosa mai dovevano temere? Che motivo c’era di non aver più fiducia nel valore dei soldati o nella sua efficienza di generale? Ai tempi dei loro padri avevano già affrontato il pericolo rappresentato da quei nemici, quando i Cimbri e i Teutoni erano stati sconfitti da C. Mario e l’esercito si era meritato non meno gloria dello stesso comandante vittorioso; e ancor più di recente, in Italia, avevano corso un pericolo simile con la rivolta degli schiavi, che pure si erano avvalsi della pratica e della disciplina imparate dai Romani. Tali esempi permettevano di giudicare come sia positiva in sé la fermezza d’animo: il nemico, temuto per lungo tempo e senza motivo quando era ancora privo d’armi, lo avevano successivamente sbaragliato allorché s’era mostrato armato e vittorioso. E infine, costoro erano gli stessi Germani con i quale gli Elvezi si erano più volte scontrati, non solo nei propri territori, ma anche nei loro, riportando la vittoria nella maggior parte dei casi: e gli Elvezi non potetvano certo essere paragonabili all’esercito romano. Coloro che si sgomentavano poiché i Galli erano stati sconfitti e messi in fuga, avrebbero scoperto, se si fossero informati, che Ariovisto aveva logorato i suoi avversari con una guerra di attesa, tenendosi per molti mesi negli accampamenti e tra le paludi, senza esporsi mai allo scontro: quando poi i Galli disperavano ormai di poter combattere e si erano disuniti, li aveva assaliti all’improvviso, riuscendo a sconfiggerli grazie ai suoi calcoli e alla sua accortezza più che al suo valore. Ma se c’era spazio per questi calcoli contro dei barbari privi di esperienza militare, neppure Ariovisto stesso poteva illudersi di poter sopraffare il nostro esercito in tal modo. Chi dissimulava il proprio timore, dicendo di essere preoccupato per le scorte di grano e per la strada molto stretta, era un insolente, perché non si fidava delle capacità del comandante o addirittura voleva impartirgli delle direttive. Quelli erano compiti del comandante; i Sequani, i Leuci e i Lingoni rifornivano il grano, ormai già maturo nei campi; quanto alla strada, avrebbero giudicato tra breve essi stessi. Se si mormorava che i soldati non avrebbero eseguito gli ordini, né levato il campo, non se ne curava minimamente: sapeva che le truppe non obbediscono a comandanti che avevano fallito un’impresa o erano stati abbandonati dalla fortuna, oppure a coloro dei quali era stato scoperto un misfatto e dimostrata l’avidità. Tutta la sua vita comprovava la sua integrità, la guerra contro gli Elvezi la sua fortuna. Avrebbe quindi dato subito l’ordine che voleva rimandare a più tardi: la notte successiva, al quarto turno di guardia, avrebbe levato le tende per accertarsi al più presto se in loro prevaleva la dignità e il senso del dovere, oppure la paura. E se poi nessuno lo avesse seguito, si sarebbe comunque messo in marcia con la sola decima legione, su cui non aveva dubbi e che sarebbe stata la sua coorte pretoria. Nei confronti della decima legione Cesare aveva una benevolenza particolare e in essa riponeva la massima fiducia per il suo valore.

41 – Questo discorso mutò in modo sorprendente lo stato d’animo di tutti e in ognuno nacque una gran voglia di agire, un gran desiderio di combattere. Per prima la decima legione, tramite i tribuni militari, lo ringraziò per lo straordinario apprezzamento ricevuto e confermò di essere prontissima a scendere in battaglia. Poi le altre legioni, con i tribuni militari e i centurioni più alti in grado, provvidero a scusarsi con Cesare: non avevano mai nutrito dubbi o timori, né avevano pensato che la valutazione delle scelte strategiche spettasse a loro, anziché al comandante. Cesare ne accettò le scuse e a Diviziaco, del quale si fidava più che di tutti gli altri Galli, fece cercare una strada da seguirsi per portare l’esercito in luoghi aperti compiendo un giro di oltre cinquanta miglia, e al quarto turno di guardia notturno, come aveva preannunziato, partì. Il settimo giorno di marcia ininterrotta apprese dagli esploratori che le truppe di Ariovisto distavano dalle nostre ventiquattro miglia.

42 – Informato dell’arrivo di Cesare, Ariovisto gli manda degli ambasciatori: il colloquio sollecitato in precedenza, per quanto lo riguardava, poteva avere luogo, perché Cesare si era avvicinato ed egli riteneva di non correre pericolo. Cesare non respinse la proposta; reputava che ormai Ariovisto avesse riacquistato il buon senso, giacché offriva spontaneamente ciò che prima aveva negato, quando gli era stato richiesto; inoltre, cominciava a sperare che Ariovisto, in considerazione dei grandi favori ricevuti da lui e dal popolo romano, avrebbe deposto la sua ostinazione, una volta conosciute le sue richieste. Il colloquio fu fissato da lì a cinque giorni. Nel periodo di tempo che lo precedette, vi furono ripetuti scambi di ambasciatori da una parte e dall’altra, e Ariovisto pose come condizione che Cesare non portasse all’incontro truppe di fanteria, perché temeva di cadere in un’imboscata: sarebbero giunti entrambi con la cavalleria, altrimenti non si sarebbe presentato. Cesare non voleva che, a causa di un pretesto, il colloquio saltasse, ma neppure osava mettere la propria incolumità nelle mani della cavalleria dei Galli; decise, perciò, che la cosa più opportuna fosse di lasciare a terra i cavalieri Galli e far montare a cavallo i soldati della decima legione, nella quale riponeva la massima fiducia, per avere, se ci fosse stata la necessità di agire, la scorta più leale possibile. La qual cosa fece dire, non senza spirito,  ad uno dei soldati della decima legione che Cesare aveva fatto per loro più di quanto avesse promesso: aveva detto che li avrebbe presi come coorte pretoria, adesso li faceva passare addirittura al rango equestre.

43 – Un’ampia pianura, con un rialzo di terra abbastanza grande, si estendeva all’incirca a pari distanza dagli accampamenti di Ariovisto e di Cesare. Lì, secondo gli accordi presi, si incontrarono per il colloquio. A duecento passi dal rialzo, Cesare dispose i legionari che lo avevano seguito a cavallo; alla stessa distanza si fermarono anche i cavalieri di Ariovisto. Ariovisto chiese che si parlasse senza scendere da cavallo e che ciascuno conducesse con sé dieci uomini. Quando giunsero sul posto, Cesare iniziò il suo discorso ricordando i benefici concessi da lui e dal senato ad Ariovisto: il senato lo aveva proclamato re e lo aveva definito amico, gli aveva inviato doni in abbondanza; un onore del genere toccava a poche persone ed i Romani, di solito, li concedevano in considerazione di servigi eccezionali; Ariovisto, invece, pur non avendo né titoli, né motivo per chiedere simili privilegi, li aveva ottenuti grazie al favore e alla generosità di Cesare e del senato. Spiegava inoltre quanto fossero antiche e giuste le ragioni dei legami di amicizia che intercorrevano tra i Romani e gli Edui, quante e quali onorifiche disposizioni il senato avesse decretato nei loro riguardi, e come gli Edui avessero sempre detenuto l’egemonia su tutta la Gallia, ancor prima di richiedere la nostra amicizia. Per consuetudine, il popolo romano voleva che gli alleati e gli amici non solo non perdessero nulla della loro potenza, ma che anzi vedessero crescere il favore, la dignità, l’onore di cui godevano: chi, dunque, poteva tollerare che venisse tolto agli Edui ciò che avevano offerto all’amicizia del popolo romano? Ribadì, poi, le stesse richieste già presentate dai suoi ambasciatori: che Ariovisto non muovesse guerra né agli Edui, né ai loro alleati, restituisse gli ostaggi e, se proprio non poteva rimandare indietro nessuno dei Germani ormai presenti in Gallia, almeno non permettesse che altri oltrepassassero il Reno.

44 – Ariovisto rispose con poche parole alle richieste di Cesare, ma molte ne spese per elencare i propri meriti: aveva passato il Reno non per volontà sua, ma su richiesta e invito dei Galli; non aveva certo lasciato la patria e i congiunti senza la viva speranza di forti ricompense; in Gallia occupava sedi che gli erano state concesse dagli stessi abitanti e gli ostaggi che tratteneva gli erano stati consegnati spontaneamente; percepiva tributi secondo il diritto di guerra, quello che i vincitori sono soliti imporre ai vinti. Non era stato lui a muovere guerra ai Galli, ma i Galli a lui; tutti i popoli della Gallia si erano mossi ed erano scesi in campo contro di lui; egli li aveva respinti e sconfitti, tutti, in una sola battaglia. Se i Galli intendevano tentare una seconda volta la sorte, era pronto a combattere di nuovo; ma, se desideravano la pace, era ingiusto che si rifiutassero di pagare il tributo fino ad allora versato volontariamente. L’amicizia del popolo romano doveva essere per lui non un danno, ma un vanto e una protezione, e con questa speranza l’aveva richiesta. Se a causa del popolo romano doveva rimetterci i tributi e restituire i prigionieri, avrebbe rinunciato all’amicizia di Roma con lo stesso piacere con cui l’aveva cercata. Se faceva passare oltre il Reno molti Germani, era per difendere se stesso, non per assalire la Gallia. Lo testimoniava il fatto che vi era venuto solo perché lo avevano chiamato, e che non aveva mosso guerra, ma si era difeso. Era giunto in Gallia prima del popolo romano; mai, in precedenza, un esercito romano era penetrato in Gallia e uscito dai confini della provincia. Che cosa cercava Cesare, per entrare nei suoi possedimenti? Questa parte della Gallia era sua, così come l’altra era nostra. Come non era ammissibile che i Romani cedessero, se egli avesse attaccato i nostri confini, così noi, allo stesso modo, eravamo in torto ad interferire nell’esercizio del suo diritto. Se Cesare dichiarava che gli Edui avevano ricevuto il titolo di amici dal senato, egli non era così barbaro e sprovveduto da ignorare che gli Edui non avevano aiutato i Romani nel recente conflitto con gli Allobrogi, né si erano avvalsi del sostegno del popolo romano nella lotta contro di lui e contro i Sequani. Doveva dunque sospettare che Cesare simulasse questa amicizia e tenesse in Gallia un esercito al solo scopo di sopraffarlo. Se Cesare non si ritirava con le sue truppe dalle regioni in questione, lo avrebbe considerato non un amico, ma un nemico. E se poi lo avesse ucciso, avrebbe fatto un favore a molti nobili e capi del popolo romano – lo aveva saputo dagli emissari che loro stessi gli avevano inviato – e con la sua morte poteva guadagnarsi il favore e l’amicizia di tutti loro. Ma se invece si ritirava e gli concedeva il libero possesso della Gallia, lo avrebbe ricompensato lautamente e gli avrebbe consentito di muovere qualsiasi guerra volesse, senza intralcio o pericolo alcuno.

45 – Cesare, in risposta, spiegò lungamente ad Ariovisto i motivi che non gli consentivano di tirarsi indietro: né lui, né il popolo romano avevano l’abitudine di abbandonare alleati tanto benemeriti; inoltre, non stimava che la Gallia spettasse ad Ariovisto più che al popolo romano. Gli Arverni e i Ruteni erano stati sconfitti da Quinto Fabio Massimo; il popolo romano li aveva perdonati, non aveva ridotto a provincia i loro territori, né imposto tributi. Se conveniva aver riguardo per tempi più antichi, il dominio del popolo romano in Gallia era il più giusto; se conveniva invece rispettare il decreto del senato, la Gallia doveva rimanere libera, perché, pur vinta in guerra, aveva potuto mantenere le proprie leggi.

46 – Mentre il colloquio andava svolgendosi in questo modo, a Cesare giunse notizia che i cavalieri di Ariovisto si avvicinavano al rialzo e si dirigevano contro i nostri, scagliando pietre e dardi. Allora pose fine al discorso, raggiunse i suoi uomini e diede loro ordine di non rispondere al tiro dei nemici neanche con un dardo. Infatti, per quanto nello scontro con la cavalleria nemica non prevedesse alcun rischio per la sua legione prediletta, tuttavia non ritenne opportuno ingaggiar battaglia, affinché i nemici, battuti, non potessero sostenere di essere accerchiati durante il colloquio. Quando tra le nostre truppe si sparse ovunque la voce dell’arroganza con cui Ariovisto aveva interdetto ai Romani tutta la Gallia, e di come i suoi cavalieri avevano assalito i nostri, causando l’interruzione del colloquio, si destò nell’esercito un ardore e un desiderio di combattere assai più vivo.

47 – Due giorni dopo, Ariovisto mandò a Cesare un’ambasceria: voleva trattare delle questioni di cui avevano cominciato a discutere tra loro senza giungere a una conclusione: gli chiedeva, perciò, di scegliere un giorno per un nuovo colloquio o, se preferiva, di delegare e di mandare uno dei suoi. Cesare non vedeva motivo di riprendere il colloquio, tanto più che il giorno prima i Germani non avevano saputo trattenersi dal lanciare frecce contro i nostri. Reputava inoltre che fosse molto pericoloso mandare uno dei suoi in veste di legato, mettendolo nelle mani di quegli uomini rozzi. Gli parve cosa più conveniente inviare Gaio Valerio Procillo, figlio di Gaio Valerio Caburo, un giovane di grandissimo valore e cortesia, il cui padre aveva ricevuto la cittadinanza romana da Gaio Valerio Flacco: godeva della sua piena fiducia, conosceva la lingua gallica, che Ariovisto parlava piuttosto bene per lunga consuetudine e, infine, i Germani non avevano motivo di essere scorretti con lui; gli associò Marco Mezio, che aveva con Ariovisto vincoli di ospitalità. Li incaricò di ascoltare le proposte di Ariovisto e di riferirgliele. Ma quando Ariovisto li vide giungere nel suo accampamento, alla presenza dell’intero esercito cominciò a gridare: cosa venivano a fare da lui? forse a spiarlo? I due tentarono di rispondere, ma Ariovisto li obbligò a tacere e li fece gettare in catene.

48 – Quello stesso giorno levò le tende, avanzò e si stabilì ai piedi di un monte, a sei miglia dall’accampamento di Cesare. L’indomani oltrepassò con le sue truppe il campo romano, e pose le tende a due miglia di distanza, con l’intento di impedire a Cesare di ricevere il grano ed i viveri che venivano forniti dai Sequani e dagli Edui. Da quel momento, per cinque giorni consecutivi, Cesare condusse fuori le sue truppe e le tenne schierate davanti all’accampamento, per dare ad Ariovisto la possibilità di misurarsi in battaglia con lui, se lo voleva. Ma Ariovisto, per tutti e cinque i giorni, tenne bloccato il suo esercito nell’accampamento, limitandosi a semplici scaramucce quotidiane di cavalleria. I Germani erano addestrati in questa tecnica militare: seimila cavalieri avevano scelto tra tutta la truppa uno ad uno, a propria tutela,  altrettanti fanti molto veloci e forti; insieme entravano nella mischia e i cavalieri si riparavano presso i fanti, che, se c’era qualche pericolo, si precipitavano; se il cavaliere veniva ferito piuttosto gravemente e cadeva da cavallo, lo attorniavano; se dovevano avanzare molto lontano o ripiegare molto velocemente, si erano garantiti con l’esercizio una tale rapidità, da reggere all’andatura dei cavalli, tenendosi aggrappati alla criniera.

49 – Constatato che il nemico rimaneva chiuso nel suo accampamento, Cesare, per non vedersi tagliati i rifornimenti, scelse al di là del posto in cui si erano stabiliti i Germani, a una distanza di circa seicento passi da essi, un luogo adatto per porre le tende, e vi condusse l’esercito schierato su tre linee. Ordinò che la prima e la seconda linea rimanessero in armi e che la terza fortificasse l’accampamento. Il luogo distava, come già si è detto, circa seicento passi dal nemico. Ariovisto vi inviò circa sedicimila uomini senza impaccio bagagli e l’intera cavalleria, per atterrire i nostri con questo spigamento di forze ed impedire l’opera di fortificazione. Cesare, non di meno, come aveva in precedenza stabilito, ordinò alle due prime linee di respingere il nemico e alla terza di portare a termine i lavori. Fortificato il campo, vi lasciò due legioni con una parte delle truppe ausiliarie, e ricondusse le quattro rimanenti nell’accampa-mento principale.

50 – Il giorno successivo, secondo la sua abitudine, Cesare fece uscire le sue truppe da entrambi gli accampamenti, le schierò a battaglia poco distante dal campo principale e diede al nemico la possibilità di combattere. Quando si rese conto che neppure allora i nemici si sarebbero fatti avanti, verso mezzogiorno ordinò ai suoi soldati di rientrare negli accampamenti. Allora finalmente Ariovisto inviò una parte delle sue truppe ad attaccare il campo più piccolo. Si combatté fino a sera da entrambe le parti con accanimento. Al tramonto Ariovisto richiamò nell’accampamento le sue truppe, che avevano inflitto ai nostri molte perdite, ma molte ne avevano subite. Cesare chiese ai prigionieri per quale motivo Ariovisto non accettasse lo scontro aperto e ne scoprì la causa: presso i Germani era consuetudine che le madri di famiglia, consultando le sorti e i vaticini, dichiarassero se era vantaggioso combattere o no; ed esse avevano detto che ai Germani non era concessa la vittoria, se avessero compattuto prima della luna nuova.

51 – L’indomani Cesare lasciò in entrambi gli accampamenti un presidio a suo giudizio sufficiente e dispiegò tutte le truppe degli alleati davanti all’accampamento minore, ben visibili, sfruttandole per ingannare il nemico, dato che i legionari erano inferiori ai Germani, dal punto di vista numerico; poi schierato l’esercito su tre linee, avanzò fino all’accampamento dei nemici. I Germani allora furono finalmente costretti a condurre fuori dal campo le loro truppe e si disposero secondo le varie tribù, a pari distanza le une dalle altre: gli Arudi, i Marcomanni, i Triboci, i Vangioni, i Nemeti, i Sedusi, gli Svevi. Circondarono tutto lo schieramento con carri e carriaggi, per togliere a chiunque la speranza di fuggire. Sui carri fecero salire le loro donne, le quali, con le mani protese e piangendo, imploravano gli uomini che partivano per combattere di non renderle schiave dei Romani.

52 – Cesare mise a capo di ciascuna legione i rispettivi legati e il questore, perché ognuno li avesse a testimoni del proprio valore; poi guidò egli stesso l’attacco sul fianco destro, perché si era accorto che da quella parte lo schieramento nemico era molto debole. Dato il segnale, i nostri attaccarono con tale impetuosità e i nemici si slanciarono in avanti così improvvisamente e rapidamente, che non si ebbe lo spazio per lanciare i giavellotti contro i nemici. Lasciati i giavellotti, si combatté con le spade corpo a corpo. Secondo la loro abitudine, i Germani formarono rapidamente delle falangi e ressero all’assalto condotto con le spade. Si videro molti nostri soldati balzare sopra le falangi, strappare via con le mani gli scudi e colpire dall’alto con fendenti. Mentre l’ala sinistra dello schieramento nemico veniva respinta e messa in fuga, l’ala destra in massa premeva violentemente sui nostri. Di ciò s’accorse il giovane P. Crasso, comandante della cavalleria, ed essendo più libero di chi combatteva al centro della mischia, mandò la terza linea in aiuto dei nostri che erano in pericolo.

53 Così la battaglia fu salvata: i nemici volsero tutti le spalle e non smisero di fuggire prima di aver raggiunto il Reno, che distava circa cinque miglia dal luogo dello scontro. Lì assai pochi o cercarono di attraversare il fiume a nuoto, confidando nelle proprie forze, o trovarono scampo sopra delle imbarcazioni rinvenute sul posto. Tra questi ci fu Ariovisto, il quale, trovata una piccola barca legata alla riva, riuscì a fuggire con quella; tutti gli altri furono inseguiti e uccisi dalla nostra cavalleria. aveva Due erano le mogli di Ariovisto: una di nazionalità sveva, che aveva condotto con sé dalla patria, l’altra norica, sorella del re Voccione, che gli era stata inviata dal fratello stesso e che aveva sposato in Gallia: entrambe morirono nella fuga; due le figlie: una fu uccisa, l’altra catturata. Gaio Valerio Procillo, mentre veniva trascinato nella fuga dai suoi guardiani legato con tre catene, si imbatté proprio in Cesare, che con la cavalleria inseguiva i nemici. Ciò procurò a Cesare una gioia non minore della vittoria stessa, perché si vedeva restituito, strappato alle mani del nemico, un uomo fra i più onorati nella provincia della Gallia, suo amico e ospite: la Fortuna non aveva voluto togliere nulla alla sua grande gioia e contentezza e aveva impedito la morte di Gaio Valerio Procillo. Questi raccontava che, in sua presenza, erano state consultate tre volte le sorti per decidere se doveva essere arso subito sul rogo o in un altro momento: era incolume per beneficio delle sorti. Anche Marco Mezio fu ritrovato e riportato a Cesare.

54 Quando oltre il Reno si ebbe notizia della battaglia, gli Svevi, che erano giunti alle rive del fiume, cominciarono a ritornare in patria; e non appena gli Ubi, che abitano nei pressi del Reno, si accorsero che erano in preda al panico, li inseguirono e ne uccisero un gran numero. Cesare, che in una sola estate aveva concluso due grandissime guerre, un po’ prima di quanto non richiedesse la stagione, condusse l’esercito negli accampamenti invernali tra i Sequani; vi pose come comandante Labieno e si recò in Gallia cisalpina, per tenervi le sessioni giudiziarie.

LIBRO SECONDO

1 – Mentre Cesare – lo si è detto sopra – si trovava in Gallia cisalpina e le legioni erano state dislocate negli accampamenti invernali, cominciarono a giungergli di frequente delle voci, confermate anche da alcune lettere di Labieno, secondo cui i Belgi, che, come abbiamo detto,  rappresentavano una delle tre parti della Gallia, si stavano coalizzando contro il popolo romano e si scambiavano ostaggi. I motivi erano i seguenti: prima di tutto temevano che il nostro esercito, una volta sottomessa la Gallia, li attaccasse; in secondo luogo ricevevano le pressioni di parecchi Galli, i quali o perché non avevano voluto la presenza dei Germani in Gallia e ora mal sopportavano che l’esercito romano svernasse e si impiantasse nel loro paese, o perché instabili e volubili d’animo, auspicavano rivolgimenti politici; e infine, giacché in tutta la Gallia il potere era nelle mani dei prepotenti e di chi disponeva dei mezzi per assoldare un esercito, c’era chi, sotto il nostro dominio, non riusciva così facilmente a raggiungere i propri scopi.

2 – Queste notizie e le lettere di Labieno spinsero Cesare ad arruolare in Gallia cisalpina due nuove legioni, e il suo luogotenente Quinto Pedio, all’inizio dell’estate, ricevette l’incarico di condurle in Gallia transalpina. Cesare stesso poi raggiunse l’esercito non appena cominciò a disporre di foraggio a sufficienza. Ai Senoni e agli altri Galli confinanti con i Belgi diede incarico di informarsi e di riferirgli che cosa i Belgi stessero tramando. Tutti, concordemente, gli riferirono che erano in corso reclutamenti e che le truppe venivano ammassate in un unico luogo. Solo allora Cesare giudicò che non c’era da esitare a muovere contro di loro. Approntate le provviste di grano, dopo undici giorni tolse le tende e in circa quindici giunse ai confini dei Belgi.

3 – Il suo arrivo fu improvviso e più rapido di quanto chiunque si aspettasse. I Remi, il popolo della Gallia più vicino ai Belgi, gli inviarono come ambasciatori Iccio e Andocumborio, i loro più illustri cittadini, i quali gli dissero che essi si ponevano con tutti i loro beni sotto la protezione e l’autorità del popolo romano; non avevano condiviso i sentimenti degli altri Belgi, né si erano coalizzati contro Roma; erano pronti a consegnare ostaggi, a eseguire gli ordini, ad accogliere i soldati romani nelle loro città, a rifornirli di grano e a soccorrerli in ogni necessità; tutti gli altri Belgi erano già in armi e ad essi si erano uniti i Germani stanziati di qua dal Reno; erano stati presi tutti da una smania e una tale follia, che non erano riusciti a dissuadere neanche i Suessioni, dei fratelli per loro, dei consanguinei, uniti dalle stesse leggi e dallo stesso diritto, con un unico comandante militare e magistrato civile.

4 – Cesare chiese quante e quali nazioni fossero scese in armi e quanto valessero in guerra. Ecco che cosa venne a sapere: la maggior parte dei Belgi discendeva dai Germani; anticamente avevano passato il Reno attirati dalla fertilità della regione e l’avevano occupata, scacciando i Galli che vi abitavano; all’epoca dei nostri avi erano stati gli unici ad impedire ai Cimbri e ai Teutoni, che avevano messo a ferro e fuoco tutta la Gallia, di penetrare nei loro territori; perciò, memori di tale impresa, i Belgi si attribuivano un’enorme importanza ed erano molto fieri della loro forza militare. Circa il loro numero, i Remi sostenevano di avere conoscenza completa e sicura, perché grazie ai legami di parentela e di vicinanza avevano appreso quanti uomini ciascun popolo aveva promesso per quella guerra nell’assemblea generale dei Belgi. I più potenti per valore, prestigio e numero erano i Bellovaci: costoro erano in grado di mettere insieme un esercito di centomila uomini, e tra questi avevano promesso di sceglierne sessantamila, chiedendo per sé il comando supremo delle operazioni. Loro confinanti erano i Suessioni, che possedevano un territorio molto vasto e fertile, fra i quali c’era stato un re ricordato anche fra noi, Diviziaco, il sovrano più potente di tutta la Gallia, signore non solo di molte regioni del paese ma anche della Britannia; ora il re era Galba, al quale, per la sua giustizia e saggezza, era stato conferito per unanime consenso il comando supremo della guerra; le loro città erano dodici ed essi si erano impegnati a fornire cinquantamila uomini, come pure i Nervi, che erano i più lontani e avevano fama di essere i più feroci tra i Belgi; gli Atrebati avevano promesso quindicimila uomini, gli Ambiani diecimila, i Morini venticinquemila, i Menapi settemila, i Caleti diecimila, altrettanti i Veliocassi e i Viromandui, gli Atuatuci diciannovemila; mentre si pensava che i Condrusi, gli Eburoni, i Cerosi e i Pemani, complessivamente indicati con il nome di Germani, ne avrebbero forniti circa quarantamila.

5 – Cesare confortò i Remi e rivolse loro benevole parole, ordinò che tutti i loro senatori si recassero da lui per una riunione e chiese che gli fossero consegnati in ostaggio i figli dei cittadini più nobili. Tutte queste disposizioni vennero puntualmente eseguite nel giorno fissato. Poi moltiplicò le pressioni sull’eduo Diviziaco, mostrandogli quanto fosse vitale, per la Repubblica e per la sopravvivenza di tutti, tenere separate le forze nemiche, per non dover fare fronte in un solo scontro ad un esercito così numeroso. E ciò era possibile se gli Edui fossero penetrati nei territori dei Bellovaci, iniziando a devastarli. Dopo avergli affidato tale incarico, lo congedò. Quando seppe, dagli esploratori inviati da lui e dai Remi, che tutte le truppe dei Belgi, concentrate in un unico luogo, avanzavano contro di lui ed erano ormai vicine, si affrettò a tradurre l’esercito al di là del fiume Assona, che scorre nei più lontani territori dei Remi, e lì si accampò. In questo modo difendeva un lato dell’accampamento per mezzo della riva del fiume, metteva al riparo dai nemici la zona alle sue spalle e garantiva l’afflusso dei rifornimenti inviati dai Remi e dalle altre popolazioni. Sul fiume c’era un ponte. Su una sponda pose un presidio e lasciò sull’altra il suo luogotenente Quinto Titurio Sabino con sei coorti; diede ordine di fortificare l’accampamento con una palizzata di dodici piedi d’altezza e un fossato larga diciotto.

6 – Una città dei Remi chiamata Bibrax distava otto miglia dall’accampamento. Appena giunti, i Belgi cominciarono a stringerla d’assedio violentemente. Per quel giorno, a stento, la città resistette. I Belgi usano la stessa tattica di assedio dei Galli: circondano il perimetro delle mura con un gran numero di soldati e iniziano a lanciare pietre da ogni parte, costringendo i difensori ad abbandonare i propri posti; quindi formano una testuggine con gli scudi e cercano di abbattere le mura. E in quella circostanza una tale tecnica era facilmente attuabile, poiché erano così numerosi quelli che scagliavano pietre e dardi, che nessuno dei difensori aveva la possibilità di rimanere sulle mura. Quando la notte costrinse i Belgi a interrompere l’assedio, il Remo Iccio, personaggio di nobilissima stirpe e di grande influenza tra i suoi, e all’epoca capo della città, già membro dell’ambasceria venuta da Cesare a trattare la pace, gli inviò un messo, dicendo che, se non gli fossero pervenuti soccorsi, non sarebbe stato in grado di resistere più a lungo.

7 – Cesare, nel cuore della notte, sotto la guida dei messi inviati da Iccio, manda di rinforzo agli abitanti truppe della Numidia, arcieri cretesi e frombolieri delle Baleari. Il loro arrivo riaccese le speranze dei Remi e la loro voglia di combattere, mentre per lo stesso motivo i nemici persero la speranza di poter prendere la città. Perciò, rimasero per un certo periodo nei dintorni, devastando i campi dei Remi e incendiando tutti i villaggi e gli edifici che poterono raggiungere, poi, mossero in forze verso il campo di Cesare e posero le tende a meno di due miglia di distanza: e il loro accampamento, a giudicare dal fumo e dai fuochi, si estendeva per almeno otto miglia.

8 – Cesare, in un primo tempo, considerando sia il numero dei nemici, sia la loro fama di soldati estremamente valorosi, decise di soprassedere e di evitare lo scontro. Ogni giorno, però, con attacchi di cavalleria saggiava il valore dei nemici e il coraggio dei Romani. Constatò che i nostri non erano inferiori e che il terreno di fronte all’accampamento era adatto per sua natura a schierare l’esercito, e vantaggioso perché il colle su cui si trovava il nostro campo, sovrastante leggermente la pianura, si estendeva frontalmente per uno spazio equivalente a quello che poteva occupare l’esercito in formazione da battaglia, aveva entrambi i fianchi scoscesi e davanti digradava dolcemente e regolarmente verso la pianura. Perciò ordinò di scavare, alla base di entrambi i fianchi della collina, due fosse trasversali di circa quattrocento passi, alle estremità delle quali fece erigere due fortini e vi collocò le catapulte, per evitare che, una volta dispiegate le truppe, il nemico, che era così numeroso, potesse accerchiare dai fianchi i suoi soldati durante la battaglia. Fatto ciò, lasciò nell’accampamento le due legioni arruolate per ultime, pronte a intervenire in caso di necessità, e schierò a battaglia le altre sei di fronte al campo. Allo stesso modo i nemici fecero uscire le loro truppe e le schierarono per lo scontro.

9 – Tra il nostro esercito e il nemico c’era una palude non molto grande. I nemici aspettavano che i nostri la varcassero; i nostri, invece, si tenevano pronti con le armi in pugno, per assalirli nella difficoltà del guado, se avessero tentato per primi il passaggio. Nel frattempo, le cavallerie dei due eserciti si scontravano. Nessuno osò attraversare per primo la palude, perciò, dopo che i nostri cavalieri ebbero la meglio, Cesare ricondusse i suoi uomini nell’accampamento. I nemici si diressero immediatamente al fiume Assona, che scorreva – come si è già detto – dietro il nostro accampamento. Trovato qualche guado, tentarono di tradurre sull’altra sponda parte delle truppe con l’intenzione, nel migliore dei casi, di espugnare il fortino comandato dal luogotenente Quinto Titurio e di distruggere il ponte, o almeno di devastare i campi dei Remi, che per noi erano di vitale importanza al fine di proseguire la guerra, e di tagliarci i rifornimenti.

10 – Cesare, informato da Titurio, portò al di là del ponte tutta la cavalleria, i Numidi armati alla leggera, i frombolieri e gli arcieri, e marciò contro il nemico. La battaglia fu aspra. I nostri assalirono i nemici mentre stavano attraversando il fiume ed erano in difficoltà, uccidendone la maggior parte; i superstiti, con estrema audacia, tentarono di compiere il guado passando sui corpi dei caduti, ma vennero respinti con un nugolo di frecce; i primi giunti sull’altra sponda furono circondati e uccisi dalla cavalleria. Quando i nemici si resero conto di non aver più speranze di espugnare la città, né di attraversare il fiume, e videro che i nostri non avanzavano per dare battaglia su un terreno sfavorevole, dato che anche le loro scorte di grano cominciavano a scarseggiare, convocarono un’assemblea e decisero che la cosa migliore era di tornare tutti a casa propria, e alla prima invasione dell’esercito romano nel territorio di qualcuno sarebbero accorsi in sua difesa: così avrebbero combattuto nei propri territori, non in quelli di altri, e si sarebbero potuti servire delle scorte di grano che avevano in patria. Oltre a tali motivi, giunsero a questa decisione perché avevano saputo che Diviziaco e gli Edui si stavano avvicinando ai territori dei Bellovaci e non si poteva convincere questi ultimi a restare lì più a lungo e a non soccorrere i loro.

11 – Presa tale decisione, a notte inoltrata i Belgi lasciarono l’accampamento con grande strepito e tumulto, senza seguire un ordine preciso o il comando di qualcuno; ognuno tentava di raggiungere la testa della colonna per rientrare in patria al più presto, tanto che la loro partenza sembrava piuttosto una fuga. Gli esploratori riferirono immediatamente la cosa a Cesare, ma egli, temendo una trappola, poiché non aveva ancora capito il motivo della loro partenza, trattenne l’esercito e la cavalleria nell’accampamento. Alla prima luce del giorno, quando gli esploratori confermarono la notizia, Cesare mandò in avanti tutta la cavalleria, per ostacolare la retroguardia nemica, agli ordini dei luogotenenti Quinto Pedio e Lucio Aurunculeio Cotta; e al luogotenente Tito Labieno ordinò di seguirli con tre legioni. Essi assalirono la retroguardia avversaria e l’inseguirono per molte miglia; grande fu la strage dei Belgi in fuga, giacché mentre gli ultimi, una volta raggiunti dai nostri, si fermarono e ressero con vigore l’assalto, i primi, invece, ritenendosi fuori pericolo e non essendo trattenuti dalla necessità o da alcun comando, non appena udirono i clamori della battaglia, ruppero l’ordine di marcia e cercarono di salvarsi dandosi tutti alla fuga. Così, senza correre pericolo alcuno, i nostri ne uccisero tanti per tutta la durata del giorno; solo al tramonto desistettero e, secondo gli ordini ricevuti, rientrarono all’accampamento.

12 – L’indomani Cesare, prima che i nemici potessero riaversi dal terrore e dallo scompiglio della fuga, condusse l’esercito nei territori dei Suessioni, vicino ai Remi, e a marce forzate raggiunse la città di Novioduno. Appena giunto, tentò subito di espugnarla, poiché si diceva che era senza difensori; ma il fossato era così largo e le mura così alte che anche i pochi difensori non glielo permisero. Forfificato allora l’accampamento, provvide a spingere in avanti le tettoie e ad allestire tutto ciò che serve ad un assedio. Nel frattempo, tutti i Suessioni che si erano dati alla fuga rientrarono in città la notte successiva. Rapidamente accostate le tettoie alla città, fu innalzato un terrapieno e costruite delle torri. L’imponenza delle opere costruite con tale rapidità dai Romani, mai viste dai Galli o di cui non avevano mai sentito parlare prima, li sconvolse. Mandarono quindi a Cesare un’ambasceria per offrire la resa e, su richiesta dei Remi, ottennero salva la vita.

13 – Cesare, ricevuti in ostaggio i cittadini più nobili e due figli del re Galba stesso, dopo la consegna di tutte le armi che vi erano in città, accettò la resa dei Suessioni e condusse l’esercito contro i Bellovaci. Costoro si erano asserragliati con tutti i loro beni nella città di Bratuspanzio, e quando Cesare e il suo esercito distavano circa cinque miglia, tutti i più anziani uscirono dalla città con le mani protese verso di lui e iniziarono a esprimere, con parole e con gesti, l’intenzione di porsi sotto la sua protezione e autorità e di non combattere con il popolo romano. Allo stesso modo, quando si avvicinò alla città e piantò le tende, i bambini e le donne dall’alto delle mura, con le mani protese secondo il loro costume, chiesero pace ai Romani.

14 – In loro favore parlò Diviziaco, che dopo la ritirata dei Belgi aveva rimandato in patria le truppe degli Edui ed era tornato presso di lui: i Bellovaci in ogni circostanza si erano dimostrati alleati e amici degli Edui; a spingere il popolo erano stati i capi con i loro discorsi, sostenendo che gli Edui, asserviti da Cesare, subivano umiliazioni e offese di ogni sorta, e per questo motivo si erano staccati dagli Edui per fare guerra al popolo romano. I responsabili di questa decisione, consapevoli del danno arrecato alla loro gente, erano fuggiti in Britannia. Non solo i Bellovaci, ma anche gli Edui per loro gli chiedevano di usare clemenza e generosità. Così facendo, avrebbe accresciuto presso tutti i Belgi il prestigio degli Edui, che, in qualunque guerra, l’avevano sempre sostenuto con truppe e risorse.

15 – Cesare disse che per rispetto di Diviziaco e degli Edui, avrebbe accolto e tenuto sotto la sua protezione quella gente; e poiché erano un popolo di grande autorità tra i Belgi e molto numerosi, chiese seicento ostaggi. Consegnati gli ostaggi insieme a tutte le armi della città, passò nella regione degli Ambiani, che senza indugio si arresero e gli diedero tutti i loro beni. Gli Ambiani confinavano con i Nervi, e sul carattere e sui costumi di questi ultimi seppe quanto segue: i mercanti non avevano alcun accesso al loro paese, non permettevano che si introducessero vino o altri prodotti di lusso, perché ritenevano che indebolissero gli animi e diminuissero il loro valore; gente fiera e molto valorosa, accusavano duramente gli altri Belgi di essersi arresi al popolo romano, rinnegando la patria e la virtù dei padri; loro certo non avrebbero inviato ambascerie né accettato la pace, a nessuna condizione.

16 – Dopo tre giorni di marcia nel loro territorio, venne a sapere dai prigionieri che il fiume Sabi non distava più di dieci miglia dal suo accampamento; al di là del fiume si erano attestati tutti i Nervi e aspettavano l’arrivo dei Romani insieme agli Atrebati e ai Viromandui, loro confinanti, che avevano persuaso a tentare la stessa sorte in guerra; attendevano anche le truppe degli Atuatuci, che erano già in marcia; le donne e chi, per ragioni d’età, non pareva essere utile al combattimento, erano stati ammassati in un luogo che le paludi rendevano inaccessibile a un esercito.

17 – Saputo tali cose, mandò in avanscoperta esploratori e centurioni con l’incarico di scegliere una zona adatta per accamparsi. Al seguito di Cesare c’erano parecchi Belgi e Galli che si erano arresi; alcuni di essi, come si seppe in seguito dai prigionieri che vennero fatti, dopo aver osservato l’ordine di marcia del nostro esercito durante quei giorni, raggiunsero nottetempo i Nervi e riferirono che tra una legione e l’altra procedeva un gran numero di salmerie, per cui non era affatto difficile assalire la prima legione non appena fosse giunta al campo, mentre le altre erano lontane e i soldati ancora impacciati dagli zaini; messa in fuga la prima legione e saccheggiate le salmerie, le rimanenti legioni non avrebbero resistere. Il consiglio di questi informatori era rafforzato dal fatto che fin dai tempi più antichi i Nervi non avevano contingenti di cavalleria – neppure ai giorni nostri si preoccupavano di averne, ma tutta la loro forza risiedeva nella fanteria – perciò, per ostacolare i cavalieri dei popoli vicini in caso di razzia, incidevano gli alberi ancora giovani e li piegavano, facendo crescere i rami, alti e fitti, in senso orizzontale, intervallando ad essi rovi e arbusti spinosi; in tale modo avevano ottenuto delle siepi che offrivano una difesa simile a un muro, impedendo non solo il passaggio, ma anche la vista. Dato che tali ostacoli si opponevano alla marcia del nostro esercito, i Nervi ritennero di non dover scartare il piano proposto.

18 – La conformazione naturale del luogo scelto dai nostri per l’accampamento era la seguente: una collina digradava in modo uniforme dalla sommità fino al fiume Sabi, di cui s’è già fatto cenno. Sulla riva opposta sorgeva un’altra collina, con identica pendenza, che fronteggiava la prima, alta circa duecento passi e brulla nella parte inferiore, mentre sulla cima aveva fitti boschi, impenetrabili alla vista. In quella boscaglia si tenevano nascosti i nemici; nella zona senza vegetazione, lungo il fiume, si scorgevano solo poche squadre di cavalleria. La profondità del fiume era di circa tre piedi.

19 – Cesare, mandata in avanti la cavalleria, la seguiva con tutte le truppe, ma non con la disposizione e l’ordine di marcia che i Belgi avevano riferito ai Nervi. Infatti, poiché si trovava in prossimità del nemico, Cesare, secondo sua abitudine, faceva avanzare sei legioni libere da carichi, ponendo alle loro spalle i bagagli di tutto l’esercito; le due legioni arruolate di recente chiudevano lo schieramento e difendevano le salmerie. La nostra cavalleria attraversò il fiume, insieme ai frombolieri e agli arcieri, e si scontrò con i cavalieri nemici. Questi si ritiravano sistematicamente nei boschi presso i compagni e, da lì, sferravano di nuovo l’attacco contro i nostri, che non osavano inseguire l’avversario in ritirata oltre il limite della radura senza vegetazione. Nel frattempo, le sei legioni che erano in testa avevano tracciato lo spazio e iniziato a fortificare il campo. Quando i nemici, nascosti nelle selve, che avevano già formato le linee di attacco e le file, spronandosi alla lotta, videro i primi carri del nostro esercito – e questo era il segnale convenuto tra loro per l’attacco – si lanciarono in massa in avanti e investirono i nostri cavalieri. Li volsero in fuga con facilità e li dispersero, poi scesero di corsa verso il fiume von velocità tale, che sembrava quasi che fossero, nello stesso istante, sul limitare dei boschi, nel fiume e già addosso ai nostri. Poi, con altrettanta rapidità, salirono su per il colle opposto e si diressero contro il nostro accampamento e i legionari intenti a fortificarlo.

20 – Cesare si trovò a dover far tutto contemporaneamente: innalzare il vessillo che era il segnale di correre alle armi, dare l’altro segnale con la tromba, richiamare i soldati dai lavori, comandare il rientro ai legionari che si erano allontanati un po’ troppo in cerca di materiale, formare la linea di combattimento, incitare i soldati e dare il segnale d’attacco. La mancanza di tempo e l’incalzare dei nemici impedivano di eseguire tutto ciò. Ma a fronte di tali difficoltà due fattori erano d’aiuto: la perizia e l’esperienza dei nostri soldati, che, addestrati dalle precedenti battaglie, erano capaci di imporsi da soli, non meno bene e senza istruzioni da altri, la condotta necessaria; inoltre, Cesare aveva ordinato ad ogni luogotenente di non allontanarsi dalla propria legione prima del termine delle fortificazioni. Essi dunque, vista la vicinanza e la rapidità dei nemici, senza attendere ordini da Cesare, presero personalmente le decisioni che ritenevano opportune.

21 – Cesare, impartiti gli ordini necessari, corse, guidato dal caso, a spronare i soldati e arrivò alla decima legione. Nel suo discorso si limitò ad esortare i soldati di rammentarsi dell’antico valore, di non lasciarsi turbare, di reggere con vigore all’assalto nemico; e dato che i Nervi erano quasi a portata delle frecce, diede il segnale d’attacco. Mosse poi in un’altra direzione, sempre con lo scopo di fare altrettanto, ma vi giunse che già si stava combattendo. Il tempo fu talmente breve e i nemici così risoluti al combattimento, che non solo non si riuscì a sistemare le insegne del grado, ma neppure a mettersi in testa gli elmi o a togliere le fodere dagli scudi. Chi tornava dai lavori si fermò dove capitava e presso le prime insegne che vide, per non perdere tempo nella ricerca dei propri commilitoni.

22 – L’esercito si schierò tenendo presente non tanto un ordine tattico razionale, quanto come richiesero la conformazione naturale del luogo, il pendio del colle e le circostanze. Poiché le legioni resistevano separatamente ai nemici in zone diverse, e le siepi fittissime, di cui si è detto in precedenza, impedivano la vista, non era possibile predisporre contingenti di riserva in un luogo ben certo, provvedere alle necessità di ciascun settore e diramare ordini per tutti da un unico comandante. Perciò, tra tali e tante sfavorevoli situazioni, si susseguivano eventi del tutto fortuiti.

23 – I soldati della nona e della decima legione, schierati sull’ala sinistra, lanciarono i giavellotti sugli Atrebati, rimasti senza fiato per la corsa e sfiniti dalle ferite, ai quali era toccato là di combattere; rapidamente li costrinsero a retrocedere dall’alto fino al fiume, li inseguirono con le spade in pugno mentre tentavano il guado e si trovavano in difficoltà, e ne fecero strage. Poi attraversarono anch’essi il fiume senza esitazione e avanzarono in una posizione sfavorevole, ove i nemici, a loro volta, opposero resistenza, riprendendo la battaglia, ma i nostri li volsero in fuga. Anche in un altro settore, due legioni, l’undicesima e l’ottava, agendo separatamente, avevano sbaragliato in combattimento i Viromandui, con i quali si erano scontrate, e dalla sommità del colle combattevano ormai sulla riva del fiume. Ma quasi tutto l’accampamento era rimasto sguarnito sul fronte e sulla sinistra, poiché la dodicesima legione e, non lontano, la settima avevano preso posto sull’ala destra: perciò tutti i Nervi puntarono lì a ranghi serrati, sotto la guida di Boduognato, il comandante in capo. Una parte di essi iniziò una manovra per aggirare le legioni dal fianco scoperto, mentre l’altra parte si diresse verso la sommità del campo.

24 – Nel frattempo, i nostri cavalieri e i fanti armati alla leggera – che al primo assalto dei nemici, come già s’era detto, si trovavano fra i reparti sbagliati – rientravano nell’accampamento; ma trovandosi di fronte i nemici, si sbandarono nuovamente, in un’altra direzione. A loro volta i caloni, che dalla porta posteriore e dalla sommità del colle avevano visto i nostri vittoriosi portarsi oltre il fiume, uscirono dall’accampamento per fare bottino; ma voltatisi indietro, scorsero i nemici nel nostro campo, e si diedero precipitosamente alla fuga. I soldati poi che sopraggiungevano con le salmerie cominciarono a gridare e a disperdersi in preda al panico dove capitava. Tale confusione scosse i cavalieri treviri, che pure godono fra i Galli di una fama di straordinario valore e che erano stati mandati dal loro popolo in aiuto a Cesare; quando videro il nostro campo pieno di nemici, le legioni pressate e quasi circondate, i caloni, i cavalieri, i frombolieri e i Numidi sgominati e dispersi in una fuga disordinata, convinti che la nostra situazione fosse disperata, si diressero in patria; là riferirono che i Romani erano stati completamente sconfitti e che il loro accampamento e le salmerie erano caduti in mano dei nemici.

25 – Cesare, dopo il suo discorso alla decima legione, si era diretto verso l’ala destra, dove vide che i suoi erano alle strette e che i soldati della dodicesima legione, premuti nel punto dove le insegne erano state raccolte, si impacciavano a vicenda nell’azione; che tutti i centurioni della quarta coorte erano caduti, un vessillifero ucciso e il vessillo perduto, quasi tutti i centurioni delle altre coorti feriti o uccisi, e tra di essi il primipilo Publio Sestio Baculo, soldato di grandissimo valore, sfinito dalle numerose e gravi ferite non riusciva più a reggersi in piedi; che anche gli altri andavano esaurendo le forze e alcuni della retroguardia, abbandonati a se stessi, lasciavano la mischia e si sottraevano ai colpi; che il nemico non cessava di avanzare frontalmente dal basso e di premere dai fianchi; che la situazione era critica e che non aveva truppe di rincalzo da fare intervenire: allora prese lo scudo a un soldato della retroguardia, essendo egli giunto fin lì senza, avanzò in prima linea, e là si rivolse ai centurioni chiamandoli per nome, arringò i soldati e diede l’ordine di avanzare dietro le insegne e di allargare i manipoli, perché si potessero usare le spade con maggiore facilità. Il suo arrivo infuse fiducia ai soldati e restituì loro il coraggio: ciascuno voleva dar prova di valore agli occhi del comandante anche in un momento di estremo pericolo, per cui la pressione dei nemici per un po’ fu allentata.

26 – Cesare, vedendo che anche la settima legione, attestata lì a fianco, era ugualmente schiacciata dal nemico, ordinò ai tribuni militari di avvicinare gradualmente le due legioni e, operata una conversione, di assalire i nemici. La manovra permise ai soldati di aiutarsi reciprocamente e cancellò la paura di un accerchiamento alle spalle; questo incoraggiò i nostri a resistere con maggior coraggio e a combattere con più vigore. Nel frattempo, i soldati delle due legioni della retroguardia, rimaste a presidio delle salmerie, non appena ebbero notizia dello scontro, raggiunsero di corsa la cima del colle e lì apparvero ai nemici, mentre Labieno, padrone del campo dei Nervi, dopo aver visto dall’alto quanto stava accadendo nel nostro, mandò in rinforzo la decima legione. Queste truppe, quando seppero dai cavalieri e dai caloni in fuga come stavano le cose e quale minaccia incombesse sull’accampamento, sulle legioni e sul comandante, corsero al massimo per arrivare al più presto.

27 – Il loro arrivo provocò un tale capovolgimento della situazione, che perfino i nostri feriti, che giacevano a terra stremati, si rialzarono appoggiandosi agli scudi e ripresero a combattere; anche i caloni, vedendo i nemici impauriti, affrontarono anche disarmati chi era armato, e i cavalieri, per cancellare l’onta della fuga con una prova di valore, cercarono in tutte le zone dello scontro di superare i legionari stessi. Ma i nemici, sebbene fossero quasi ridotti alla disperazione, diedero prova di grandissimo valore, al punto che, al cedere delle prime file, i soldati delle seconde salirono sui corpi dei caduti e da lì continuarono a combattere; abbattuti anch’essi e ammucchiandosi i cadaveri, i superstiti, come da un tumulo, lanciavano frecce sui nostri e scagliavano indietro i giavellotti da essi intercettati. Non vano ma doveroso sarebbe dunque ritenere valorosi quegli uomini, che osarono attraversare un fiume larghissimo, scalarne le rive tanto alte e muovere all’attacco da una posizione assolutamente sfavorevole: tutte imprese estremamente difficili, che il loro eroismo aveva reso facili.

28 – Quella battaglia ridusse pressoché all’estinzione la stirpe e il nome dei Nervi. Gli anziani, che con le donne e i bambini, come si era detto, erano stati ammassati negli stagni e nelle paludi, non appena seppero l’esito dello scontro, si resero conto che nulla avrebbe ostacolato i vincitori o tutelato i vinti; con il consenso di tutti i superstiti mandarono quindi a Cesare dei messi e si arresero, dichiarando, nel rievocare la disfatta subita, che di seicento senatori ne restavano tre e che di sessantamila uomini in grado di combattere se ne erano salvati a malapena cinquecento. Cesare, per mostrare la sua clemenza verso i miseri e i supplici, li tutelò con ogni cura, concesse loro di restare nei loro territori e città, ingiunse a tutti i popoli limitrofi di non provocare loro offese o danni.

29 – Gli Atuatuci – dei quali abbiamo parlato prima – in marcia con l’esercito al completo in aiuto dei Nervi, non appena seppero l’esito dello scontro, invertirono la marcia e rientrarono in patria, dove sgomberarono ogni città o torre fortificata, per asserragliarsi con tutti i loro beni in una sola roccaforte, molto ben protetta dalla conformazione naturale del terreno. Da ogni lato essa aveva altissime rupi attorno e un’ottima visuale; in un punto soltanto si apriva un accesso, in lieve pendio, non più largo di duecento piedi; lo avevano fortificato con due altissime mura, e ora vi collocarono anche massi enormi e travi acuminate in punta. Questa gente discendeva dai Cimbri e dai Teutoni, i quali nella loro marcia verso la nostra provincia e l’Italia avevano lasciato al di qua del Reno le salmerie che non riuscivano a portarsi dietro, affidandole a seimila dei loro, incaricati di custodirle e proteggerle. Costoro, dopo l’annientamento della propria gente, erano stati per molti anni tormentati dai popoli vicini, li attaccarono o si difesero, finché con il consenso generale delle genti limitrofe, fatta la pace, si scelsero quella regione come propria sede.

30 – In un primo tempo, dopo l’arrivo del nostro esercito, effettuavano spesso sortite dalla roccaforte e si misuravano con i nostri in scaramucce di poco conto; in seguito, circondati da una palizzata di quindici miglia di perimetro con numerosi fortini, restavano entro le mura della città. Le tettoie erano già state spinte in avanti e costruito il terrapieno; ma, quando videro che lontano si stava innalzando una torre, incominciarono subito dalle mura a deridere e a sbeffeggiare ad alta voce i nostri poiché veniva costruito un marchingegno così grande a tanta distanza: su quali mani e quale forza, uomini di statura tanto piccola – tutti i Galli, infatti, disprezzano la nostra statura a confronto dell’imponenza del loro fisico – si illudevano di poter avvicinare alle mura una torre così pesante?

31 – Quando, però, la videro muoversi e avvicinarsi alle mura, furono scossi da quello spettacolo per loro strano e inusitato, e mandarono a Cesare degli emissari per offrire la resa, i quali si espressero circa in tal modo: erano convinti che i Romani in guerra dovevano godere dell’aiuto divino, visto che erano capaci di muovere tanto rapidamente un marchingegno così alto, perciò dissero che si sottomettevano con tutti i propri beni alla loro autorità. Una sola chiedevano e supplicavano: se mai egli avesse deciso di risparmiarli dando ancora prova della clemenza e mitezza di cui avevano sentito parlare, lo pregavano di non essere spogliati delle armi. Quasi tutti i popoli confinanti erano loro nemici e invidiosi del loro valore, e una volta consegnate le armi, non avrebbero potuto difendersi da costoro. Se dovevano essere ridotti in quella condizione funesta, preferivano subire dal popolo romano qualsiasi punizione anziché morire tra i tormenti per mano di gente che a lungo avevano comandato.

32 – A ciò Cesare rispose: egli li avrebbe risparmiati più per proprio costume che per loro merito, se si fossero arresi prima che l’ariete avesse toccato le mura; ma l’unica condizione di resa era la consegna delle armi. Egli si sarebbe regolato come con i Nervi, ordinando ai popoli loro confinanti di non infliggere torti a chi si era arreso al popolo romano. Riferita la cosa ai propri connazionali, si dichiararono disposti a obbedire. Dal muro gettarono nel fosso davanti alla città una tale quantità di armi, che il cumulo raggiungeva quasi la sommità del muro e l’altezza del nostro terrapieno; e tuttavia – come si scoprì in seguito – avevano nascosto in città e trattenuto circa un terzo delle armi. Aperte quindi le porte, per quel giorno rimasero tranquilli.

33 – Verso sera Cesare ordinò di chiudere le porte e ai soldati romani di lasciare la città, per evitare che si verificassero atti di violenza nei confronti degli abitanti. Questi, come si capì in seguito, secondo un piano architettato in precedenza, pensando che dopo la resa i nostri avrebbero tolto i posti di guardia o avrebbero almeno allentato la sorveglianza, con le armi che si erano tenute e avevano nascosto oppure con scudi di corteccia o vimini intrecciati, ricoperti di pelli sul momento, come richiedeva il poco tempo a disposizione, dopo mezzanotte tentarono in massa un’improvvisa sortita, dirigendosi contro le nostre fortificazioni nel punto in cui sembrava più facile salire. Rapidamente coi fuochi, come Cesare aveva ordinato, furono fatte segnalazioni e dai fortini più vicini i nostri accorsero là. Il nemico lottò con l’accanimento dei guerrieri valorosi, che erano costretti a combattere, nel momento estremo e in una posizione sfavorevole, sotto il lancio delle frecce che i nostri scagliavano su di loro dal terrapieno e dalle torri, e riponendo ogni speranza solo nel proprio valore. Ne vennero uccisi circa quattromila, gli altri furono ricacciati in città. Il giorno seguente furono abbattute le porte, ormai senza difensori, e i nostri soldati entrarono in città. Cesare vendette all’incanto tutto quanto il bottino. Dai compratori gli fu riferito il numero dei prigionieri: cinquantatremila.

34 – Nello stesso tempo venne informato da Publio Crasso, da lui mandato con una legione nelle terre dei Veneti, degli Unelli, degli Osismi, dei Coriosoliti, degli Esuvi, degli Aulerci e dei Redoni, che tutti questi popoli marittimi che si affacciano sull’Oceano erano stati sottomessi all’autorità e al dominio del popolo romano.

35 – Portate a termine tali imprese fu pacificata tutta la Gallia, e tale fu la fama di questa guerra che si diffuse tra i barbari, che i popoli d’oltre Reno inviarono a Cesare ambascerie impegnandosi alla consegna di ostaggi e all’obbedienza. Cesare, che aveva fretta di partire per l’Italia e l’Illirico, ordinò ai messi delle legazioni di ripresentarsi da lui all’inizio dell’estate seguente. E, condotte le legioni negli accampamenti invernali, fra i Carnuti, gli Andi, i Turoni e altri popoli vicini ai luoghi in cui avevano combattuto, partì per l’Italia. In seguito alle sue imprese, comunicate per lettera da Cesare stesso, furono decretati quindici giorni di ringraziamento, onore mai tributato a nessuno prima di allora.

LIBRO TERZO

1 – Cesare, partendo per l’Italia, mandò Servio Galba con la dodicesima legione e parte della cavalleria contro i Nantuati, i Veragri e i Seduni, i cui territori dai confini degli Allobrogi, dal lago Lemano e dal Rodano si stendono fino alla cima delle Alpi. Lo scopo della spedizione era di aprire la via attraverso le Alpi, che abitualmente i mercanti percorrevano sottoposti a gravi pericoli e pesanti dazi. Se lo avesse ritenuto opportuno, il comandante aveva il permesso di svernare con la legione in quei luoghi. Galba riportò alcuni successi in battaglia ed espugnò parecchi castelli di quei popoli, ricevette ambascerie da ogni parte e ostaggi in consegna, concluse la pace e decise di stanziare due coorti nelle terre dei Nantuati, mentre con le rimanenti coorti della sua legione egli pose i quartieri d’inverno in un villaggio dei Veragri di nome Octoduro. Il villaggio era situato in una valle che sboccava in una ristretta pianura ed era chiuso tutt’attorno da monti altissimi. Dato che un fiume divideva il villaggio in due parti, Galba ne concesse una ai Galli per svernarvi, mentre l’altra, evacuata dagli abitanti, la riservò alle sue coorti. Fortificò il posto con una palizzata e un fossato.

2 – Trascorsi già diversi giorni nei quartieri invernali e dato ordine di consegnare le scorte di grano, seppe improvvisamente dagli esploratori che nella notte tutta la popolazione era fuggita dalla parte di villaggio concessa ai Galli e che le montagne sovrastanti erano occupate da una massa enorme di Seduni e Veragri. I motivi che avevano spinto i Galli a decidere velocemente di riprendere le armi e di annientare la nostra legione erano molteplici: primo, perché disprezzavano l’esiguità di una legione, la quale, poi, non era al completo giacché le mancavano due coorti e molti soldati che, a piccoli gruppi, erano stati mandati in cerca di provviste; secondo, poiché supponevano che i nostri, a causa della posizione svantaggiosa, non avrebbero potuto reggere neppure al primo assalto, allorché essi, scagliando dardi, si fossero lanciati all’attacco dai monti verso la valle. A ciò si aggiungeva il dolore per la sottrazione dei loro figli ceduti come ostaggi e la convinzione che i Romani volessero occupare le cime delle Alpi non solo per garantirsi i passi, quanto per prendere definitivamente possesso delle loro regioni, annettendole alla nostra provincia.

3 – Avute tali notizie, Galba, sebbene le opere di fortificazione dei quartieri invernali non fossero state ultimate, né vi fossero scorte sufficienti di grano o di viveri, dato che, dopo la resa e la consegna degli ostaggi, aveva ritenuto di non dover temere una guerra, convocò d’urgenza il consiglio e chiese il parere di tutti. Nel consiglio, il pericolo grave e repentino, giunto contro ogni aspettativa, e la vista di quasi tutti i monti circostanti occupati da una moltitudine di nemici in armi, senza possibilità di rinforzi e di viveri causa le vie di comunicazione tagliate, spinse alcuni, perduta ormai ogni speranza di salvezza, ad esprimere la proposta di lasciare i bagagli e di tentare con una sortita di porsi in salvo per la via da cui erano giunti. La maggioranza, però, decise di adottare tale piano solo in caso di necessità estrema, limitandosi per il momento ad attendere lo sviluppo della situazione e a difendere il campo.

4 – Dopo un breve intervallo, appena sufficiente ad approntare le cose e ad eseguire gli ordini impartiti, i nemici, ad un segnale stabilito, si slanciarono in avanti da tutte le direzioni, scagliando pietre e pesanti aste contro il vallo. In un primo tempo i nostri, ancora nel pieno delle forze, li contrastarono con vigore, senza scagliare a vuoto nessuna freccia dall’alto dello steccato ed accorrendo per portare aiuto dove l’accampamento, sguarnito di difensori, appariva in pericolo. Ma, nel prolungarsi della battaglia, apparve chiaro in cosa eravamo inferiori: i nemici stanchi uscivano dalla mischia, lasciando il posto ad altri freschi di forze; i nostri, invece, non avevano modo di darsi il cambio per la scarsità del loro numero, anzi, non solo non veniva concesso a chi era stanco di allontanarsi dalla battaglia, ma neppure i feriti avevano la possibilità di abbandonare il proprio posto e di ritirarsi.

5 – Si combatteva senza tregua da più di sei ore e ormai ai nostri venivano a mancare non solo le forze, ma anche le frecce; mentre  nemici incalzavano con impeto ancora maggiore e già, al cedere dei nostri, avevano iniziato ad abbattere la palizzata e a riempire il fossato. La situazione era giunta ormai all’estremo, allora Publio Sestio Baculo, centurione primipilo – abbiamo prima ricordato che, durante la guerra con i Nervi, aveva riportato numerose ferite – e anche Gaio Voluseno, un tribuno militare, uomo di grande saggezza e valore, si precipitarono da Galba per dirgli che restava un’unica speranza di scampo: tentare come ultima risorsa una sortita. Convocati i centurioni, Galba diede rapidamente ordine ai legionari di sospendere per il momento il combattimento, limitandosi a evitare i dardi nemici e a riprendere fiato: poi, ad un segnale stabilito, dovevano erompere dall’accampamento e porre ogni speranza di salvezza nel proprio valore.

6 – I legionari eseguirono gli ordini e si lanciarono immediatamente all’attacco da tutte le porte, senza lasciare al nemico la possibilità di capire che cosa stesse accadendo e di riorganizzarsi. La fortuna si capovolse; i nemici, già sicuri di aver in pugno l’accampamento, vennero invece circondati e bloccati da ogni parte e degli oltre trentamila uomini, tanti risultavano essere i barbari che erano arrivati davanti all’accampamento, i nostri ne uccisero più di un terzo e il resto, in preda al panico, venne volto in fuga, senza permettergli neppure di attestarsi sulle alture. Messe in rotta così e private delle armi tutte le forze nemiche, i legionari si ritirarono nelle fortificazioni dell’accampamento. Dopo tale battaglia, Galba non volle mettere ulteriormente alla prova la sorte, rammentandosi che v’era grossa differenza tra lo scopo della sua venuta in quel luogo per svernare e le situazioni nelle quali era incorso. Perciò, spinto soprattutto dalla scarsità di grano e di viveri, il giorno successivo diede fuoco a tutti gli edifici del villaggio e si mise in cammino sulla via del ritorno, verso la provincia; senza che il nemico gli sbarrasse la strada o ne rallentasse la marcia, guidò incolume la legione nei territori dei Nantuati e di lì fino a quelli degli Allobrogi, dove trascorse l’inverno.

7 – Dopo tali eventi, Cesare aveva tutti i motivi di ritenere la Gallia sottomessa: i Belgi erano stati battuti, i Germani scacciati, vinti i Seduni sulle Alpi. Così, all’inizio dell’inverno, partì per l’Illirico, perché voleva conoscerne i popoli e visitarne le regioni, ma improvvisamente in Gallia divampò la guerra. Il motivo fu questo: il giovane Publio Crasso stava svernando con la settima legione nei pressi dell’Oceano, nel territorio degli Andi. Poiché nella zona il frumento scarseggiava, mandò alcuni comandanti e tribuni militari presso i popoli confinanti per procurarsi grano e viveri. Tra di essi Tito Terrasidio fu inviato presso gli Esuvi, Marco Trebio Gallo presso i Coriosoliti, Quinto Velanio con Tito Sillio presso i Veneti.

8 – I Veneti sono il popolo che, lungo tutte le coste di quella regione, esercitano la maggiore influenza, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia perché nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri; inoltre, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi. I Veneti, per primi, presero l’iniziativa di trattenere Sillio e Velanio, con l’idea di recuperare, mediante uno scambio, gli ostaggi consegnati a Crasso. Dato che le decisioni dei Galli sono improvvise e repentine, la loro influenza spinse i anche i popoli limitrofi a trattenere Trebio e Terrasidio con le stesse intenzioni; si scambiarono in fretta delegazioni, e i loro capi concordarono di non prendere alcuna iniziativa, se non di comune accordo, per affrontare insieme, qualunque fosse, l’esito della sorte. Sollecitarono anche gli altri popoli a difendere la libertà ereditata dai loro avi anziché sopportare la schiavitù dei Romani. Ben presto tutti i popoli della costa ne sposarono la causa e mandarono un’ambasceria unitaria a Publio Crasso: restituisse loro gli ostaggi, se voleva riavere i suoi uomini.

9 – Cesare, informato della situazione da Crasso, trovandosi troppo lontano, si limitò a dar ordine, per il momento, di costruire delle navi da guerra lungo il fiume Loira, che sfocia nell’Oceano, di arruolare rematori dalla provincia e di procurare marinai e timonieri. Dopo aver celermente provveduto a tutto ciò, non appena la stagione lo consentì, egli stesso raggiunse l’esercito. I Veneti e le altre genti, saputo dell’arrivo di Cesare e rendendosi conto della gravità del proprio misfatto – avevano trattenuto e gettato in catene degli ambasciatori, uomini il cui titolo è da sempre sacro e inviolabile presso tutte le nazioni – intrapresero preparativi di guerra commisurati a un pericolo tanto grande, provvedendo in particolare a procurarsi tutto ciò che serve per le navi; la loro speranza era tanto maggiore, poiché confidavano molto sulla conformazione naturale del paese. Sapevano, infatti, che le vie di terra erano tagliate dagli estuari dei fiumi e che la nostra navigazione presentava difficoltà per gli inesperti dei luoghi e per la scarsità degli approdi; inoltre, confidavano che le nostre truppe, per la carenza di grano, non potessero trattenersi a lungo. E anche ammesso che tutto si fosse svolto in modo contrario alle loro aspettative, essi avevano il predominio sul mare, mentre i Romani non disponevano di una flotta, non conoscevano i passaggi, gli approdi, le isole delle zone in cui si sarebbe combattuto; infine, sapevano perfettamente che il navigare in un mare chiuso era ben diverso dal navigare nell’Oceano, così vasto e aperto. Prese tali decisioni, fortificarono le città, vi ammassarono scorte di grano provenienti dalle campagne e concentrarono il maggior numero possibile di navi nella Venezia, dove si pensava che Cesare avrebbe iniziato le operazioni di guerra. Come alleati nella guerra si unirono a loro gli Osismi, i Lexovii, i Namneti, gli Ambiliati, i Morini, i Diablinti e i Menapi; fecero venire aiuti dalla Britannia, situata di fronte alle loro regioni.

10 – Queste che abbiamo esposto sopra erano le difficoltà che la guerra presentava; tuttavia molte erano le ragioni che spingevano Cesare allo scontro: l’offesa dei cavalieri romani trattenuti, la ribellione dopo la resa, il tradimento dopo la consegna degli ostaggi, la coalizione di tante nazioni e, soprattutto, il timore che, se ciò fosse restato impunito, gli altri popoli ritenessero lecito agire nello stesso modo. Egli sapeva bene che quasi tutti i Galli amano i rivolgimenti e che si eccitano alla guerra con facile volubilità, e che la natura spinge tutti gli uomini ad amare la libertà e ad odiare la condizione di asservimento. Perciò, prima che altri popoli potessero unirsi alla coalizione, ritenne opportuno dividere l’esercito per distribuirlo su una zona di territorio più ampia.

11 – Pertanto, mandò il luogotenente Tito Labieno con la cavalleria nella regione dei Treveri, che abitano lungo il Reno. Le sue disposizioni erano sia di prendere contatto con i Remi e gli altri Belgi e di tenerli all’ordine, sia di ostacolare i Germani se, come si diceva, chiamati in aiuto dei Galli, avessero a forza tentato di attraversare il fiume su navi. Ordinò a Publio Crasso di partire per l’Aquitania alla testa di dodici coorti di legionari e di un buon numero di cavalieri, per evitare che quei popoli inviassero aiuti in Gallia e che nazioni così potenti si coalizzassero. Inviò il luogotenente Quinto Titurio Sabino con tre legioni nelle terre dei Venelli, dei Coriosoliti e dei Lexovi con l’ordine di tenerne le forze separate. Il giovane Decimo Bruto fu messo al comando della flotta gallica e delle navi che, dietro suo ordine, erano state fornite dai Pictoni, dai Santoni e dalle altre regioni pacificate, con l’ordine di partire alla volta dei Veneti non appena possibile. Là si diresse egli stesso con la fanteria.

12 – La posizione delle città dei Veneti era in genere la seguente: situate all’estremità di strette lingue di terra e di promontori, erano inaccessibili per via terra quando si alzava la marea, il che si verifica regolarmente ogni dodici ore; ma erano inaccessibili anche dal mare, perché le navi, quando la marea si ritirava di nuovo, rimanevano incagliate nei bassifondi; entrambi questi fattori erano dunque di ostacolo per un assedio. E se anche mai, grazie a imponenti lavori, si riusciva ad arginare il mare con un terrapieno e con dighe, fino a raggiungere l’altezza delle mura, i nemici, quando incominciavano a sentirsi perduti, facevano approdare un gran numero di navi, avendone moltissime, vi imbarcavano tutti i loro beni e si rifugiavano nelle città vicine, dove nuovamente ricominciavano a difendersi, sfruttando gli stessi vantaggi naturali. Essi avevano applicato la loro tattica per gran parte dell’estate anche più agevolmente, in quanto le nostre navi erano state trattenute da tempeste, e in un mare vasto e aperto, soggetto a grandi maree, privo o quasi di approdi, trovavano nella navigazione enormi difficoltà.

13 – Le navi dei Veneti, poi, erano costruite e attrezzate come segue: le carene erano alquanto più piatte delle nostre, per poter resistere con maggior facilità alle secche e alla bassa marea; le prore erano estremamente alte e così pure le poppe, adatte a sopportare la violenza dei flutti e delle tempeste; le navi erano completamente di rovere, capaci di resistere a qualsiasi urto e offesa; le travi di sostegno, dello spessore di un piede, erano fissate con chiodi di ferro della misura di un pollice; le ancore erano legate non con funi, ma con catene di ferro; al posto delle vele usavano pelli e cuoio sottile e morbido – forse perché non avevano lino o non lo sapevano adoperare oppure, ed è più probabile, perché ritenevano che le vele non potessero agevolmente reggere alle tempeste così violente dell’Oceano, al vento tanto impetuoso e al peso dello scafo. La nostra flotta negli scontri poteva risultare superiore solo per rapidità e impeto dei rematori, ma per il resto le navi nemiche erano ben più adatte alla natura del luogo e alla violenza delle tempeste. In effetti, le nostre non potevano danneggiare con i rostri le navi dei Veneti, tanto erano robuste, né i dardi andavano facilmente a segno, perché erano troppo alte; per l’identica ragione risultava arduo trattenerle con gli arpioni. Inoltre, quando il vento cominciava a infuriare e le navi si abbandonavano alle raffiche, le loro riuscivano con maggior facilità a sopportare le tempeste e a navigare nelle secche, senza temere massi o scogli lasciati scoperti dalla bassa marea, tutti pericoli che le nostre navi dovevano paventare.

14 – Cesare espugnò parecchie città, ma vedendo che tanta fatica era vana e che non poteva impedire ai nemici di fuggire, né danneggiarli, decise di aspettare la flotta. Non appena questa giunse e fu avvistata, circa duecentoventi navi nemiche, assai ben equipaggiate e perfettamente attrezzate, salparono e affrontarono le nostre; Bruto, che comandava la flotta, non sapeva bene che cosa fare o quale tattica adottare, e così pure i tribuni militari e i centurioni a capo di ciascuna imbarcazione. Sapevano che il rostro non danneggiava le navi nemiche; se anche avessero costruito delle torri, non avrebbero comunque raggiunto l’altezza delle poppe delle navi barbare; dal basso era più difficile che le frecce andassero a segno, mentre i dardi scagliati dai Galli risultavano micidiali. L’unica arma di grande efficacia preparata dai nostri erano falci acutissime, fissate a lunghi pali, di forma non dissimile dalle falci murali. Le falci agganciavano le funi che assicuravano i pennoni agli alberi delle navi, e le tiravano fino a spezzarle, quando i nostri marinai aumentavano la spinta sui remi. Troncate le funi, i pennoni inevitabilmente cadevano e così contemporaneamente, dato che tutta la forza delle navi dei Galli consisteva nelle vele e nell’attrezzatura, veniva sottratto alla flotta nemica ogni vantaggio. Il resto dipendeva dal valore e in ciò i nostri avevano facilmente la meglio, tanto più che si combatteva al cospetto di Cesare e di tutto l’esercito, per cui ogni atto di un certo coraggio non poteva rimanere nascosto: tutti i colli e le alture circostanti, infatti, da cui la vista dominava a strapiombo sul mare, erano occupati dal nostro esercito.

15 – Una volta abbattuti, come abbiamo descritto, i pennoni, ciascuna nave nemica veniva circondata da due o tre delle nostre e i soldati romani si lanciavano all’abbordaggio con grande impeto. Quando i barbari se ne accorsero, già molte delle loro navi erano state catturate; non trovineando alcun mezzo di difesa contro la tattica romana, cercavano salvezza nella fuga. Avevano già orientato le navi nella direzione in cui soffiava il vento, quando si verificò un’improvvisa, totale bonaccia, che impedì loro di allontanarsi. La cosa fu del tutto favorevole per portare a termine le operazioni: i nostri inseguirono le navi nemiche e le catturarono una a una. Ben poche, di quante erano, riuscirono a prender terra grazie al sopraggiungere della notte. Si era combattuto dalle dieci circa del mattino fino al tramonto.

16 – La battaglia segnò la fine della guerra con i Veneti e i popoli di tutta la costa. Infatti, tutti i giovani e anche tutti gli anziani più assennati e autorevoli si erano là radunati e avevano raccolto in un sol luogo ogni nave disponibile. Perduta la flotta, i superstiti non sapevano dove rifugiarsi, né come difendere le loro città. Perciò, si arresero con tutti i loro beni a Cesare ed egli decise di agire con più rigore nei loro confronti, perché i barbari, per il futuro, imparassero a osservare con maggior scrupolo il diritto che tutela gli ambasciatori. Così, ordinò di mettere a morte tutti i senatori e di vendere come schiavi gli altri.

17 – Mentre accadevano tali avvenimenti nelle terre dei Veneti, Quinto Titurio Sabino, con le truppe fornitegli da Cesare, raggiunse il territorio degli Unelli. Il loro apo era Viridovice, che deteneva anche il comando supremo di tutti i popoli in rivolta, tra i quali aveva raccolto un esercito e truppe numerose nei dintorni. In pochi giorni gli Aulerci, gli Eburovici e i Lexovi, dopo aver ucciso tutti i senatori che non approvavano la guerra, sbarrarono le porte delle loro città e si allearono con Viridovice. Inoltre, da ogni angolo della Gallia era confluita una moltitudine di disperati e delinquenti, che avevano lasciato il lavoro dei campi e le occupazioni quotidiane attratti dal miraggio del bottino e dal desiderio di combattere. Sabino si teneva nell’accampamento, in un luogo ottimo sotto tutti i punti di vista, mentre Viridovice, che si era stanziato lì di fronte, a una distanza di due miglia, schierava ogni giorno le sue truppe a battaglia, offrendo ai Romani la possibilità di combattere. Così, Sabino non solo si procurava il disprezzo dei nemici, ma non veniva risparmiato neppure dalle critiche dei nostri soldati. Diede a tal punto l’impressione di avere paura, che i nemici osavano addirittura avanzare fino al vallo dell’accampamento. Il motivo del suo comportamento era motivato dal fatto che davanti a tanti nemici, e soprattutto in assenza del comandante in capo, riteneva che un legato non dovesse accettare lo scontro, se non su un terreno favorevole o in circostanze vantaggiose.

18 – Sabino, quando s’era ormai radicata l’impressione che avesse timore, scelse un uomo adatto ed astuto, un Gallo delle truppe ausiliarie che aveva con sé. Con la promessa di grandi ricompense lo convinse a passare dalla parte del nemico e gli illustrò cosa volesse da lui. Il Gallo, fingendosi un disertore, quando giunse al campo nemico descrisse il timore dei Romani, espose le difficoltà che i Veneti procuravano a Cesare e rivelò che, non più tardi della notte seguente, Sabino alla testa dell’esercito avrebbe lasciato di nascosto l’accampamento e si sarebbe diretto da Cesare per portargli aiuto. Dopo aver udito queste notizie, tutti gridarono che non bisognava lasciarsi sfuggire una simile occasione: che era necessario marciare sul campo romano. Molte circostanze spingevano i Galli a decidere in tal senso: le esitazioni di Sabino nei giorni precedenti, le conferme date dal disertore, le scarse riserve di viveri, ai quali non avevano provveduto con la dovuta cura, la speranza in una vittoria dei Veneti e il fatto che, generalmente, gli uomini sono inclini a credere vero ciò che desiderano. Spinti da tali sentimenti, non permisero a Viridovice e agli altri capi di lasciare l’assemblea prima di avere ottenuto il consenso di prendere le armi e di assalire l’accampamento romano. Ottenuto il consenso, raccolsero lieti, come se avessero già la vittoria in pugno, fascine e legname per riempire i fossati del campo romano e contro di quello marciarono.

19 – L’accampamento si trovava in cima a un lieve pendio di circa mille passi. I nemici salirono lassù di gran carriera per non dare ai Romani il tempo di radunarsi e di prendere le armi, ma così vi giunsero senza fiato. Sabino esortò i suoi soldati e diede loro il segnale di battaglia che da molto attendevano. Ordinò di piombare repentinamente dalle due porte sui nemici impacciati dal carico delle fascine. Fatto sta che, per la posizione vantaggiosa del luogo, per l’inesperienza e la stanchezza degli avversari, per il valore e l’addestramento dei nostri nelle battaglie precedenti, i nemici non ressero nemmeno al primo assalto e subito volsero in fuga. Le nostre truppe, ancora fresche, li raggiunsero mentre erano in difficoltà e ne fecero strage; i cavalieri inseguirono i superstiti e se ne lasciarono sfuggire ben pochi. Così, contemporaneamente, Sabino venne a sapere della battaglia navale e Cesare della vittoria di Sabino. Immediatamente, tutti gli altri popoli si arresero a Titurio Sabino. Lo spirito dei Galli, infatti, è entusiasta e pronto a dichiarare una guerra, ma il loro carattere è fragile e privo di fermezza nel sopportare le disgrazie.

20 – All’incirca nello stesso tempo Publio Crasso era giunto in Aquitania, regione che, come detto in precedenza, deve essere considerata, per estensione e per numero di abitanti, una delle tre parti della Gallia. Crasso era conscio di dover affrontare un conflitto nella regione dove, pochi anni prima, era stato ucciso il legato Lucio Valerio Preconino e sconfitto il suo esercito, e da dove era fuggito, dopo aver perduto le salmerie, il proconsole Lucio Manlio; si rese conto dunque di dover operare con non poca attenzione. Così fece provviste di grano, si procurò contingenti ausiliari e cavalleria, inoltre arruolò molti valorosi guerrieri, chiamati individualmente da Tolosa, Carcasona e Narbona, città della provincia romana vicine a quelle zone, dopodiché penetrò nella regione dei Soziati. Saputo del suo arrivo, i Soziati radunarono ingenti forze e con la cavalleria, che costituiva il nerbo delle loro truppe, attaccarono il nostro esercito in marcia. Si scontrarono prima di tutto le due cavallerie: la loro venne messa in fuga e la nostra si lanciò all’inseguimento. Allora i nemici all’improvviso dispiegarono la fanteria, che avevano piazzato in un vallone per tendere un’imboscata. Si gettarono addosso ai nostri che si erano disuniti e divampò nuovamente la battaglia.

21 – Lo scontro fu lungo e aspro: i Soziati, forti delle vittorie del passato, ritenevano che dal loro valore dipendesse la salvezza di tutta l’Aquitania; i nostri, invece, desideravano mostrare di che cos’erano capaci sotto la guida di un giovane condottiero, pur senza il comandante in capo e le altre legioni. Alla fine i nemici, fiaccati dai colpi ricevuti, si volsero in fuga. Dopo averne ucciso un gran numero, Crasso puntò direttamente sulla roccaforte dei Soziati e la cinse d’assedio. Di fronte all’aspra resistenza dei nemici, ricorse alle tettoie e alle torri. I Soziati tentarono prima una sortita, poi provarono a scavare dei cunicoli fino al terrapieno e alle torri (professione in cui gli Aquitani sono i più esperti in assoluto, perché nella loro regione si trovano molte miniere di rame e cave di pietra). Tuttavia, allorché si resero conto che i loro sforzi erano vanificati dalla sorveglianza dei nostri, mandano a Crasso una delegazione per offrire la resa. La loro richiesta venne accolta ed essi, dietro suo ordine, consegnano le armi.

22 – Mentre l’attenzione dei nostri era concentrata su questa operazione, dalla parte opposta della città Adiatuano, il capo supremo, tentò una sortita insieme a seicento fedelissimi, che i Galli chiamano solduri. Il costume dei solduri è il seguente: fruiscono di tutti gli agi dell’esistenza insieme alle persone alla cui amicizia si sono votati, ma se quest’ultime periscono in modo violento, essi devono affrontare lo stesso destino oppure suicidarsi; finora, a memoria d’uomo, non risulta che nessuno si sia rifiutato di morire, dopo che era stata uccisa la persona a cui si era votato. Adiatuano, dunque, tentò una sortita con i solduri, ma dalla zona fortificata dove si era diretto si levarono grida e i nostri corsero alle armi. La lotta fu accanita: alla fine Adiatuano venne ricacciato in città e tuttavia ottenne da Crasso la resa alle stesse condizioni degli altri.

23 – Dopo la consegna delle armi e degli ostaggi, Crasso partì per la regione dei Vocati e dei Tarusati. Allora i barbari, molto turbati per aver saputo che una città ben fornita di difese naturali e fortificazioni era caduta nei pochi giorni successivi al suo arrivo, iniziarono a mandare ambascerie in tutte le direzioni, a cospirare tra loro, a scambiarsi ostaggi, a mobilitare truppe. Vennero inviati anche emissari ai popoli della Spagna citeriore, al confine con l’Aquitania, facendo venire di là truppe di rinforzo con i loro comandanti. Grazie al loro arrivo riuscirono ad intraprendere le operazioni di guerra con maggiore prestigio e maggior numero di uomini. Per comandanti, poi, vennero scelti gli ufficiali che erano stati per tanti anni al fianco di Quinto Sertorio, dotati, si riteneva, di grande esperienza militare. Costoro, seguendo la tecnica dei Romani, incominciano ad occupare i punti chiave, a fortificare gli accampamenti, a tagliare i rifornimenti ai nostri. Crasso, rendendosi conto che non poteva dividere le sue troppo esigue truppe, mentre il nemico aveva libertà di movimento, piantonava le vie di comunicazione, lasciava nell’accampamento un presidio sufficiente, ostacolava i rifornimenti di grano e di viveri per i Romani e accresceva ogni giorno il numero dei suoi effettivi, ritenne di dover dare battaglia senza tergiversare. Riferì le proprie intenzioni al consiglio di guerra, e quando vide che tutti condividevano il suo parere, fissò la battaglia per il giorno seguente.

24 – All’alba Crasso fece uscire le truppe fuori dal campo e le schierò su duplice fila, con al centro gli ausiliari, rimanendo in attesa delle mosse dei nemici. Sebbene essi considerassero di non correre rischi, vista la loro superiorità numerica, la loro antica gloria militare e le esigue forze dei nostri, tuttavia ritenevano fosse ancor più sicuro ottenere la vittoria senza colpo ferire, presidiando le vie e tagliando ai nostri i rifornimenti. Se poi i Romani, spinti dalla mancanza di grano, avessero tentato la ritirata, si proponevano di attaccarli mentre erano impacciati dalla marcia e dal peso dei bagagli, così che il loro spirito fosse meno ardimentoso. Tale piano fu approvato dai loro comandanti, perciò, i quando romani portarono fuori le truppe, non si mossero dall’accampamento. Avendo preso atto della situazione, Crasso, visto che la tattica di attesa dei nemici, scambiata per timore, aveva accresciuto nei nostri soldati il desiderio di combattere, e sentendo che tutti gridavano di non perdere altro tempo e di marciare sul campo avversario, esortò i suoi tra il fervore generale e puntò sui nemici.

25 – Giunti là, i nostri, parte riempiendo i fossati, parte lanciando un nugolo di frecce, costrinsero i difensori ad abbandonare il vallo e le fortificazioni. Pure gli ausiliari, sul cui apporto Crasso non faceva troppo affidamento, rifornendo i soldati di pietre e frecce e portando zolle per elevare un terrapieno, davano l’effettiva impressione di combattere. Ma anche il nemico lottava con tenacia e coraggio e i dardi, scagliati dall’alto, non andavano a vuoto. A quel punto, alcuni cavalieri, che avevano fatto il giro del campo nemico, riferirono a Crasso che la porta decumana non era altrettanto ben difesa ed era facile penetrarvi.

26 – Crasso esortò i capi della cavalleria a spronare i loro uomini con la promessa di grandi ricompense ed espose loro il suo piano. Costoro, secondo gli ordini ricevuti, portarono fuori dal campo le coorti che lo presidiavano, fresche e riposate, compirono una lunga deviazione per non essere visti dall’accampamento nemico e, mentre gli occhi e gli animi di tutti erano intenti alla battaglia, raggiunsero rapidamente le fortificazioni di cui si è parlato, le abbatterono e penetrarono nell’accampamento prima che i nemici potessero scorgerli o capire che cosa stesse accadendo. E quando i nostri sentirono levarsi da lì i clamori della lotta, ripresero forza, come spesso succede quando si spera di vincere, e iniziarono ad attaccare con maggior vigore. I nemici, circondati da tutti i lati e persa ogni speranza, cercarono di gettarsi giù dalle fortificazioni e di darsi alla fuga. La nostra cavalleria li inseguì nei campi, pianeggianti e privi di vegetazione: di cinquantamila nemici – tali erano stimate le forze provenienti dall’Aquitania e dai Cantabri – appena un quarto si mise in salvo. I nostri cavalieri rientrarono all’accampamento a notte fonda.

27 – Alla notizia della battaglia la maggior parte dei popoli dell’Aquitania si arrese a Crasso e gli consegnarono spontaneamente degli ostaggi. Tra di essi ricordiamo i Tarbelli, i Bigerrioni, i Ptiani, i Vocati, i Tarusati, gli Elusati, i Gati, gli Ausci, i Garonni, i Sibulati e i Cocosati. Poche genti e le più lontane trascurarono di fare altrettanto, confidando nella stagione poiché l’inverno si stava avvicinando.

28 – Quasi contemporaneamente Cesare, sebbene l’estate stesse ormai per finire e vedendo che l’intera Gallia era ormai pacificata, fatta eccezione dei Morini e dei Menapi, gli unici due popoli che erano ancora in armi e non gli avevano mai mandato ambascerie per chiedere pace, condusse tuttavia l’esercito nei loro territori, convinto di poter concludere rapidamente le operazioni contro di essi. I nemici adottarono una tattica ben diversa rispetto agli altri Galli. Avevano visto che, in campo aperto, nazioni molto potenti erano state respinte e battute dai Romani; perciò, visto che nei loro territori si trovavano selve e paludi a non finire, vi si radunarono con tutti i loro averi. Cesare giunse sul limitare di quei boschi e cominciò a fortificare il campo senza che si scorgesse l’ombra del nemico. Improvvisamente, mentre i nostri, sparpagliati, erano intenti ai lavori, i nemici sbucarono da ogni anfratto della foresta e li assalirono. I Romani presero rapidamente le armi e li respinsero nelle boscaglie, uccidendone molti. Ma, protratto eccessivamente l’inseguimento, finirono in luoghi più intricati e subirono perdite di lieve entità.

29 – Nei giorni seguenti Cesare fece disboscare la zona e, per impedire al nemico di attaccare ai fianchi i nostri, inermi e mentre non se l’aspettavano, dette ordine di ammassare dinnanzi al nemico tutto il legname tagliato e di disporlo come un bastione su entrambi i lati. In pochi giorni, con velocità incredibile, era già stato aperto un grande varco. I nostri tenevano ormai in pugno il bestiame e la coda delle salmerie dei nemici, che si ritiravano sempre più nel cuore della foresta, quando scoppiarono temporali così violenti, che i lavori dovettero essere sospesi e per le piogge ininterrotte non fu più possibile tenere ancora a lungo i soldati sotto le tende. Perciò, dopo aver devastato tutti i campi, incendiato i villaggi e le case isolate, Cesare ritirò l’esercito e lo acquartierò per l’inverno nella regione degli Aulerci, dei Lexovi e degli altri popoli che di recente gli avevano mosso guerra.

LIBRO QUARTO

1 – L’inverno successivo, nell’anno di consolato di Gneo Pompeo e Marco Crasso, gli Usipeti e i Tencteri, popoli germanici, oltrepassarono il Reno con un gran numero di uomini, non lontano dal mare in cui il fiume sfocia. La causa della loro migrazione fu che, per molti anni, essi erano stati tormentati dagli attacchi degli Svevi, che li opprimevano con la forza delle armi e gli impedivano di coltivare i loro campi. Gli Svevi sono il popolo in assoluto più numeroso ed agguerrito tra tutti i Germani. Si dice che siano formati da cento tribù, ognuna delle quali fornisce annualmente mille soldati, che vengono portati a combattere fuori dai loro territori contro i popoli vicini. Coloro che restano a casa, provvedono a mantenere se stessi e gli altri; l’anno seguente si avvicendano: gli ultimi vanno a combattere e i primi rimangono in patria. In questo modo non trascurano né l’agricoltura, né la teoria e la pratica delle armi. Non hanno terreni privati o divisi, né possono rimanere più di un anno nello stesso luogo per praticarvi l’agricoltura. Si nutrono di poco frumento, vivono soprattutto di latte e carne ovina, praticano molto la caccia. Il tipo di alimentazione, l’esercizio quotidiano e la vita libera che conducono – fin da piccoli, infatti, non sono sottoposti ad alcun dovere o disciplina e non fanno assolutamente nulla contro la propria volontà – accrescono le loro forze e li rendono uomini dal fisico imponente. Sono abituati, in quelle regioni freddissime, a portare come vestito solo delle piccole pelli, che lasciano scoperta gran parte del corpo, e a lavarsi nei fiumi.

2 – Concedono libero accesso ai mercanti, più per aver modo di vendere il loro bottino di guerra che per desiderio di comprare prodotti d’importazione. Anzi, i Germani non fanno uso di puledri importati – a differenza dei Galli, che per essi hanno una vera passione e li acquistano a caro prezzo – ma sfruttano i cavalli della loro regione, piccoli e sgraziati, rendendoli con l’esercizio quotidiano robustissimi animali da fatica. Durante gli scontri di cavalleria smontano spesso da cavallo e combattono a piedi; hanno addestrato i cavalli a rimanere fermi sul posto, tornando rapidamente a riprenderli, se necessario; secondo le loro usanze, non c’è niente di più vergognoso o indolente che usare la sella. Perciò, per quanto pochi siano, attaccano audacemente qualsiasi gruppo di cavalieri, non importa quanto numeroso, che montino su sella. Non consentono assolutamente l’importazione del vino, perché ritengono che indebolisca la capacità degli uomini di sopportare la fatica e che li renda effeminati.

3 – Ritengono vanto principale per la propria nazione che le regioni di confine, per il tratto più ampio possibile, siano disabitate: ciò, secondo loro, dimostra che moltissimi popoli non sono in grado di resistere alla loro forza militare. A tal proposito corre voce che, in una zona del confine degli Svevi, le terre siano disabitate per seicento miglia. Un’altra parte del loro territorio confina con gli Ubi, popolo un tempo numeroso e fiorente, per quanto possano esserlo i Germani. Gli Ubi sono anche un po’ più civili rispetto alle altre genti della loro razza poiché, vivendo lungo il Reno, presso di loro vanno e vengono molti mercanti; inoltre, per ragioni di vicinanza, hanno assorbito i costumi dei Galli. Gli Svevi avevano ripetutamente mosso guerra contro costoro, ma non erano riusciti a scacciarli dalle loro terre per via del loro numero e della loro importanza; tuttavia, li avevano costretti a versare tributi, rendendoli molto meno potenti e forti.

4 – Nella stessa situazione si trovarono gli Usipeti e i Tencteri, dei quali abbiamo detto sopra. Essi ressero per parecchi anni agli assalti degli Svevi, ma alla fine vennero scacciati dai loro territori e, dopo aver vagato tre anni per molte regioni della Germania, giunsero al Reno, nel paese dei Menapi. Costoro possedevano campi, case e villaggi su entrambe le rive del fiume, ma, atterriti dall’arrivo di una massa così numerosa, abbandonarono gli edifici sull’altra sponda del fiume e, disposti presidi al di qua del Reno, cercavano di impedire il passaggio ai Germani. Questi ultimi, dopo tentativi d’ogni sorta, non potendo combattere perché a corto di navi, né riuscendo a passare di nascosto per la sorveglianza dei Menapi, finsero dunque di rientrare in patria, ma dopo tre giorni di cammino tornarono indietro: in una sola notte la cavalleria coprì tutto il tragitto e piombò inattesa sugli ignari Menapi, che, senza timore, erano rientrati nei loro villaggi d’oltre Reno, poiché i loro esploratori avevano confermato la partenza dei nemici. I Germani fecero strage dei Menapi e, impadronitisi delle loro imbarcazioni, prima che sull’altra sponda giungesse notizia dell’accaduto, attraversarono il fiume e occuparono tutti i casolari dei Menapi, servendosi delle loro provviste per sostentarsi durante la restante parte dell’inverno.

5 – Informato di tali avvenimenti, Cesare, che temeva la debolezza di carattere dei Galli, volubili nel prendere decisioni e per lo più desiderosi di cambiamenti, stimò di non doversi assolutamente fidare di essi. I Galli, infatti, hanno la consuetudine di costringere, anche loro malgrado, i viandanti a fermarsi e si informano su ciò che ciascuno di essi ha saputo o sentito su qualsiasi argomento; nelle città, la gente attornia i mercanti e li obbliga a dire da dove provengano e che cosa vi abbiano saputo. Sulla base, poi, delle voci e delle notizie udite, prendono spesso decisioni su questioni della massima importanza e devono ben presto pentirsene, perché prestano fede a dicerie infondate, in quanto la maggior parte degli interpellati dice loro cose non vere pur di compiacerli.

6 – Cesare, che conosceva tale abitudine, per non dover affrontare una guerra troppo pesante, partì alla volta dell’esercito prima del solito. Appena giunto, apprese che i suoi sospetti erano fondati: parecchi popoli avevano inviato ambascerie ai Germani, chiedendo che varcassero il Reno e promettendo di esaudire ogni loro richiesta. I Germani, attratti da tali speranze, già si stavano spingendo più lontano ed erano pervenuti nelle terre degli Eburoni e dei Condrusi, due popoli posti sotto la protezione dei Treviri. Cesare convocò i principi della Gallia, ma ritenne opportuno di fingersi all’oscuro di ciò di cui era invece al corrente; ne blandì l’orgoglio, li rassicurò, chiese contingenti di cavalleria e prese la risoluzione di muovere guerra ai Germani.

7 – Preparate le scorte di grano e arruolati dei cavalieri, marciò verso i territori ove aveva notizia che vi fossero i Germani. Cesare si trovava a pochi giorni di distanza, quando gli si presentarono emissari dei Germani. Il loro discorso fu il seguente: i Germani non muovevano guerra per primi al popolo romano, ma, se provocati, non avrebbero rinunciato allo scontro armato perché avevano la consuetudine, tramandata dai padri, di difendersi e di non implorare gli aggressori, chiunque essi fossero. Tuttavia precisavano di esser giunti contro il loro volere, scacciati dalla patria; se i Romani volevano il loro sostegno, i Germani avrebbero potuto diventare utili alleati; chiedevano l’assegnazione di nuovi territori oppure il permesso di mantenere le regioni occupate con le armi. Erano inferiori solo agli Svevi, che neppure gli dèi immortali potevano uguagliare; ma di tutti gli altri popoli sulla terra non ce n’era uno che i Germani non potessero superare.

8 – A tali parole Cesare rispose come gli sembrò più opportuno; ecco comunque come terminò il suo discorso: non poteva stringere con loro alcuna alleanza, se rimanevano in Gallia; e non era giusto che chi non era riuscito a difendere le proprie terre occupasse quellele altrui; in Gallia non c’erano regioni libere da poter assegnare – tanto meno a un gruppo così numeroso – senza danneggiare nessuno; tuttavia, se lo volevano, concedeva loro di stabilirsi nei territori degli Ubi, che gli avevano inviato emissari per lamentarsi dei soprusi degli Svevi e per chiedergli aiuto; egli avrebbe ottenuto l’assenso degli Ubi.

9 – Gli ambasciatori dissero che avrebbero riferito tutto questo ai loro connazionali e che si sarebbero tornati da lui dopo tre giorni con la risposta. Chiesero a Cesare, però, di non avanzare ulteriormente nel frattempo. Cesare rispose di non poter concedere neppure questo. Era venuto a conoscenza, infatti, che i Germani, alcuni giorni prima, avevano inviato gran parte della cavalleria oltre la Mosa, nella regione degli Ambivariti, a scopo di razzia e in cerca di grano. Riteneva, dunque, che stessero aspettando questi cavalieri e che, a tal scopo, cercassero di prendere tempo.

10 – La Mosa nasce dai monti Vosgi, nella regione dei Lingoni, e dopo aver assorbito un braccio del Reno, chiamato Vacalo, forma l’isola dei Batavi e si getta nel Reno, a non più di ottanta miglia di distanza dall’Oceano. Il Reno nasce nella regione dei Leponzi, abitanti delle Alpi, scorre vorticoso per un lungo tratto nelle terre dei Nantuati, degli Elvezi, dei Sequani, dei Mediomatrici, dei Triboci e dei Treviri; poi, nei pressi dell’Oceano, si divide in diversi rami e forma molte isole di notevoli dimensioni, per la maggior parte abitate da genti selvagge e barbare, alcune delle quali pare che vivano di pesci e di uova d’uccelli. Sfocia con molte diramazioni nell’Oceano.

11 – Cesare non distava più di dodici miglia dal nemico, quando i membri dell’ambasceria ritornarono, secondo gli accordi. Gli si presentarono che era in marcia e lo pregarono di non avanzare ulteriormente. Poiché non l’ottennero, gli chiesero, allora, di dar ordine all’avanguardia della cavalleria di non aprire le ostilità e gli domandarono il permesso di inviare un’ambasceria agli Ubi: se i capi e il senato degli Ubi avessero fornito garanzie mediante un giuramento solenne, si dichiaravano pronti ad accettare le condizioni proposte da Cesare. Ma, per condurre a termine le trattative necessarie, chiedevano tre giorni di tempo. Cesare reputava che la richiesta mirasse sempre a consentire, nei tre giorni di tregua, il rientro dei cavalieri che si erano allontanati; tuttavia, disse che per quel giorno non avrebbe proceduto oltre quattro miglia, allo scopo di rifornirsi d’acqua; comandò che l’indomani si presentassero lì, nel maggior numero possibile, per fargli conoscere le loro richieste. Al tempo stesso, inviò ai prefetti della cavalleria, che precedeva l’esercito, dei messi con l’ordine di non provocare a battaglia i nemici e di difendersi, in caso di attacco, fino al suo arrivo con le legioni.

12 – Ma non appena i nemici videro la nostra cavalleria – benché contasse circa cinquemila unità, mentre essi non erano più di ottocento, non essendo ancora rientrato il contingente che aveva varcato la Mosa in cerca di grano – si lanciarono all’attacco e scompaginarono in breve tempo i nostri, che non nutrivano alcun timore, in quanto l’ambasceria dei Germani aveva appena lasciato Cesare chiedendo la tregua per quel giorno. Allorché i nostri riuscirono ad opporre resistenza, gli avversari, secondo la loro abitudine, balzarono a terra e, ferendo al ventre i cavalli, disarcionarono molti dei nostri e costrinsero alla fuga i superstiti, incalzandoli e incutendo tanto terrore, che che la ritirata cessò soltanto quando fu avvistato il nostro esercito in marcia. In questo scontro persero la vita settantaquattro nostri cavalieri, tra cui il valososissimo Pisone, un aquitano di alto lignaggio, un avo del quale era stato re della sua gente e proclamato amico dal senato di Roma. Pisone, accorso in aiuto del fratello circondato dai nemici, riuscì a trarlo in salvo, ma il suo cavallo venne colpito e fu disarcionato; resistette con estremo valore finché ne ebbe la forza, poi, accerchiata da molti avversari e coperto di ferite, cadde al suolo. Il fratello, che aveva ormai lasciato la mischia, lo vide da lontano e, sferzato il cavallo, si gettò sui nemici, rimanendo anch’egli ucciso.

13 – Tale scontro convinse Cesare ormai non valeva più la pena di ascoltare gli ambasciatori o accogliere le proposte di un popolo che, dopo aver chiesto pace con subdolo inganno, aveva deliberatamente scatenato le ostilità. Aspettare tuttavia che il numero dei nemici aumentasse con il rientro della cavalleria, era a suo giudizio pura follia; poi, ben conoscendo la volubilità dei Galli, intuiva quanto prestigio i Germani avessero già acquisito ai loro occhi con una sola battaglia; perciò, ritenne di non dover assolutamente concedere loro il tempo per prendere decisioni. Prese già tali risoluzioni e informato i legati e il questore che non intendeva differire l’attacco neppure di un giorno, si presentò un’occasione veramente favorevole, giacché proprio la mattina seguente i Germani, sempre con la stessa perfida ipocrisia, arrivarono in gran numero al campo di Cesare,  con tutti i principi e i più anziani, sia per chiedere, a detta loro, perdono per l’attacco sferrato il giorno precedente contro gli accordi e le loro stesse richieste, sia per ottenere, se possibile, una tregua con l’inganno. Cesare, lieto che costoro si fossero messi nelle sue mani, ordinò di trattenerli, quindi portò fuori dall’accampamento tutte le sue truppe e ordinò alla cavalleria di chiudere lo schieramento, ritenendola ancora scossa per la recente sconfitta.

14 – Disposte le truppe su tre file, percorse rapidamente otto miglia e piombò sul campo nemico prima che i Germani potessero rendersi conto di cosa stava accadendo. I nemici, sbigottiti per più di una ragione, dall’arrivo improvviso dei nostri, dall’assenza dei loro, dal non avere il tempo di prendere alcuna decisione, né di correre alle armi, non sapevano se conveniva affrontare i Romani, difendere l’accampamento o darsi alla fuga. I rumori e la confusione davano il segno della loro paura, cosicché i nostri, spronati dal proditorio attacco del giorno precedente, fecero irruzione nel campo avversario. Lì, chi riuscì ad armarsi in fretta oppose resistenza, per un po’, dando battaglia tra i carri e le salmerie; gli altri, invece, ossia le donne e i bambini –avevano abbandonato infatti le loro terre e attraversato il Reno con le famiglie – si diedero a una fuga disordinata. Al loro inseguimento Cesare inviò la cavalleria.

15 – I Germani, uditi i clamori alle spalle e alla vista dei loro familiari che venivano massacrati, gettarono le armi, abbandonarono le insegne e fuggirono dall’accampamento. Giunti alla confluenza della Mosa con il Reno, dove non avevano più speranza di fuggire, molti vennero uccisi e gli altri si gettarono nel fiume, ove morirono, vinti dalla paura, dalla stanchezza, dalla forte corrente. I nostri, tutti incolumi dal primo all’ultimo, con pochissimi feriti, rientrarono al campo dopo le apprensioni nutrite per uno scontro con il nemico, il cui numero era di quattrocentotrentamila persone. Ai Germani prigionieri nell’accampamento Cesare diede licenza di allontanarsi, ma costoro, temendo di essere torturati e straziati dai Galli ai quali avevano saccheggiato i campi, dissero di voler rimanere presso di lui. Cesare concesse loro la libertà di decidere in merito.

16 – Terminata la guerra con i Germani, Cesare, per molte ragioni, decise che doveva varcare il Reno. La più importante di esse era che, vedendo con quale facilità i Germani tendevano a passare in Gallia, voleva che essi nutrissero timore anche per il proprio paese, allorquando si fossero resi conto che l’esercito del popolo romano poteva e osava oltrepassare il Reno. A ciò si aggiungeva un’altra considerazione: la parte della cavalleria degli Usipeti e dei Tenteri che, come abbiamo detto sopra, attraversata la Mosa a scopo di razzia e in cerca di grano, non aveva partecipato alla battaglia, dopo la rotta dei connazionali si era rifugiata al di là del Reno, nelle terre dei Sugambri, unendosi ad essi. Cesare mandò dei suoi emissari ai Sugambri per chiedere la consegna di chi aveva mosso guerra a lui e alla Gallia, ed ottenne questa risposta: il Reno segnava i confini del dominio di Roma; se egli riteneva ingiusto che i Germani, contro il suo volere, passassero in Gallia, perché pretendeva di aver dominio o potere al di là del Reno? Gli Ubi, inoltre, l’unico popolo d’oltre Reno che avesse inviato a Cesare legati, stretto alleanza e consegnato ostaggi, lo scongiuravano di intervenire in loro aiuto poiché gli Svevi li sottoponevano ad una forte pressione; oppure, se ne era impedito da altri affari di stato, lo pregavano, almeno, di condurre l’esercito oltre il Reno: ciò sarebbe stato per loro un appoggio sufficiente per il presente e una speranza per il futuro. Il nome e la fama dell’esercito romano, dopo la vittoria su Ariovisto e il recentissimo successo, aveva raggiunto anche le più lontane genti germane: considerati quali alleati del popolo romano, gli Ubi sarebbero stati al sicuro. Promettevano un grande numero di imbarcazioni per trasportare l’esercito.

17 – Per tutti i motivi indicati, Cesare aveva deciso di oltrepassare il Reno, ma riteneva che l’impiego delle navi non fosse abbastanza sicuro e non lo giudicava consono alla dignità sua e del popolo romano. Così, sebbene la costruzione di un ponte presentasse gravi difficoltà causa la larghezza, la vorticosità e la profondità del fiume, egli tuttavia stimava necessario fare un tale tentativo oppure rinunciare al passaggio dell’esercito. Egli procedette alla costruzione del ponte ne modo seguente: alla distanza di due piedi univa, a due per volta, dei travi dello spessore di un piede e mezzo, lievemente appuntite alla base e di altezza commisurata alla profondità del fiume. Poi, mediante dei macchinari, le calava in acqua e con dei magli le conficcava sul fondo del fiume, non perpendicolari come pali, ma oblique e in pendenza, in modo da assecondare il senso della corrente; più in basso, alla distanza di quaranta passi e davanti alle prime travi, ne poneva altre, sempre legate a due a due, con inclinazione opposta all’impeto e alla pressione della corrente del fiume. Al di sopra delle due coppie collocava altre due travi dello spessore di due piedi, a pari distanza delle travi accoppiate, e assicurandole con due arpioni per ogni estremità. Perciò, poggiando su travi separate e ben ancorate in direzione contraria, la struttura del ponte risultava tale, da reggere, per necessità naturale, tanto più saldamente, quanto più impetuosa fosse la corrente. Sulla costruzione venivano disposte, in senso orizzontale, altre travi su cui poggiavano tavole e graticci. Inoltre, a valle del fiume venivano conficcati obliquamente altri travi che come arieti, stando sotto al piano del ponte e fissati al resto della struttura, potessero resistere alla corrente impetuosa; così pure altre travi venivano collocate a monte poco distanziate fra loro, allo scopo di frenare eventuali tronchi o imbarcazioni che i barbari avessero lanciato contro la costruzione per distruggerla: l’impatto sarebbe stato così attutito evitando danni al ponte.

18 – Da quando si iniziò a raccogliere il legname, in dieci giorni il lavoro fu portato a termine e l’esercito oltrepassò il fiume. Cesare Lasciò saldi presidi su entrambe le estremità del ponte e marciò verso il territorio dei Sugambri. Durante l’avanzata gli si presentano ambascerie di parecchie nazioni, alle cui richieste di pace e amicizia egli rispose benevolmente e ordinò la consegna di ostaggi. Da quando erano incominciati i lavori per il ponte, i Sugambri, sobillati dai Tenteri e dagli Usipeti che erano con loro, avevano preparato la fuga; avevano evacuato i loro territori, portando con sé tutti i loro beni e si erano rifugiati in foreste disabitate.

19 – Cesare si trattenne pochi giorni nel territori dei Sugambri; diede alle fiamme tutti i villaggi e le singole abitazioni, distrusse i raccolti, quindi ripiegò nel territorio degli Ubi, a quali promise il suo aiuto nel caso fossero attaccati dagli Svevi. Dagli Ubi venne a sapere quanto segue: gli Svevi, messi al corrente dai loro esploratori della costruzione del ponte, avevano tenuto un’assemblea, secondo il loro costume, e inviato poi emissari ovunque, ordinando di evacuare le città e di mettere al sicuro nelle foreste i figli, le mogli e ogni loro bene, mentre tutti gli uomini in grado di combattere dovevano radunarsi in un solo luogo, che si trovava quasi al centro delle regioni controllate dagli Svevi. Avevano stabilito che lì avrebbero atteso l’arrivo dei Romani e combattuto. Quando seppe ciò, Cesare, ritenendo di avere raggiunto gli scopi che lo avevano spinto ad attraversare il Reno – cioè incutere timore ai Germani, punire i Sugambri e liberare gli Ubi dall’oppressione degli Svevi – e che i diciotto giorni trascorsi al di là del Reno avessero procurato a lui e al popolo romano fama e vantaggi sufficienti, rientrò in Gallia e distrusse il ponte alle sue spalle.

20 – Non restava che un’esigua parte dell’estate, tuttavia, benché in quelle regioni l’inverno sia precoce, dato che la Gallia è volta a settentrione, Cesare decise di partire per la Britannia. Capiva che da lì giungevano aiuti ai nostri nemici durante quasi tutte le guerre in Gallia; inoltre, anche se il tempo non bastava per delle vere operazioni belliche, riteneva molto utile per lui raggiungere almeno l’isola, vedere che genere di uomini l’abitasse, prendere conoscenza di luoghi, approdi, accessi, tutte notizie quasi ignorate anche dai Galli. È difficile, infatti, che uno abbia il coraggio di spingersi fin là, a eccezione dei mercanti, e pure essi non conoscono altro all’infuori della costa e delle regioni prospicienti la Gallia. Convocò dunque questi mercanti da ogni parte, ma non riuscì a sapere quanto fosse estesa l’isola, quali e quanti popoli l’abitassero, che tecniche di combattimento adottassero, che genere di istituzioni avessero e quali fossero i porti in grado di accogliere una flotta consistente di navi di abbastanza grosse.

21 – Allo scopo di raccogliere informazioni in proposito, prima di affrontare l’impresa, Cesare mandò in avanscoperta una nave da guerra agli ordini di Gaio Voluseno, ritenendolo adatto per la missione. Gli diede ordine di portare a termine la ricognizione e di rientrare al più presto. Dal canto suo, con l’esercito al completo, si diresse nei territori dei Morini, poiché da lì il tragitto verso la Britannia era il più breve. Colà fece affluire tutte le navi provenienti dalle regioni limitrofe e la flotta che aveva fatto allestire l’estate precedente per la guerra contro i Veneti. Ma nel frattempo, le sue manovre vennero risapute e i mercanti le riferirono ai Britanni: molti popoli dell’isola gli inviarono delegazioni per promettere che avrebbero consegnato ostaggi e si sarebbero sottomessi al dominio del popolo romano. Cesare li ascoltò e, esortandoli a non mutare parere, li rimandò in patria con benevoli promesse. Fece accompagnare costoro da Commio, che in Britannia godeva di grande prestigio, e del quale egli stimava il valore e l’intelligenza e lo riteneva fedele al punto che lo aveva designato re degli Atrebati, dopo averli sconfitti in battaglia. A Commio diede ordine di prendere contatti con il maggior numero di popoli per sollecitarli a mettersi con fiducia sotto la protezione di Roma e per annunciare che presto Cesare sarebbe giunto. Voluseno, dopo avere esplorato tutte le zone che gli era stato possibile, dato che non volle correre il rischio di sbarcare e di entrare in contatto con i barbari, quattro giorni dopo raggiunge Cesare e gli riferì ciò che aveva osservato.

22 – Mentre Cesare si attardava nei territori dei Morini per preparare la flotta, molte tribù della regione gli inviarono emissari per scusarsi della loro condotta passata, allorché, barbari e ignari delle nostre consuetudini, avevano mosso guerra al popolo romano: adesso promettevano obbidienza ai suoi ordini. Cesare la giudicò una circostanza veramente favorevole, perché non voleva lasciarsi un nemico alle spalle e, con l’estate che volgeva al termine, non aveva il tempo di sostenere una guerra; inoltre, giudicava di non dover anteporre un problemi di così lieve entità alla Britannia. Intimò, allora, la consegna di un alto numero di ostaggi. Quando gli furono consegnatiRicevuti i quali, pose i Morini sotto la propria protezione. Vennero radunate e munite di tolde circa ottanta navi da carico, numero che giudicava sufficiente per il trasporto delle legioni. Le navi da guerra di cui disponeva le suddivise tra il questore, i legati e i prefetti. A queste si aggiungevano altre diciotto navi da carico, che erano a otto miglia di distanza e non riuscivano a raggiungere il porto per via del vento: le assegnò alla cavalleria. Ai suoi luogotenenti Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta affidò il resto dell’esercito col compito di guidarlo contro i Menapi e quelle tribù dei Morini che non avevano inviato delegazioni. Lasciò al luogotenente Publio Sulpicio Rufo una guarnigione, che giudicava sufficiente, con l’ordine di presidiare il porto.

23 – Presi tali provvedimenti, approfittando del tempo favorevole alla navigazione, salpò all’incirca a mezzanotte e comandò alla cavalleria di raggiungere il porto successivo per imbarcarsi e seguirlo. I cavalieri eseguirono gli ordini con un certo ritardo; Cesare, invece, con le prime navi pervenne alle coste della Britannia verso la quarta ora del giorno e lì scorse le truppe nemiche in armi, schierate su tutte le alture circostanti. La conformazione del luogo era tale e le scogliere erano così a precipizio sul mare, che i dardi scagliati dall’alto potevano raggiungere la spiaggia. Avendo giudicato il luogo assolutamente inadatto per uno sbarco, gettò l’ancora e attese fino all’ora nona l’arrivo delle altre navi. Nel frattempo, convocò i luogotenenti e i tribuni militari, espose le informazioni raccolte da Voluseno e il suo piano, ammonendoli a compiere tutte le manovre al primo cenno e istantaneamente, come richiede la tecnica militare, soprattutto negli scontri navali, dove i movimenti sono rapidi e variano continuamente. Dopo averli congedati, sfruttando il contemporaneo favore del vento e della marea, diede il segnale e levò le ancore. Avanzò per circa sette miglia e ormeggiò le navi in un punto in cui il litorale era aperto e pianeggiante.

24 – Ma i barbari, avendo inteso i propositi dei Romani, fecero avanzare, seguiti dal resto dell’esercito, i cavalieri e i carri da guerra – forze che impiegano di solito in battaglia – impedendo lo sbarco ai nostri, che incontravano enormi difficoltà: le navi, per la loro notevole stazza, potevano fermarsi solo al largo; i soldati, poi, non conoscevano i luoghi, non avevano le mani libere, erano appesantiti dalle armi e dovevano, contemporaneamente, scendere dalle navi, resistere alle onde e combattere contro i nemici. I barbari, invece, liberi nei movimenti, combattendo dalla terraferma o entrando appena in acqua, conoscevano alla perfezione i luoghi e con audacia scagliavano frecce e lanciavano alla carica i loro cavalli, abituati a tali operazioni. I nostri, sgomenti per tutto ciò, trovandosi di fronte a una tecnica di combattimento del tutto nuova, non si battevano con il solito zelo e ardore a loro abituali nei combattimenti di terra.

25 – Cesare, quando s’accorse di ciò, ordinò che le navi da guerra, di forma inconsueta per i barbari e facilmente manovrabili, si staccassero un poco, a forza di remi, dalle imbarcazioni da carico e si disponessero sul fianco scoperto del nemico e da lì, coi lanci delle fionde, degli archi e delle catapulte costringessero gli avversari alla ritirata. La manovra si rivelò molto utile. Infatti, i barbari, scossi dalla forma delle navi, dal movimento dei remi e dall’insolito genere delle catapulte, si arrestarono per un attimo e ripiegarono leggermente. Ma i nostri soldati, soprattutto per la profondità dell’acqua, esitavano. Così, l’aquilifero della decima legione, dopo aver pregato gli dèi di dare felice esito all’impresa, gridò: «Saltate giù, commilitoni, se non volete consegnare l’aquila al nemico. Io, per parte mia, avrò fatto il mio dovere verso la repubblica e il comandante». Ciò detto a gran voce, saltò giù dalla nave e cominciò a correre contro i nemici. Allora i nostri, spronandosi vicendevolmente per non subire un’onta così grave, saltarono tutti quanti giù dalla nave. Anche i soldati delle navi vicine, a quella vista, li seguirono e avanzarono contro i nemici.

26 – Si combatté con accanimento da entrambe le parti. I nostri, tuttavia, erano in preda alla confusione, perché non riuscivano a mantenere lo schieramento, ad attestarsi saldamente e a seguire le proprie insegne, in quanto ciascuno, appena sbarcato, si univa alle prime in cui si imbatteva. I nemici, invece, che conoscevano tutti i fondali, non appena dal litorale vedevano alcuni dei nostri sbarcare isolati dalle navi, lanciavano i cavalli al galoppo e li assalivano mentre erano in difficoltà: molti dei loro circondavano pochi dei nostri, mentre altri dal lato scoperto, scagliavano un nugolo di frecce sul grosso dello schieramento. Non appena Cesare se ne accorse, ordinò di riempire di soldati le scialuppe delle navi da guerra e i battelli da ricognizione e li inviò in aiuto di chi aveva visto in difficoltà. Quando i nostri  riuscirono ad attestarsi sulla terraferma, formati i ranghi, passarono al contrattacco e costrinsero alla fuga il nemico, ma non ebbero modo di protrarre l’inseguimento, perché le navi con la cavalleria avevano perso la rotta e non erano riuscite a raggiungere l’isola. Questa fu l’unica cosa che mancò alla solita buona stella di Cesare.

27 – Non appena i nemici, vinti in battaglia, si ripresero dall’affanno della fuga, inviarono immediatamente una delegazione a Cesare per offrirgli la resa, promettendo la consegna di ostaggi e il rispetto degli ordini che volesse impartire. Insieme a loro giunse l’atrebate Commio, l’uomo mandato da Cesare in avanscoperta in Britannia, come chiarito in precedenza. Non appena Commio era sbarcato dalla nave e aveva riferito, in qualità di portavoce, le richieste di Cesare, i Britanni lo avevano fatto prigioniero e messo in catene. Dopo la battaglia, lo avevano liberato e, nel domandare pace, attribuirono la responsabilità dell’accaduto al popolo, pregando di perdonare una colpa dovuta alla leggerezza. Cesare si lamentò che i Britanni, dopo aver spontaneamente inviato ambascerie sul continente per domandare la pace, gli avevano poi fatto guerra senza motivo, ma disse che perdonava la loro imprevidenza e impose la consegna di ostaggi. Essi ne consegnarono immediatamente una parte, e assicurarono che altri li avrebbero consegnati entro pochi giorni, dopo averli fatti venire da regioni più lontane. Nel frattempo, diedero disposizione ai loro di ritornare al lavoro dei campi e cominciarono ad arrivare i capi di tutte le regioni per pregare Cesare di aver riguardo di loro e dei loro popoli.

28 – Con tali misure la pace fu consolidata. Quattro giorni dopo l’arrivo in Britannia, le diciotto navi di cui si è parlato, su cui era imbarcata la cavalleria, salparono dal porto più settentrionale con una leggera brezza. Mentre si stavano avvicinando alla Britannia ed erano già state avvistate dall’accampamento, si levò all’improvviso una tempesta così violenta, che nessuna delle navi riuscì a tenere la rotta: alcune vennero risospinte verso il porto di partenza, altre con grave pericolo vennero spinte verso la parte sud-occidentale dell’isola. Tentarono di gettare l’ancora, ma, sommerse dalla violenza dei flutti, furono costrette, sebbene fosse notte, a prendere il largo e a dirigersi verso il continente.

29 – Quella notte, per caso. era luna piena, momento in cui la marea nell’Oceano è più alta, ma i nostri non lo sapevano. Così, nello stesso tempo, la marea sommerse le navi da guerra impiegate per trasportare l’esercito e poi tirate in secco, mentre la tempesta sbatteva l’una contro l’altra le imbarcazioni da carico, che erano all’ancora, senza che i nostri avessero la minima possibilità di manovrare o porvi rimedio. Molte navi furono danneggiate, le altre, perse le funi, le ancore e il resto dell’attrezzatura, erano inutilizzabili: inevitabilmente, un profondo scoramento si impadronì di tutto l’esercito. Non c’erano, infatti, altre navi con cui ritornare, mancava tutto il necessario per riparare le barche danneggiate e, poiché tutti pensavano che si dovesse svernare in Gallia, sull’isola non si erano fatte provviste di grano per l’inverno.

30 – Appena lo vennero a sapere, i capi della britannia, che si erano recati da Cesare dopo la battaglia, parlarono in segreto tra di loro rendendosi conto che i Romani non avevano né cavalleria, né navi, né frumento e constatando lo scarso numero dei nostri, viste le dimensioni dell’accampamento, ancor più piccolo del solito in quanto Cesare aveva trasportato le legioni senza bagagli, pensarono che la cosa migliore fosse ribellarsi, ostacolare i nostri nell’approvvigionamento di grano e viveri, e protrarre le ostilità fino all’inverno, giacché erano sicuri che, sconfiggendo i Romani o impedendo loro il ritorno, nessuno in futuro sarebbe penetrato in Britannia per portarvi la guerra. Così, formata nuovamente una lega, a poco a poco cominciarono a lasciare l’accampamento romano e a radunare di nascosto i loro uomini dalle campagne.

31 – Cesare non conosceva ancora i loro disegni, ma dopo il disastro capitato alle navi e visto che non gli venivano più consegnati ostaggi, sospettava quello che poi sarebbe accaduto. Perciò si premuniva per qualsiasi evenienza. Ogni giorno, egli faceva portare dalle campagne grano nell’accampamento, impiegava il legname e il bronzo delle navi più danneggiate per riparare le altre e ordinava di procurarsi dal continente il materiale necessario a tale scopo. Così, grazie allo straordinario impegno nel lavoro dei nostri soldati, pur risultando perdute dodici navi, mise le altre in condizione di navigare senza problemi.

32 – Mentre accadevano tali fatti, una legione, la settima, era stata inviata come al solito in cerca di grano (fino ad allora non si nutriva alcun sospetto di guerra, visto che una parte dei Britanni si trovava nelle campagne e un’altra andava e veniva ancora nell’accampamento romano). Le guardie collocate davanti alle porte del campo avvertirono Cesare che, nella direzione in cui era andata la nostra legione, si vedeva levarsi più polvere del solito. Cesare, sospettando che i britanni, come in effetti era, stessero mettendo in atto qualche nuovo disegno, ordinò alle coorti di guardia di partire con lui in quella direzione, a due delle altre di prendere il loro posto e alle rimanenti di seguirlo al più presto dopo essersi armate. Spintosi a non molta distanza dal campo, vide che i suoi soldati, pressati dal nemico, resistevano a fatica e che sulla legione, tutta rinserrata, piovevano frecce da ogni lato. Ecco che cosa era accaduto: poiché il grano era stato raccolto in tutti i campi fuorché in uno, i nemici, supponendo che le nostre truppe si sarebbero dirette là, durante la notte si erano nascosti nelle foreste; poi, erano piombati all’improvviso sui soldati, che si erano sparpagliati e avevano deposto le armi per attendere alla mietitura. Ne avevano uccisi pochi, ma gli altri, che non riuscivano a riformare i ranghi ed erano in pieno scompiglio, li avevano accerchiati contemporaneamente con la cavalleria e i carri da guerra.

33 – La tecnica di combattimento con i carri è la seguente: prima scorazzano in tutte le direzioni scagliando frecce e gettano in genere il panico tra le file avversarie, che si disuniscono, con i loro cavalli e lo strepito delle ruote; poi, quando riescono a penetrare tra gli squadroni di cavalleria, scendono dai carri e combattono a piedi. Nel frattempo, i cocchieri a poco a poco si allontanano dalla mischia e piazzano i carri in modo tale che i loro compagni, nel caso siano incalzati da un gran numero di nemici, abbiano la possibilità di ripiegare rapidamente al sicuro. Così, nelle battaglie riescono ad assicurarsi la mobilità della cavalleria e la stabilità della fanteria. La pratica e l’esercizio quotidiano li rendono capaci di frenare i cavalli lanciati al galoppo anche in pendii a precipizio, di moderarne la velocità e di cambiare direzione in poco spazio, di correre lungo il timone del carro, di tenersi fermi e ritti sul giogo dei cavalli e poi, da lì, di ritornare sui carri in un attimo.

34 – Mentre le nostre erano disorientate dall’insolita tattica di combattimento, Cesare giunse in loro aiuto nel momento più opportuno. Con il suo arrivo, infatti, i nemici si arrestarono e i nostri ripresero coraggio. Ottenuto tale risultato, Cesare tuttavia ritenne che non fosse il momento adatto per sfidare gli avversari e dare battaglia, perciò mantenne le proprie posizioni e, poco dopo, ricondusse le legioni all’accampamento. Mentre tutti i nostri erano impegnati in queste operazioni, si ritirarono anche gli altri Britanni che si trovavano nelle campagne. Per parecchi giorni si si susseguirono delle piogge ininterrotte, che costrinsero i nostri soldati nell’accampamento e impedirono ai nemici di attaccare. Nel frattempo, i Britanni inviarono messaggeri in tutte le direzioni, illustrando ai loro connazionali che i nostri erano ben pochi e spiegando quale bottino, quale possibilità di rendersi per sempre liberi li attendesse, se avessero scacciato i Romani dal loro accampamento. Così, dopo aver radunato un gran numero di fanti e cavalieri, marciarono contro l’accampamento romano.

35 – Cesare si rendeva conto che si sarebbe verificata la stessa situazione delle battaglie precedenti, e cioè che il nemico, in caso fosse stato battuto, si sarebbe sottratto a ogni pericolo grazie ad una rapida fuga. Tuttavia, disponendo di circa trenta cavalieri che aveva condotto con sé l’atrebate Commio, di cui si è già parlato sopra, Cesare decise di schierare dinanzi all’accampamento le legioni, pronte alla battaglia. Iniziata la battaglia, i nemici non riuscirono a sostenere per molto tempo l’attacco dei legionari e si volsero in fuga. I nostri li inseguirono finché ebbero la forza di correre; dopo averne uccisi molti, incendiarono i casolari in lungo e in largo e fecero ritorno all’accampamento.

36 – Quel giorno stesso si presentarono a Cesare degli emissari per chiedere pace. Egli raddoppiò il numero di ostaggi chiesti in precedenza e ne ordinò la consegna sul continente, poiché, con l’avvicinarsi dell’equinozio autunnale e con le navi in cattivo stato, non riteneva opportuno affrontare la traversata d’inverno. Approfittando di un tempo favorevole, salpò poco dopo la mezzanotte: e tutte le navi raggiunsero senza danni il continente. Solo due imbarcazioni da carico non riuscirono ad approdare agli stessi porti delle altre e vennero sospinte un po’ più a sud.

37 – Da queste due navi sbarcarono circa trecento dei nostri, che si diressero verso l’accampamento. I Morini, che Cesare al momento della partenza per la Britannia aveva lasciato pacificati, spinti dalla speranza di bottino, circondarono i nostri – dapprima in numero non altissimo – e intimarono loro la resa, se volevano aver salva la vita. Mentre i legionari, disposti in cerchio, si difendevano, alle grida dei Morini sopraggiunsero rapidamente altri seimila uomini circa. Appena ne fu informato, Cesare inviò a sostegno dei suoi tutta la cavalleria presente al campo. Nel frattempo, i legionari ressero all’urto dei nemici e si batterono con estremo valore per più di quattro ore, subendo poche perdite e uccidendo molti avversari. Non appena comparve la cavalleria, i nemici gettarono le armi e si diedero alla fuga: i nostri ne fecero strage.

38 – Il giorno seguente, Cesare inviò contro i Morini, rei di ribellione, il luogotenente Tito Labieno alla testa delle legioni riportate dalla Britannia. Le paludi erano in secca e i nemici, che non potevano ritirarvisi e usarle per rifugio come l’anno precedente, si sottomisero quasi tutti all’autorità di Labieno. Invece i luogotenenti Quinto Titurio e Lucio Cotta, che avevano guidato le legioni nella regione dei Menapi, dopo aver devastato tutti i campi, distrutto i raccolti, incendiato i casolari, fecero ritorno da Cesare in quanto i Menapi si erano rifugiati in massa nel folto delle foreste. Cesare stabilì che tutte le legioni ponessero i quartieri d’inverno nelle terre dei Belgi. Lì pervennero gli ostaggi di due sole nazioni della Britannia; le altre contravvennero all’impegno di inviarli. A seguito di tali imprese, da Cesare comunicate per lettera, il senato decretò venti giorni di feste solenni di ringraziamento.

LIBRO QUINTO

1 – Sotto il consolato di Lucio Domizio e Appio Claudio, Cesare, come era solito fare ogni anno, lasciò i quartieri invernali per recarsi in Italia. Ordinò ai luogotenenti preposti a capo delle legioni di costruire, durante l’inverno, il maggior numero possibile di navi e di riparare le vecchie, indicandone la struttura e la forma. Al fine di garantire rapide operazioni di imbarco e per tirarle con più facilità in secco, le fece costruire lievemente più basse delle navi di solito impiegate nel nostro mare e, tanto più perché aveva constatato che lassù, per il frequente alternarsi delle maree, le onde erano meno alte. Allo scopo poi di facilitare il trasporto dei bagagli e dei quadrupedi, fece ingrandire un po’ la stazza rispetto alle imbarcazioni che usiamo negli altri mari. Ordinò di costruirle tutte leggere, e a tale scopo contribuirono molto i bordi bassi. Comandò di far pervenire dalla Spagna tutto il necessario per equipaggiarle. Dal canto suo, tenute le sessioni giudiziarie in Gallia cisalpina, partì per l’Illirico, perché aveva sentito che i Pirusti, con scorrerie, stavano devastando le regioni di confine della nostra provincia. Una volta giunto sul posto, ordinò alle popolazioni di fornire truppe di rinforzo e di concentrarle in un luogo stabilito. I Pirusti, appena lo seppero, inviarono a Cesare degli emissari per spiegargli che tutto era accaduto senza una deliberazione collettiva e che si dichiaravano pronti a qualsiasi risarcimento per i danni provocati. Dopo averli ascoltati, Cesare pretese ostaggi e fissò il giorno della consegna; in caso contrario, dichiarò che avrebbe mosso guerra. Secondo il suo volere, gli ostaggi furono consegnati il giorno stabilito ed egli, per dirimere le controversie tra le città, nominò dei giudici incaricati di calcolare i danni e di stabilire i risarcimenti.

2 – Dopo tali provvedimenti e tenute le sessioni giudiziarie, Cesare ritornò nella Gallia cisalpina e, da lì, partì alla volta dell’esercito. Appena giunto, ispezionò tutti i campi invernali e constatò che, nonostante la carenza estrema di materiale, i soldati, grazie al loro straordinario impegno, avevano costruito circa seicento imbarcazioni del tipo già descritto e ventotto navi da guerra, in grado di essere varate entro pochi giorni. Elogiati i soldati e gli ufficiali preposti ai lavori, impartì le istruzioni e ordinò a tutti di radunarsi a Porto Izio, a lui come il più vantaggioso per il passaggio in Britannia, perché la distanza dal continente era di circa trenta miglia. Lasciò un presidio di truppe giudicato sufficiente per tale operazione, quindi, alla testa di quattro legioni senza bagagli e di ottocento cavalieri, puntò verso i territori dei Treveri, popolo che non si presentava alle assemblee dei Galli, non prestava obbedienza e, a quel che si diceva, sollecitava l’intervento dei Germani d’oltre Reno.

3 – I Treveri possiedono, tra tutti i Galli, la cavalleria più forte in assoluto e una numerosa fanteria. I loro territori, come si è detto in precedenza, raggiungono il Reno. Tra i Treveri due uomini lottavano per il potere: Induziomaro e Cingetorige. Quest’ultimo, non appena seppe dell’arrivo di Cesare con le legioni, gli si presentò e, confermandogli che lui e tutti i suoi avrebbero rispettato gli impegni assunti senza tradire l’amicizia del popolo romano, lo mise al corrente della situazione. Induziomaro, invece, iniziò a raccogliere cavalieri e fanti e a prepararsi alla guerra; chi, per ragioni d’età, non poteva combattere, era stato posto al sicuro nella selva delle Ardenne, una foresta enorme, che dal Reno attraverso la regione dei Treveri si estende sino al confine dei Remi. Ma quando alcuni principi dei Treveri, spinti dai loro legami di amicizia con Cingetorige e spaventati dall’arrivo del nostro esercito, si recarono da Cesare e, non potendo provvedere al bene della loro nazione, cominciarono a presentargli richieste per se stessi; anche Induziomaro, nel timore di rimanere completamente solo, inviò degli emissari emissari a Cesare. Egli – disse – che non aveva voluto abbandonare i suoi e presentarsi di persona a Cesare soltanto per poter garantire, con maggior facilità, il rispetto degli impegni assunti; c’era il rischio che il popolo, una volta lontana tutta la nobiltà, commettesse imprudenze; i Treveri, dunque, erano sotto la sua autorità ed egli, se Cesare lo permetteva, si sarebbe recato nell’accampamento romano per porre se stesso e la propria nazione sotto la sua protezione.

4 – Cesare capiva i veri motivi che avevano spinto Induziomaro a parlare in tali termini e che cosa lo dissuadeva dal procedere nel piano intrapreso, tuttavia, per non trovarsi costretto, con la spedizione per la Britannia già pronta, a passare l’estate nelle terre dei Treveri, ordinò a Induziomaro di presentarsi con duecento ostaggi. Dopo che Induziomaro ebbe consegnato gli ostaggi, tra cui suo figlio e tutti i suoi parenti, espressamente richiesti, Cesare lo trattò con benevolenza, lo invitò a rispettare gli impegni; oltre a ciò, convocò i capi dei Treveri e li riconciliò uno a uno con Cingetorige, non solo in considerazione dei meriti da lui acquisiti, ma anche perché riteneva molto importante favorire al massimo l’autorità di Cingetorige tra i Treveri, data la straordinaria devozione del Gallo nei suoi confronti. Fu un duro colpo per Induziomaro veder diminuito il suo prestigio tra i Treveri: se già prima il suo animo ci era ostile, adesso l’ira lo esacerbò maggiormente.

5 – Sistemata così la questione, Cesare con le legioni raggiunse Porto Izio. Là apprese che sessanta navi, costruite nelle terre dei Meldi, erano state respinte da una tempesta e non avevano potuto tenere la rotta, per cui erano rientrate alla base di partenza; trovò, però, le altre pronte a salpare ed equipaggiate di tutto punto. Sul posto lo raggiunsero contingenti di cavalleria da ogni parte della Gallia, per un complesso di circa quattromila uomini, insieme ai principi di tutte le nazioni. Di questi ultimi ne lasciò in Gallia ben pochi, quelli di provata lealtà; gli altri invece aveva deliberato di portarseli dietro in qualità di ostaggi, perché temeva, in sua assenza, una sollevazione della Gallia.

6 – Tra questi ultimi c’era l’eduo Dumnorige, di cui abbiamo già parlato. Fu uno dei primi che Cesare decise di tenere con sé, conoscendone il desiderio di rivolgimento, l’ambizione di comandare, la forza d’animo e il grande prestigio tra i Galli. Inoltre, nell’assemblea degli Edui, Dumnorige aveva detto che Cesare gli aveva offerto il regno: ciò aveva molto irritato gli Edui, senza che tuttavia osassero inviare messi a Cesare per opporsi o per invitarlo a desistere. Della faccenda Cesare era venuto a conoscenza dai suoi ospiti. Dumnorige, in un primo tempo, ricorse a ogni sorta di preghiere per riuscire a restare in Gallia: disse di aver paura del mare, inesperto com’era di navigazione, e addusse anche come scusa un impedimento d’ordine religioso. Quando però vide che le sue richieste venivano tenacemente respinte e che gli veniva tolta ogni speranza di raggiungere il suo scopo, cominciò a sobillare i principi della Gallia e a intimorirli; li prendeva in disparte uno ad uno e li spingeva a non lasciare il continente. Non era un caso – diceva – se la Gallia veniva privata di tutti i suoi nobili; si trattava di un piano di Cesare, che, non avendo il coraggio di ucciderli sotto gli occhi dei Galli, li portava in Britannia per sterminarli. Come garanzia Dumnorige dava la propria parola, ma chiedeva loro di giurare solennemente che avrebbero compiuto di comune accordo ciò che ritenevano l’interesse della Gallia. Tutto ciò venne riferito a Cesare da più d’uno.

7 – Venuto a conoscenza di tutto questo, Cesare reputò necessario tenere a freno e dissuadere Dumnorige con qualsiasi mezzo, in quanto attribuiva al popolo eduo molto prestigio. E vedendo che la follia del Gallo non faceva che crescere sempre di più, prese le misure necessarie per evitare danni a sé e al popolo romano. Per cui, nel periodo in cui fu costretto a rimanere a Porto Izio, circa venticinque giorni, perché il maestrale, che in quella regione soffia pressoché costante in ogni epoca dell’anno, impediva la navigazione, Cesare si adoperò per tenere al suo posto Dumnorige e per conoscerne, al tempo stesso, tutti i piani. Alla fine, trovato un tempo favorevole, ordinò ai soldati e ai cavalieri di imbarcarsi. Ma mentre tutti erano intenti a tale operazione, Dumnorige, alla testa dei cavalieri edui, si allontanò dal campo e si diresse in patria, all’insaputa di Cesare. Appena ne fu informato, sospesa la partenza e rimandata ogni altra faccenda, Cesare lanciò all’inseguimento di Dumnorige il grosso della cavalleria con l’ordine di ricondurlo all’accampamento; se si fosse ribellato e non avesse eseguito gli ordini, diede disposizione di ucciderlo, poiché, in propria assenza, non si attendeva nulla di sensato da un uomo che aveva disobbedito al suo cospetto. All’intimazione di tornare indietro, Dumnorige cominciò ad opporre resistenza, si difese con la forza, scongiurò i suoi di osservare i patti, proclamandosi più volte, a gran voce, uomo libero di un popolo libero. Conformemente agli ordini ricevuti, la nostra cavalleria lo circondò e lo uccise. I cavalieri edui, invece, ritornarono tutti da Cesare.

8 – Dopo tali avvenimenti, Cesare lasciò Labieno sul continente con tre legioni e duemila cavalieri, per difendere i porti, provvedere alle scorte di grano, tenersi al corrente della situazione in Gallia e prendere decisioni sulla base del momento e delle circostanze. Dal canto suo, salpò alla testa di cinque legioni e di tanti cavalieri, quanti ne aveva lasciati in terraferma; fece vela verso il tramonto, al soffio leggero dell’africo, che però cessò verso mezzanotte, impedendogli di tenere la rotta. Spinto piuttosto lontano dalla marea, all’alba vide che aveva lasciato la Britannia alla sua sinistra. Allora, sfruttando adesso la marea, che aveva cambiato direzione, a forza di remi cercò di raggiungere la zona dell’isola che – per esperienza dell’estate precedente – sapeva essere comodissimo per lo sbarco. L’impegno dei soldati, nel corso della manovra, fu veramente lodevole, poiché con il remare ininterrotto, riuscirono a uguagliare la velocità delle navi da guerra con navi da trasporto appesantite dai carichi. Approdò in Britannia con tutte le navi verso mezzogiorno, senza alcun nemico in vista. Come apprese in seguito dai prigionieri, i Britanni, giunti sul luogo con truppe numerose, erano rimasti atterriti alla vista della nostra flotta: erano apparse, contemporaneamente, più di ottocento navi, comprese quelle dell’anno precedente e le imbarcazioni private che alcuni avevano costruito per propria comodità. Quindi, i nemici avevano abbandonato la spiaggia e si erano acquattati sulle alture.

9 – Cesare, dopo aver sbarcato l’esercito e scelto un luogo adatto per il campo, apprese dai prigionieri dove si erano attestate le truppe nemiche. Lasciò allora nella zona costiera dieci coorti e trecento cavalieri a presidio delle navi e, dopo mezzanotte, mosse contro i nemici, senza alcun timore per le imbarcazioni, lasciate all’ancora su un litorale sabbioso e aperto; a capo del distaccamento e delle navi lasciò Quinto Atrio. Dopo aver percorso, di notte, circa dodici miglia, Cesare avvistò le forze nemiche, che dalle alture, con la cavalleria e i carri, avanzarono sino ad un fiume e, stando in posizione più elevata, impedirono ai nostri di procedere, attaccando battaglia. Respinti dalla cavalleria, si rifugiarono nelle foreste, sfruttando una zona egregiamente difesa dalla conformazione naturale e da fortificazioni allestite già in passato, probabilmente in occasione di guerre interne: avevano abbattuto molti alberi, disponendoli in modo da precludere ogni accesso. I Britanni, disseminati qua e là, combattevano dall’interno delle selve e ostacolavano l’ingresso dei nostri nella loro roccaforte. Ma i soldati della settima legione, dopo aver formato la testuggine e costruito un terrapieno fino ai baluardi nemici, conquistarono la postazione dei Britanni e, subendo poche perdite, li costrinsero a lasciare le foreste. Cesare però ordinò di non inseguirli, sia perché non conosceva la zona, sia perché era già giorno inoltrato e voleva dedicare le ultime ore di luce a rinsaldare le difese del proprio campo.

10 – La mattina successiva, inviò all’inseguimento dei nemici in fuga tre colonne di legionari e cavalieri. I nostri avevano già percorso un buon tratto di strada ed erano ormai in vista dei primi fuggiaschi, quando alcuni cavalieri inviati da Quinto Atrio raggiunsero Cesare per riferirgli che la notte precedente era scoppiata una violentissima tempesta; quasi tutte le navi erano state sconquassate ed erano state sbattute sul litorale; non avevano retto né le ancore, né le gomene; né marinai e timonieri avevano potuto nulla contro la violenza della tempesta; le navi avevano cozzato le une contro le altre, riportando gravi danni.

11 – A queste notizie, Cesare ordinò alle legioni e alla cavalleria di ritornare e di limitarsi a resistere durante la marcia. Egli raggiunse personalmente le navi e constatò, con i suoi occhi, che la situazione corrispondeva all’incirca alle informazioni ricevute dalla lettera e dai messi: risultavano perdute circa quaranta navi, le altre tuttavia sembravano riparabili, sia pure con grandi fatiche. Così, scelse tra i legionari dei carpentieri e ne fece arrivare altri dal continente. Scrissse a Labieno di costruire, con le legioni a sua disposizione, quante più navi possibile. Sebbene l’operazione risultasse molto complicata e faticosa, decise che la soluzione migliore consisteva nel tirare in secco tutte le navi e congiungerle all’accampamento con un’unica fortificazione. I lavori richiesero circa dieci giorni, durante i quali i soldati non si concessero mai una sosta, neppure di notte. Tirate in secco le imbarcazioni e ben difeso il campo, lasciò a presidio delle navi le stesse truppe di prima e ritornò da dove era venuto. Appena giunto, vide che già si erano lì radunate, ben più numerose di prima, truppe nemiche provenienti da tutte le regioni; per volontà comune, il comando generale delle operazioni era stato affidato a Cassivellauno, sovrano di una regione separata dai popoli che abitavano lungo la costa da un fiume chiamato Tamigi e distante dal mare circa ottanta miglia. In passato, tra Cassivellauno e gli altri popoli c’era stata continua guerra, ma ora i Britanni, preoccupati per il nostro arrivo, gli avevano conferito il comando supremo.

12 – Nella parte interna della Britannia gli abitanti, secondo quanto essi stessi dicono per remota memoria, sono autoctoni, mentre nelle regioni costiere vivono genti venute dal Belgio a scopo di bottino e di guerra e che, dopo la guerra, si erano qui insediate dandosi all’agricoltura: quasi tutte queste genti conservano i nomi delle nazioni d’origine. La popolazione è numerosissima, molto fitte le case, abbastanza simili alle abitazioni dei Galli, elevato il numero dei capi di bestiame. Come denaro usano monete di rame o d’oro, oppure, in sostituzione, sbarrette di ferro di un determinato peso. Le regioni dell’interno sono ricche di stagno, sulla costa si trova ferro, ma in piccola quantità; il rame viene importato per i loro usi. Ci sono alberi d’ogni genere, come in Gallia, tranne faggi e abeti. La loro religione vieta di mangiare lepri, galline e oche, animali che essi, comunque, allevano per proprio piacere. Il clima è più temperato che in Gallia, e il freddo meno intenso.

13 – L’isola ha forma triangolare, con un lato posto di fronte alla Gallia: un angolo di questo lato, verso il Canzio, dove approdano quasi tutte le navi provenienti dalla Gallia, è rivolto a oriente; l’altro, più basso, guarda a meridione. Questo lato è lungo circa cinquecento miglia. Un altro lato è volto verso la Spagna e l’occidente: su questo versante c’è l’Ibernia, un’isola che si reputa circa la metà della Britannia e che da essa dista tanto quanto la Britannia dalla Gallia. A metà strada si trova un’isola di nome Mona,  e si ritiene che vi siano disseminate molte altre isole minori, dove, secondo quanto alcuni hanno scritto, nel periodo del solstizio d’inverno la notte dura trenta giorni consecutivi. Noi non siamo riusciti a raccogliere altre notizie in proposito, malgrado le nostre domande; abbiamo solo constatato che qui le notti, misurate con precisione mediante clessidre ad acqua, sono più brevi rispetto al continente. La lunghezza di questo lato, secondo l’opinione degli abitanti, è di settecento miglia. Il terzo lato è rivolto a settentrione e nessuna terra gli sta di fronte, ma l’angolo che forma guarda essenzialmente verso la Germania. Si ritiene che si estenda per ottocento miglia. Così, il perimetro totale dell’isola risulta di duemila miglia.

14 – Tra tutti i popoli della Britannia, i più civili in assoluto sono gli abitanti del Canzio, una regione completamente marittima, né i loro costumi sono molto dissimili da quelli dei Galli. Gli abitanti dell’interno, per la maggior parte, non seminano grano, ma si nutrono di latte e carne e si vestono di pelli. Tutti i Britanni, poi, si tingono col guado, che produce un colore ceruleo, e perciò il loro aspetto in battaglia è ancor più terrificante; portano i capelli lunghi e si radono in ogni parte del corpo, a eccezione della testa e del labbro superiore. Hanno le donne in comune, vivendo in gruppi di dieci o dodici, soprattutto fratelli con fratelli e genitori con figli; se nascono dei bambini, sono considerati figli dell’uomo che per primo si è unito alla donna.

15 – I cavalieri nemici e i soldati sui carri da guerra si scontrarono duramente con la nostra cavalleria in marcia, che però ebbe il sopravvento in ogni settore e li respinse nelle foreste e sui colli. I nostri, però, dopo averne uccisi molti, li inseguirono con eccessiva foga e riportarono alcune perdite. I Britanni per un po’ attesero, poi, all’improvviso, balzarono fuori dalle selve e assalirono i nostri, quando non se l’aspettavano ed erano intenti ai lavori di fortificazione del campo. Aggredite le guardie di fronte all’accampamento, si batterono accanitamente. Cesare inviò in aiuto due coorti – le prime di due legioni – che si schierarono a brevissima distanza l’una dall’altra. Ma mentre i nostri erano atterriti dalla nuova tattica di combattimento degli avversari, i Britanni, con estrema audacia, sfondarono il fronte tra le due coorti e, quindi, ripararono in salvo. Quel giorno perse la vita Quinto Laberio Duro, tribuno militare. I nemici vennero respinti grazie all’invio di altre coorti a rinforzo.

16 – Da tutti i dati di questa battaglia, svoltasi sotto gli occhi di tutti, davanti all’accampamento, si comprese che i nostri non erano preparati a fronteggiare la tattica dei nemici: appesantiti dall’armamento, non erano in grado di inseguire i nemici in fuga, né osavano allontanarsi dalle insegne. I cavalieri, poi, correvano grossi rischi nella mischia, perché gli avversari per lo più cedevano, anche di proposito, e quando erano riusciti a portare i nostri cavalieri abbastanza lontano dalle legioni, scendevano dai carri e, a piedi, combattevano in posizione di vantaggio. Così, la natura di tali scontri di cavalleria era ugualmente pericolosa sia negli inseguimenti che nelle ritirate. Inoltre, i nemici non lottavano mai in formazione serrata, ma a piccoli gruppi molto distanziati, disponendo postazioni di riserva: a turno gli uni subentravano agli altri, soldati freschi e riposati davano il cambio a chi era stanco.

17 – L’indomani i nemici si attestarono sulle colline, lontano dall’accampamento. Cominciarono ad avanzare in ordine sparso e a sfidare la nostra cavalleria con minor foga del giorno precedente. Ma nel pomeriggio, dopo che Cesare aveva inviato in cerca di foraggio tre legioni e tutta la cavalleria agli ordini del luogotenente Gaio Trebonio, all’improvviso i nemici piombarono su di essi da ogni direzione, stringendosi attorno alle insegne e alle legioni. I nostri, con un violento assalto, li respinsero e li incalzarono finché i cavalieri, contando sull’appoggio delle legioni, che vedevano alle spalle, costrinsero i nemici a una fuga precipitosa, ne fecero strage e non diedero loro la possibilità né di riorganizzarsi, né di attestarsi o di scendere dai carri. Questa fuga provocò subito la dispersione delle truppe ausiliarie dei Britanni, affluite da ogni regione, e il nemico, in seguito, non osò più affrontarci con l’esercito al completo.

18 – Cesare, informato delle intenzioni dei Britanni, condusse l’esercito nelle terre di Cassivellauno, verso il fiume Tamigi, che può essere guadato a piedi solo in un punto, e anche lì con fatica. Appena giunto, si rese conto che sull’altra sponda erano schierate ingenti forze nemiche. La riva, poi, era difesa da pali aguzzi piantati nel terreno, così come altri pali simili erano conficcati sott’acqua nel fiume. Messo al corrente di ciò dai prigionieri e dai disertori, Cesare fece avanzare la cavalleria e ordinò alle legioni di seguirla senza indugio. I soldati, pur riuscendo a tenere fuori dall’acqua solo la testa, avanzarono con tale rapidità ed impeto, che gli avversari, non essendo in grado di reggere all’assalto delle legioni e della cavalleria, abbandonarono la riva e si diedero alla fuga.

19 – Cassivellauno – lo si è detto in precedenza – persa ogni speranza di proseguire nello scontro campale, aveva congedato il grosso dell’esercito e con solo quattromila uomini circa sorvegliava i nostri movimenti, tenendosi a poca distanza dai nostri percorsi, per nascondersi in luoghi di difficile accesso e fitti di boschi; nei punti poi in cui sapeva che dovevamo transitare, cacciava via bestiame e popolazione dalle campagne ammassandoli nelle foreste. Quando la nostra cavalleria si spingeva troppo oltre nei campi, per saccheggiare e devastare, lungo tutte le strade e i sentieri, Cassivellauno dai boschi lanciava all’attacco i carri e combatteva con i nostri cavalieri con tale rischio per loro, da costringerli, per il timore, a non spingersi troppo distante. A Cesare non restò che vietare alla cavalleria di allontanarsi troppo dal grosso delle legioni in marcia, e accontentarsi di danneggiare il nemico devastandone le campagne e appiccando incendi, per quanto lo potevano i legionari, impegnati in marce faticose.

20 – Nel frattempo giunse da Cesare una delegazione dei Trinovanti, forse il più potente tra i popoli di quelle regioni. In passato, uno di loro, il giovane Mandubracio, aveva raggiunto sul continente Cesare e si era posto sotto la sua protezione: suo padre, divenuto re, era stato ucciso da Cassivellauno, mentre lui si era salvato con la fuga. Gli ambasciatori dei Trinovanti, promettendo resa e obbedienza, chiesero a Cesare di proteggere Mandubracio dai soprusi di Cassivellauno e di inviarlo al suo popolo per diventarne il capo e assumere il potere. Cesare pretese da loro quaranta ostaggi e grano per l’esercito e inviò Mandubracio. I Trinovanti eseguirono rapidamente gli ordini, mandandoo gli ostaggi nel numero fissato e il grano.

21 – Vedendo i Trinovanti protetti e al sicuro da ogni attacco militare, i Cenimagni, i Segontiaci, gli Ancaliti, i Bibroci e i Cassi mandarono delegazioni a Cesare per arrendersi. Da essi seppe che, non lontano, sorgeva la fortezza di Cassivellauno, protetta da foreste e paludi, dove erano stati concentrati uomini e bestiame in numero ragguardevole. Ma i Britanni chiamano fortezza una foresta impraticabile munita da vallo e fossato, dove di solito si rifugiano per sottrarsi alle incursioni dei nemici. Là Cesare si diresse con le legioni e si trovò di fronte ad un luogo estremamente ben protetto sia dalla conformazione naturale, sia dall’opera dell’uomo. Nonostante ciò, intraprese l’assedio su due fronti. I nemici opposero una breve resistenza, ma non riuscirono a frenare l’assalto dei nostri e cercarono di mettersi in salvo lanciandosi fuori da un’altra parte della roccaforte. Qui venne trovato un gran numero di capi di bestiame e molti dei fuggiaschi furono catturati e uccisi.

22 – Nel corso di tali avvenimenti, Cassivellauno inviò dei messi nel Canzio, regione– come detto sopra – prossima mare e governata da quattro re: Cingetorige, Carvilio, Taximagulo e Segovace. Ordinò loro di raccogliere tutte le truppe, di sferrare un improvviso attacco all’accampamento navale romano e di espugnarlo. Appena i nemici giunsero al campo, i nostri effettuarono una sortita e ne fecero strage; catturarono anche il loro comandante, Lugotorige, di nobile stirpe, e rientrarono sani e salvi. Quando gli fu annunciato l’esito della battaglia, Cassivellauno, viste le tante perdite subite, le devastazioni di tanti territori e scosso, soprattutto, dalle defezioni di tante altre nazioni, mandò, tramite l’atrebate Commio, una legazione a Cesare per trattare la resa. Cesare aveva deciso di svernare sul continente per prevenire repentine sollevazioni in Gallia e si rendeva conto che, volgendo ormai al termine l’estate, i nemici potevano con facilità temporeggiare. Perciò, chiese la consegna di ostaggi e fissò il tributo che la Britannia avrebbe dovuto pagare annualmente al popolo romano. A Cassivellauno proibì formalmente di arrecar danno sia Mandubracio che ai Trinovanti.

23 – Consegnati gli ostaggi, ricondusse l’esercito sulla costa, ove trovò le navi riparate. Dopo averle calate in acqua, poiché aveva molti prigionieri e alcune navi erano state distrutte dalla tempesta, decise di far tornare l’esercito in due riprese. Ma ecco che cosa avvenne: di tante navi, in tante traversate, non ne era andata perduta neppure una che trasportasse soldati, né quell’anno, né l’anno precedente; delle imbarcazioni, invece, che gli venivano rinviate vuote dal continente (sia che si trattasse delle navi di ritorno dal primo viaggio dopo aver sbarcato le truppe, oppure delle sessanta costruite in un secondo tempo da Labieno), pochissime riuscirono a raggiungere la destinazione, e quasi tutte le altre furono ributtate sulla costa. Cesare le attese inutilmente per un po’ di tempo; poi, per evitare che la stagione impedisse la navigazione – dato che l’equinozio era vicino – fu costretto a stipare i soldati un po’ più del solito; e al sopraggiungere di una bonaccia straordinaria, levò le ancore subito dopo le nove di sera e all’alba prese terra, portando in salvo tutte le navi.

24 – Dopo aver tirato in secca le navi e tenuto l’assemblea dei Galli a Samarobriva, visto lo scarso raccolto di grano qull’anno a causa della siccità, fu costretto a disporre i quartieri d’inverno in modo diverso rispetto agli anni precedenti e a ripartire le legioni presso diversi popoli. Ne inviò una presso i Morini sotto la guida del luogotenente Gaio Fabio, un’altra con Quinto Cicerone dai Nervi, una terza con Lucio Roscio nella regione degli Esuvi; ordinò che una quarta legione, al comando di Tito Labieno, svernasse nei territori dei Remi, al confine con i Treveri; ne stanziò tre nel paese dei Belgi, alle dipendenze del questore Marco Crasso e dei luogotenenti Lucio Munazio Planco e Gaio Trebonio. Una legione, di recente arruolata al di là del Po, venne mandata, insieme a cinque coorti, fra gli Eburoni, che per la maggior parte abitano tra la Mosa e il Reno e sui quali regnavano Ambiorige e Catuvolco. Il comando di queste truppe fu affidato ai legati Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta. Tale ripartizione delle truppe, gli faceva ritenere di poter ovviare, con grande facilità, alla penuria dei viveri. Gli accampamenti invernali di tutte le legioni non distavano, comunque, più di cento miglia l’uno dall’altro, eccezion fatta per le milizie di Lucio Roscio, che tuttavia doveva condurle in una zona del tutto tranquilla e sicura. Dal canto suo, Cesare decise di trattenersi in Gallia fino alla ricevuta conferma che le legioni erano stanziate nelle rispettive zone e che gli accampamenti erano stati fortificati.

25 – Tra i Carnuti viveva Tasgezio, persona di altissimo rango, i cui antenati avevano regnato sulla loro nazione. Cesare gli aveva restituito il rango degli antenati, in considerazione sia del suo valore che della sua fedeltà, dato che in tutte le guerre si era potuto avvalere del suo contributo incomparabile. Tasgezio era già al suo terzo anno di regno, quando i suoi oppositori, sobillati apertamente da molti concittadini, lo eliminarono con una congiura. Cesare fu informato della cosa e, temendo una defezione dei Carnuti sotto la spinta degli oppositori – visto che in molti erano implicati nella congiura – ordinò a Lucio Planco di partire al più presto dal Belgio alla testa della sua legione, di raggiungere il territorio dei Carnuti e di passarvi l’inverno: chiunque gli risultasse implicato nell’uccisione di Tasgezio, doveva essere arrestato e inviato a Cesare. Nello stesso tempo, tutti i luogotenenti e i questori preposti alle legioni informano Cesare che erano giunti ai quartieri d’inverno e che le fortificazioni erano ormai ultimate.

26 – Circa quindici giorni dopo l’arrivo dei soldati agli accampamenti invernali, improvvisamente scoppiò un’insurrezione guidata da Ambiorige e Catuvolco. Costoro si erano presentati al confine dei loro territori, dove svernavano le truppe al comando di Sabino e di Cotta, e avevano consegnato grano all’accampamento; in seguito, però, sobillati dai messaggeri del trevero Induziomaro, avevano chiamato i loro a raccolta e, sopraffatti i nostri legionari in cerca di legna, con ingenti forze avevano stretto d’assedio il campo. Mentre i nostri impugnavano rapidamente le armi e salivano sul vallo, i cavalieri spagnoli, usciti da una porta del campo, sferravano un attacco in cui ebbero la meglio; così gli avversari, persa ogni speranza di vittoria, furono costretti a togliere l’assedio. Successivamente, a gran voce, come è loro costume, chiesero che qualcuno dei nostri si facesse avanti per parlamentare, poiché avevano da riferire informazioni d’interesse comune, grazie alle quali speravano di poter risolvere i contrasti.

27 – Al colloquio viene inviato Gaio Arpineio, cavaliere romano, parente di Quinto Titurio, insieme a uno Spagnolo, un certo Quinto Giunio, che in passato, per incarico di Cesare, si era già più volte recato in missione presso Ambiorige. Ad essi Ambiorige parlò press’a poco come segue: ammetteva i molti debiti di riconoscenza nei confronti di Cesare per i benefici ricevuti: grazie al suo intervento, infatti, era stato sollevato dal tributo che pagava abitualmente agli Atuatuci, popolo confinante; Cesare, inoltre, gli aveva restituito suo figlio e il figlio di suo fratello, che, inclusi nel novero degli ostaggi, erano tenuti asserviti in catene dagli Atuatuci. Quanto all’assedio al campo romano, aveva agito non di iniziativa o volontà propria, ma costretto dal suo popolo, poiché la sua sovranità era fatta in modo tale che la sua gente aveva nei suoi confronti gli stessi diritti che aveva lui nei confronti della sua gente. Il popolo, d’altro, canto, era insorto perché non aveva potuto opporsi alla repentina formazione di una lega dei Galli. Prova evidente di ciò era la sua debolezza, poiché non era tanto sprovveduto da credere, con le proprie truppe, di poter vincere il popolo romano. Si trattava, piuttosto, di un piano comune a tutti i Galli: era stato deciso di assediare, in quel giorno, tutti gli accampamenti invernali di Cesare, in modo che nessuna legione fosse in grado di soccorrerne un’altra. Come poteva un popolo dei Galli opporre con facilità un rifiuto alla proposta di altri Galli, soprattutto quando sembrava mirare alla riconquista dell’indipendenza comune? Se, dunque, in un primo momento aveva aderito alla lega dei Galli per amor di patria, ora poteva tenere conto del suo dovere per i benefici ricevuti da Cesare, quindi consigliava, supplicava Titurio, in nome dei loro vincoli d’amicizia, di provvedere a porsi in salvo con i propri soldati. Un forte esercito di mercenari germani aveva attraversato il Reno e sarebbero giunti nell’arco di due giorni. Spettava a loro la decisione di far uscire dall’accampamento i soldati prima che i Galli vicini se ne accorgessero, e condurli da Cicerone o da Labieno, distanti l’uno circa cinquanta miglia, l’altro poco più. Prometteva e giurava di garantire un passaggio sicuro sul proprio territorio. Agendo così, avrebbe provveduto al bene della propria gente, perché veniva liberata dal peso del campo romano, e ricambiato i benefici di Cesare. Ciò detto, Ambiorige si allontanò.

28 – Arpineio e Giunio riferirono le parole di Ambiorige ai luogotenenti, che, turbati dagli eventi repentini, giudicavano di dover dar peso alle informazioni, per quanto fornite dal nemico. Li spingeva, soprattutto, una considerazione: era ben poco credibile che un popolo così oscuro e debole come gli Eburoni avesse osato, di propria iniziativa, muovere guerra al popolo romano. Perciò, rimandarono la questione al consiglio di guerra, dove si verificarono forti contrasti. Lucio Aurunculeio, seguito da molti tribuni militari e dai centurioni più alti in grado, era dell’avviso di non prendere iniziative avventate e di non lasciare i quartieri d’inverno senza un ordine di Cesare; spiegavano che, per quanto numerose, era possibile tener testa alle truppe dei Germani, essendo il campo fortificato; lo testimoniava il fatto che avevano retto con grandissimo vigore al primo assalto e avevano inflitto al nemico gravi perdite; la situazione delle scorte di grano non era preoccupante; nel frattempo, sarebbero arrivati rinforzi sia dai campi più vicini, sia da Cesare; infine, cosa c’era di più avventato o vergognoso che deliberare su questioni gravissime, per suggerimento dei nemici?

29 – A ciò Titurio obiettava, gridando, che si sarebbero mossi tardi, con le forze avversarie ormai più consistenti per l’arrivo dei Germani oppure dopo qualche disastro negli accampamenti vicini. Avevano poco tempo per decidere. Riteneva che Cesare fosse partito per l’Italia, altrimenti i Carnuti non avrebbero preso la decisione di eliminare Tasgezio, né gli Eburoni, se lui fosse stato presente in Gallia, avrebbero marciato sul campo con tanto disprezzo per le nostre forze. Le proposte del nemico non c’entravano, si trattava di valutare la situazione: il Reno era vicino e i Germani erano molto addolorati per la morte di Ariovisto e le nostre precedenti vittorie; la Gallia bruciava per le molte umiliazioni subite, per dover sottostare al dominio del popolo romano, per l’antica gloria militare perduta. Infine, ma chi poteva convincersi che Ambiorige avesse assunto una decisione del genere senza uno scopo ben preciso? La sua proposta garantiva sicurezza in entrambi i casi: se non si verificava nulla di grave, avrebbero raggiunto senza rischi la legione più vicina; se, invece, la Gallia era tutta d’accordo con i Germani, l’unica speranza di salvezza era riposta nella rapidità. Il parere di Cotta e di chi dissentiva, a cosa portava? Se per il presente non rappresentava un pericolo, certo, in un lungo assedio, avrebbero dovuto temere la fame.

30 – Mentre così si discuteva, da una parte e dall’altra, visto che Cotta e i centurioni più alti in grado si opponevano con tenacia, Sabino disse: «E va bene, se proprio lo volete», e a voce più alta, per essere sentito da un gran numero di soldati, proseguì: «Non sarò certo io quello che, in mezzo voi, si lascia spaventare di più dalla paura della morte; ma saranno loro a giudicare e a chiedere conto a te, se succede qualcosa di grave, loro, che se tu lo consentissi, potrebbero raggiungere dopodomani l’accampamento più vicino e affrontare le vicende della guerra insieme agli altri, invece di crepare per mano nemica o sfiniti dalla fame, abbandonati e lontani da tutti».

31 – I membri del consiglio balzarono in piedi, prensero nel mezzo entrambi i legati e li pregano di non portare la situazione al massimo rischio con il loro dissenso ostinato; la faccenda era facile da gestire sia rimanendo, sia levando le tende, purché tutti fossero dello stesso avviso; in caso di disaccordo, invece, non si intravedeva alcuna speranza di salvezza. La discussione proseguì fino a notte fonda. Alla fine Cotta, turbato, si diede per vinto e prevalse il parere di Sabino. La partenza venne annunciata per l’alba. Il resto della notte la passarono a vegliare, ogni soldato valutò che cosa poteva prendere con sé e quali oggetti dell’accampamento invernale avrebbe dovuto abbandonare per forza. Si escogitò di tutto pur di dimostrare, la mattina dopo, il rischio di una permanenza e l’aumentare del pericolo con la stanchezza dei soldati, dovuta alla veglia. Così all’alba lasciarono il campo, non come se fossero stati persuasi dal nemico, ma quasi avessero accolto il suggerimento di un amico di provata lealtà, Ambiorige. L’esercito in marcia formò una lunghissima fila, con una massa enorme di bagagli.

32 – Allorché dall’agitazione notturna e dalla veglia prolungata, i nemici si resero conto che i nostri preparavano la partenza, isposero un agguato da due lati, nella boscaglia, su un terreno favorevole e coperto, a circa due miglia dal campo, in attesa dell’arrivo dei Romani. Quando il grosso della colonna era ormai entrato in un’ampia valle, i nemici, all’improvviso, sbucarono dai fianchi della medesima e iniziarono a premere sulla retroguardia e a impedire all’avanguardia di salire sulle alture, costringendo i nostri a combattere in condizioni assolutamente sfavorevoli.

33 – Solo allora Titurio, che non aveva preso alcuna precauzione, cominciò ad agitarsi, a correre qua e là, a disporre le coorti, ma sempre impaurito: sembrava che tutto gli venisse a mancare, come per lo più accade a chi è costretto a decidere proprio mentre l’azione è in corso. Cotta, invece, che aveva pensato all’eventualità di un attacco durante la marcia e che, perciò, non era stato fautore della partenza, non risparmiò nulla per la salvezza di tutti e, chiamando e incoraggiando i legionari, durante la battaglia, svolgeva le funzioni di comandante e di soldato. La lunghezza della colonna rendeva più difficile provvedere a tutto personalmente e impartire gli ordini necessari in ogni settore della battaglia, perciò i comandanti diedero disposizione, passando la voce, di abbandonare i bagagli e di assumere la formazione a cerchio. La manovra, anche se in circostanze del genere non è biasimevole, ebbe però un esito disastroso; diminuì, infatti, la fiducia dei nostri soldati e rese più arditi i nemici, perché sembrava che fosse stata adottata al colmo della paura e della disperazione. Inoltre, accadde l’inevitabile: i soldati, ovunque, si allontanarono dalle insegne, ciascuno per correre ai bagagli e cercare di riprendersi le cose più care. Tutto risuonava di grida e pianti.

34 – I barbari, invece, si dimostrarono avveduti. Infatti, i loro capi passarono ordine a tutto lo schieramento che nessuno si allontanasse dal proprio posto; il bottino era loro e loro era tutto ciò che i Romani avessero abbandonato, quindi dovevano pensare che tutto dipendeva dalla vittoria. Il loro coraggio era pari al loro numero. I nostri, benché traditi dal comandante e dalla Fortuna, riponevano tuttavia ogni speranza di salvezza nel proprio valore, e ogni volta che una coorte muoveva all’assalto, in quel settore cadeva un gran numero di nemici. Appena se ne accorse, Ambiorige ordinò di scagliare dardi da lontano, senza avvicinarsi, ripiegando là dove i Romani avessero sferrato l’attacco, poiché con le loro armi leggere e il costante addestramento avrebbero potuto infliggere ai Romani gravi perdite; quando i nostri, invece, si fossero ritirati verso le insegne, dovevano inseguirli.

35 – L’ordine venne scrupolosamente eseguito dai barbari: quando una coorte usciva dalla formazione a cerchio e attaccava, i nemici indietreggiavano in gran fretta. Al tempo stesso era inevitabile che quel punto rimanesse scoperto e che sul fianco indifeso piovessero dardi. Poi, quando i nostri iniziavano il ripiegamento verso il settore di partenza, venivano circondati sia dai nemici che si erano ritirati, sia dagli altri che erano rimasti fermi ai propri posti. Se, invece, volevano tenere le posizioni, non avevano modo di esprimere il proprio valore, né di evitare, così serrati, le frecce scagliate da una tal massa di nemici. Comunque, pur travagliati da tante difficoltà e nonostante le gravi perdite, resistevano e, trascorsa ormai gran parte del giorno – si combatteva dall’alba ed erano ormai le due di pomeriggio – non si piegavano a nulla che fosse indegno di loro. A quel punto Tito Balvenzio, che l’anno precedente era stato centurione primipilo, guerriero coraggioso e di grande autorità, venne colpito da una tragula, che gli trapassò tutte e due le cosce; Quinto Lucanio, anch’egli primipilo, mentre combatteva con estremo valore, perse la vita nel tentativo di recare aiuto al figlio circondato dai nemici; il luogotenente Lucio Cotta, mentre stava incitando tutte le coorti e le centurie, venne colpito da un proiettile di fionda in pieno volto.

36 – Sconvolto da tali avvenimenti, Quinto Titurio, avendo scorto in lontananza Ambiorige che spronava i suoi, gli inviò il proprio interprete, Gneo Pompeo, per chiedergli di risparmiare la vita a se stesso e ai legionari. A tale richiesta Ambiorige così rispose: se Titurio voleva un colloquio, glielo concedeva; sperava di poter ottenere dai suoi quanto era necessario alla salvezza dei soldati romani; Titurio stesso, comunque, non avrebbe corso alcun rischio, se ne rendeva garante di persona. Titurio si consigliò con Cotta, ferito: gli propose, se era d’accordo, di allontanarsi dalla battaglia e di recarsi insieme a parlare con Ambiorige, nella seranza di riuscire ad ottenere la salvezza per loro e per i soldati. Cotta rispose che non si sarebbe mai recato da un nemico in armi e non si lasciò smuovere dalla sua decisione.

37 –, Titurio Sabino diede ordine di seguirlo ai tribuni militari che aveva intorno a sé e ai centurioni più alti in grado. Avvicinatosi ad Ambiorige, gli venne ingiunto di gettare le armi: egli eseguì l’ordine e comandò ai suoi di fare altrettanto. E mentre trattavano delle condizioni di resa e Ambiorige, di proposito, tirava in lungo il suo discorso, a poco a poco Sabino venne circondato e ucciso. A quel punto, com’è loro costume, i nemici levarono alte grida di vittoria e si lanciarono all’assalto, scompaginando i ranghi dei nostri. Lucio Cotta cadde combattendo sul posto, come la maggior parte dei nostri. I superstiti si rifugiano nell’accampamento da cui erano partiti. Tra di essi ci fu Lucio Petrosidio, aquilifero, i quale, attaccato da molti avversari, scagliò l’aquila all’interno del vallo e cadde battendosi da vero eroe davanti all’accampamento. I nostri, a malapena, riuscirono a reggere agli attacchi nemici fino al calar delle tenebre; di notte, senza più speranze di salvezza, si tolsero tutti la vita, sino all’ultimo. I pochi superstiti raggiunsero, per vie malsicure tra le foreste, il campo del luogotenente Tito Labieno e lo informarono dell’accaduto.

38 – Esaltato dalla vittoria, Ambiorige si dirisse con la cavalleria verso gli Atuatuci, che confinavano col suo regno. Procedette senza sosta notte e giorno e ordinò alla fanteria di tenergli dietro. Illustrato l’accaduto e spinti gli Atuatuci alla ribellione, il giorno seguente raggiunge i Nervi e li spinge a non perdere l’occasione di rendersi per sempre liberi e di vendicarsi dei Romani per le offese ricevute. Raccontò che due legati erano stati uccisi e il grosso dell’esercito eliminato; non era affatto difficile cogliere di sorpresa la legione che svernava al comando di Cicerone e distruggerla; a tale scopo promise il suo aiuto nell’impresa. Con tali parole persuase facilmente i Nervi.

39 – Così, inviarono subito degli emissari ai Ceutroni, ai Grudi, ai Levaci, ai Pleumoxi, ai Geidumni, tutti popoli sottoposti a loro soggetti; raccolsero il maggior numero possibile di soldati, e piombarono all’improvviso sul campo di Cicerone, che ancora non sapeva della morte di Titurio. Anche Cicerone si trovò di fronte, com’era inevitabile, all’identica situazione: alcuni legionari, addentratisi nei boschi in cerca di legname per le fortificazioni, vennero colti alla sprovvista dall’arrivo repentino della cavalleria nemica. Dopo averli circondati con ingenti forze, gli Eburoni, i Nervi e gli Atuatuci, con tutti i loro alleati e clienti, strinsero d’assedio la legione. I nostri si precipitarono alle armi e salirono sul vallo. Per quel giorno riuscirono a stento a resistere, poiché i nemici riponevano ogni speranza nella rapidità dell’attacco ed erano convinti che, ottenuta quella vittoria, sarebbero sempre usciti vincitori.

40 – Senza indugio Cicerone inviò una lettera a Cesare, promettendo grandi ricompense a chi fosse riuscito a recapitarla. Le vie, però, erano tutte sorvegliate e i messi vennero intercettati. Di notte, con il legname procurato per le fortificazioni, i Romani costruirono, con incredibile rapidità, almeno centoventi torri e terminarono le strutture difensive non ancora approntate. L’indomani i nemici, raccolte truppe ben più numerose, ripresero l’assedio e colmarono il fossato, ma incontrarono la stessa resistenza del giorno prima. L’identica situazione si replicò nei giorni successivi. Di notte i lavori di fortificazione non vennero sospesi neppure per un istante; non venne concesso riposo né ai malati, né ai feriti. Tutto il necessario per l’assedio del giorno seguente lo si preparava durante la notte; vennero approntati molti pali induriti al fuoco e giavellotti pesanti in gran quantità; le torri vennero munite di tavolati, dotate di merli e parapetti di graticci. Cicerone stesso, pur essendo di salute molto cagionevole, non si concedeva riposo neanche di notte, tanto che i soldati si accalcarono attorno a lui e lo costrinsero, a forza di insistere, a prendersi un po’ di respiro.

41 – Allora i capi e i principi dei Nervi, che avevano possibilità di contatto con Cicerone per ragioni di amicizia, gli chiesero un colloquio ed egli lo concesse. Descrissero la situazione negli stessi termini in cui Ambiorige l’aveva presentata a Titurio: tutta la Gallia era in armi; i Germani avevano attraversato il Reno; il campo di Cesare e tutti gli altri erano sotto assedio. Riferirono anche la morte di Sabino, la cui prova era costituita dalla presenza di Ambiorige. Sarebbe stato un errore aspettarsi rinforzi da chi si trovava in una situazione disperata; tuttavia, contro Cicerone e il popolo romano non avevano alcun risentimento, solo non accettavano più quartieri d’inverno nei loro territori e non intendevano che tale abitudine si radicasse; concedevano pertanto ai Romani la possibilità di lasciare il campo sani e salvi e di recarsi, senza alcun timore, dovunque volessero. A tali parole Cicerone rispose semplicemente che non era consuetudine del popolo romano accettare condizioni da un nemico armato; se avessero acconsentito a deporre le armi, prometteva il suo appoggio per l’invio di messi a Cesare: sperava, dato il senso di giustizia del comandante, che avrebbero viste esaudite le loro richieste.

42 – Delusi nelle loro speranze, i Nervi cinsero il campo romano con una palizzata alta dieci piedi e un fossato largo quindici. Negli anni precedenti, per i frequenti contatti con noi, avevano appreso tale tecnica e adesso erano istruiti da alcuni prigionieri del nostro esercito; ma, privi degli attrezzi di ferro adatti, erano costretti a fendere le zolle con le spade e a trasportare la terra con le mani o i mantelli. Ma anche da ciò, comunque, si poté capire quanto fossero numerosi: in meno di tre ore ultimarono una linea fortificata alta quindici piedi per un perimetro di tre miglia. Nei giorni successivi, sempre sulla base delle istruzioni dei prigionieri, cominciarono a preparare e costruire torri alte quanto il nostro vallo, falci e testuggini.

43 – Il settimo giorno d’assedio si levò un vento fortissimo: i nemici iniziarono a scagliare proiettili roventi d’argilla incandescente e frecce infuocate contro le capanne che, secondo l’uso gallico, avevano il tetto ricoperto di paglia. I tetti presero subito fuoco e, per la violenza delle raffiche, le fiamme si diffusero in ogni punto del campo. I nemici, tra alte grida, come se avessero già la vittoria in pugno, cominciarono a spingere in avanti le torri e le testuggini, e tentarono di salire sulla nostra palizzata con le scale. I nostri, nonostante il calore sprigionato ovunque dalle fiamme e il nugolo di dardi che pioveva su di loro e sebbene si rendessero conto che tutti i bagagli e ogni loro bene era perduto, diedero una tal prova di valore e presenza di spirito, che nessuno si mosse e abbandonò il suo posto sulla palizzata per darsi alla fuga, anzi, non girarono neanche le teste: tutti si batterono con estrema tenacia e straordinario coraggio. Per i nostri fu il giorno più duro in assoluto, ma col risultato che, proprio in esso, i nemici subirono il maggior numero di perdite, tra morti e feriti, poiché si erano ammassati proprio ai piedi del vallo e gli ultimi impedivano ai primi la ritirata. Allorché le fiamme erano un po’ calate e, in una zona, una torre nemica era stata spinta contro la palizzata, i centurioni della terza coorte ripiegarono dal settore in cui si trovavano e ordinarono a tutti i loro di retrocedere, poi con cenni e grida cominciarono a chiamare il nemico, sfidandolo ad entrare; ma nessuno osò farsi avanti. Allora i nostri, da ogni parte, scagliarono pietre e i Galli vennero dispersi; la torre fu incendiata.

44 – In quella legione militavano due centurioni di grande valore, Tito Pullone e Lucio Voreno, che stavano raggiungendo i gradi più alti. I due erano in costante antagonismo su chi doveva esser anteposto all’altro e ogni anno gareggiavano per la promozione, con rivalità accanita. Mentre si combatteva aspramente nei pressi delle nostre difese, Pullone disse: «Esiti, Voreno? Che grado ti aspetti a ricompensa del tuo valore? Ecco il giorno che deciderà le nostre controversie!» Ciò detto, scavalcò le difese e si gettò contro lo schieramento nemico dove sembrava più fitto. Neppure Voreno, allora, restò entro il vallo, ma, temendo il giudizio di tutti, seguì Pullone. A poca distanza dai nemici, questi scagliò il giavellotto contro di loro e ne colpì uno, che correva in testa a tutti; i compagni lo soccorrsero, caduto e morente, proteggendolo con gli scudi, mentre tutti insieme lanciarono dardi contro Pullone, impedendogli di avanzare. Anzi, il suo scudo venne trapassato da parte a parte e una lancia gli si piantò nel cinturone, spostandogli il fodero della spada: così, mentre cercava di sguainarla con la destra, perse tempo e, nell’intralcio in cui si trovava, venne circondato. Subito il suo rivale Voreno si precipitò e lo soccorre in quel difficile frangente. Su di lui confluirono subito tutti i nemici, trascurando Pullone, che credevano trafitto dalla lancia. Voreno combattè con la spada, corpo a corpo, uccise un avversario e costrinse gli altri a retrocedere leggermente, ma, trasportato dalla foga, cadde a capofitto in un fosso. Venne circondato a sua volta e trovò sostegno in Pullone: tutti e due, incolumi, si ripararono entro le nostre difese, dopo aver ucciso molti nemici ed essersi procurati grande onore. Così la Fortuna, in questa loro sfida e contesa, dispose di essi in modo che ognuno recasse all’antagonista aiuto e salvezza e che non fosse possibile giudicare a quale dei due toccasse il premio per il valore.

45 – Quanto più l’assedio diventava di giorno in giorno duro e insostenibile – soprattutto perché la maggior parte dei soldati era ferita e il numero dei difensori si era ridotto a ben poca cosa – tanto più di frequente venivano inviate lettere e messi a Cesare. Alcuni di loro, catturati, vennero uccisi tra i supplizi al cospetto dei nostri soldati. Nell’accampamento c’era un nervio di nome Verticone, persona di nobili natali, che fin dall’inizio dell’assedio si era rifugiato presso Cicerone e gli aveva giurato fedeltà assoluta. Verticone persuase un suo schiavo, promettendogli la libertà e grosse ricompense, a recare un messaggio a Cesare e gli. Costui portò fuori dal campo il messaggio legato al suo giavellotto: Gallo, tra Galli, si mosse senza destare alcun sospetto e raggiunse Cesare, informandolo dei pericoli che incombevano su Cicerone e la sua legione.

46 – Ricevuta il messaggio verso le cinque di pomeriggio, Cesare inviò immediatamente nelle terre dei Bellovaci un messaggero al questore Marco Crasso, il cui campo invernale distava circa venticinque miglia; gli ordinò di mettersi in marcia con la legione a mezzanotte e di raggiungerlo in fretta. Crasso lasciò il campo con l’emissario. Cesare ne inviò un altro al luogotenente Gaio Fabio e gli comunicò di guidare la legione nei territori degli Atrebati, da dove sapeva di dover transitare. Scrisse a Labieno di raggiungerlo con la sua legione nelle terre dei Nervi, se la sua partenza non fosse stata di danno per gli interessi della repubblica. Ritenne di non dover aspettare il resto dell’esercito, poiché stanziato un po’ troppo lontano; dai campi invernali più vicini radunò comunque circa quattrocento cavalieri.

47 – Verso le nove di mattina, le staffette lo informano dell’arrivo di Crasso ed egli, per quel giorno, avanzò di circa venti miglia. Destinò Crasso a Samarobriva e gli attribuì il comando di una legione, perché vi lasciava le salmerie dell’esercito, gli ostaggi delle varie popolazioni, i documenti ufficiali e tutto il grano trasportato per affrontare l’inverno. Fabio con la sua legione, secondo gli ordini, senza perdere troppo tempo, si ricongiunse con lui mentre era in marcia. Quando Labieno era ormai al corrente della morte di Sabino e della strage delle coorti, i Treveri giunsero con tutto l’esercito., Lasciando il campo con una partenza simile a una fuga, egli temette di non riuscire a tener testa all’assalto dei nemici, tanto più che li sapeva esaltati per la recente vittoria. Perciò, scrisse a Cesare spiegando il pericolo a cui si sarebbe esposta la legione, una volta condotta fuori dall’accampamento; gli illustrò le vicende accadute tra gli Eburoni e lo informò che la fanteria e la cavalleria dei Treveri, al gran completo, si erano insediate a tre miglia di distanza dal suo accampamento.

48 – Cesare approvò la decisione di Labieno e, benché caduta la speranza di contare su tre legioni dovesse accontentarsi di due, continuò a pensare che l’unica via di salvezza comune consistesse nella rapidità di azione. A marce forzate raggiunse la regione dei Nervi. Qui, dai prigionieri apprese che cosa succedeva nel campo di Cicerone e quanto fosse critica la situazione. Persuase allora, offrendogli un forte compenso, uno dei cavalieri galli a portare una lettera a Cicerone. La scrisse in greco, per evitare che i nemici, in caso di intercettazione, scoprissero i nostri piani. Diede ordine al Gallo, se non fosse riuscito a penetrare nel campo romano, di scagliare all’interno delle fortificazioni una tragula, con la lettera legata alla correggia. Nella missiva scrisse che era già in marcia con le legioni e che presto sarebbe giunto; esortò Cicerone a mostrarsi all’altezza dell’antico valore. Il Gallo, temendo il pericolo, scagliò la tragula secondo gli ordini ricevuti. Il caso volle che si conficcasse in una torre e che per due giorni i nostri non se ne accorgessero. Il terzo giorno venne notata da un soldato, divelta e consegnata a Cicerone. Egli lesse attentamente la missiva e poi ne comunicò il contenuto pubblicamente, con grande gioia di tutti. Al tempo stesso si cominciarono a scorgere, in lontananza, fumi di fuochi e ogni dubbio sull’arrivo delle legioni venne fugato.

49 – Informati del fatto dagli esploratori, i Galli tolsero l’assedio e con tutte le truppe, circa sessantamila armati, si diressero contro Cesare. Cicerone, visto che era possibile, fece trovare al solito Verticone – del quale si è già parlato – un Gallo che recapitasse una lettera a Cesare, al quale raccomandò di muoversi con cautela e attenzione; nella missiva spiegò a Cesare che il nemico si era allontanato e che, in forze, stava dirigendosi contro di lui. La lettera pervenne a Cesare verso mezzanotte, ed informò i suoi e li incoraggiò in vista della battaglia. L’indomani, all’alba, spostò l’accampamento e, percorse circa quattro miglia, avvistò la massa dei nemici tra una valle e un corso d’acqua. Era molto rischioso combattere su un terreno tanto sfavorevole e avendo a disposizione truppe così esigue; perciò, sapendo che Cicerone era stato liberato dall’assedio, in tutta serenità non ritenne necessario stringere i tempi. Si fermò dunque e fortificò il campo nel luogo che offriva più vantaggi; sebbene l’accampamento fosse già piccolo di per sé (era per appena settemila uomini e, per di più, privi di bagagli), lo rese ancora più piccolo, stringendo al massimo i passaggi, per indurre il nemico a crederlo davvero trascurabile. Nel frattempo cercò di scoprire, mediante esploratori inviati in tutte le direzioni, quale fosse il percorso più agevole per attraversare la valle.

50 – Quel giorno si verificarono solo scaramucce di cavalleria nei pressi del corso d’acqua, mentre entrambi gli eserciti tenevano le proprie posizioni: i Galli in quanto aspettavano la venuta di truppe ancora più numerose, non ancora arrivate; Cesare nella speranza di riuscire, fingendo timore, ad attirare sul suo terreno i nemici per combattere al di qua della valle, davanti all’accampamento, o, in caso contrario, per riuscire, una volta esplorate le strade, ad attraversare la valle e il corso d’acqua con minore pericolo. All’alba la cavalleria avversaria si avvicinò al campo e attaccò battaglia con i nostri cavalieri. Cesare, di proposito, ordina ai suoi di ritirarsi e di rientrare all’accampamento. Al tempo stesso, comandò di rinforzare con un vallo più alto tutti i lati del campo e di ostruire le porte; diede ordine ai soldati di eseguire queste operazioni con estrema precipitazione e di simulare paura.

51 – I nemici, sedotti da queste manovre, varcarono il fiume con le loro truppe e le schierano in un luogo sfavorevole. Mentre i nostri abbandonavano il vallo, gli avversari si avvicinarono ancora di più e da tutti i lati cominciarono a scagliare dardi all’interno delle fortificazioni. Poi, mandarono araldi tutt’intorno al campo e annunziarono quanto segue: chiunque lo volesse, Gallo o Romano, aveva facoltà, entro le nove di mattina, di passare senza alcun pericolo dalla loro parte; scaduto quel termine, nessuno avrebbe potuto più farlo. Sottovalutarono i nostri a tal punto, che alcuni dei loro cominciarono a smantellare il vallo con le mani, altri a riempire i fossati, perché non ritenevano possibile un’irruzione dalle porte, solo in apparenza ostruite da un’unica fila di zolle. Allora Cesare, con una sortita da tutte le porte, lanciò la cavalleria alla carica e mise in fuga gli avversari, senza che neppure uno riuscisse a combattere e resistere: ne uccide molti e costrinse tutti a gettare le armi.

52 – Cesare ritenne rischioso spingersi troppo oltre, perché si frapponevano foreste e paludi, e si rendeva conto che non c’era modo di infliggere agli avversari il benché minimo danno. Così, quel giorno stesso, senza nessuna perdita, raggiunse Cicerone. Là, con stupore, vide le torri, le testuggini e le fortificazioni costruite dai nemici; quando la legione venne schierata, si rese conto che neanche un soldato su dieci era illeso; da tutti questi elementi giudicò con quanto pericolo e con quale valore fosse stata affrontata la situazione. Elogiò pubblicamente Cicerone per i suoi meriti e tutta la legione, chiamò individualmente i centurioni e i tribuni militari che – lo sapeva per testimonianza di Cicerone – si erano distinti per singolare valore. Dai prigionieri apprese altri particolari sulla fine di Sabino e di Cotta. Il giorno seguente riunì le truppe, descrisse l’accaduto, ma rincuorò e rassicurò i soldati; spiegò che il rovescio, subito per colpa e imprudenza di un luogotenente, doveva essere sopportato con animo tanto più sereno, in quanto, per beneficio degli dèi immortali e per il loro valore, il disastro era stato vendicato; la gioia dei nemici era stata breve, quindi il loro dolore non doveva durare troppo a lungo.

53 – Nello stesso tempo, i Remi recarono a Labieno la notizia della vittoria di Cesare, con incredibile rapidità. Infatti, sebbene il campo di Cicerone, dove Cesare era giunto dopo le tre di pomeriggio, distasse circa sessanta miglia dall’accampamento di Labieno, qui, prima di mezzanotte, si levò clamore alle porte: erano le grida dei Remi in segno di vittoria e di congratulazione. Il fatto venne riferito anche ai Treveri; Induziomaro, che aveva già fissato per l’indomani l’assedio al campo di Labieno, di notte fuggì e ricondusse tutte le sue truppe nella regione dei Treveri. Cesare ordinò a Fabio di rientrare con la sua legione all’accampamento invernale; dal canto suo, fissa tre quartieri d’inverno, separati, tutt’intorno a Samarobriva e decise, date le numerose sollevazioni verificatesi in Gallia, di rimanere personalmente con l’esercito per tutto l’inverno. Infatti, una volta diffusasi la notizia della sconfitta e della morte di Sabino, quasi tutti i popoli della Gallia cospiravano per scendere in guerra, inviavano messi in tutte le direzioni, s’informavano sulle decisioni degli altri e da dove sarebbe partita l’insurrezione, tenevano concili notturni in zone deserte. Per tutto l’inverno, non ci fu per Cesare un momento tranquillo: riceveva di continuo notizie sui progetti e la ribellione dei Galli. Tra l’altro, Lucio Roscio, posto al comando della tredicesima legione, lo informò che ingenti truppe galliche delle popolazioni chiamate Armoriche, si erano radunate con l’intenzione di assediarlo ed erano giunte a non più di otto miglia dal suo campo, ma, alla notizia della vittoria di Cesare, si erano ritirate con una rapidità tale, che la loro partenza era sembrata piuttosto una fuga.

54 – Cesare, allora, convocò i principi di tutte le nazionalità, e un po’ col timore (rivelando di essere al corrente di quanto accadeva), e un po’ con la persuasione, indusse la maggior parte delle genti galliche al rispetto degli impegni assunti. Tuttavia i Senoni, nazione tra le più forti e autorevoli in Gallia, a seguito di una pubblica decisione, tentarono di eliminare Cavarino, che Cesare aveva designato loro sovrano (e già erano stati re suo fratello Moritasgo, all’epoca dell’arrivo di Cesare in Gallia, e i suoi avi). Cavarino ne presagì le intenzioni e fuggì; i suoi avversari gli diedero la caccia sino al confine e lo bandirono dal trono e dal paese. In seguito, inviarono a Cesare un’ambasceria per discolparsi: egli comandò che tutti i senatori si presentassero da lui, ma il suo ordine venne disatteso. A quegli uomini barbari bastò che ci fossero dei fautori della guerra, e in tutti si verificò un tale mutamento di propositi, che quasi nessun popolo rimase al di sopra dei nostri sospetti, ad eccezione degli Edui e dei Remi, che Cesare tenne sempre in particolare considerazione – i primi per l’antica e costante lealtà nei confronti del popolo romano, i secondi per i recenti servizi durante la guerra in Gallia. Ma non so se la cosa fosse poi tanto strana, tenendo soprattutto presente che, tra le molte altre cause, popoli considerati superiori a tutti per il loro valore militare, ora erano profondamente afflitti per aver perso prestigio al punto da dover sottostare al dominio di Roma.

55 – I Treveri e Induziomaro, però, per tutto l’inverno non smisero un attimo di inviare delegazioni oltre il Reno e di sobillare quelle popolazioni, di promettere denaro e di sostenere che, distrutto ormai il grosso del nostro esercito, ne restava solo una minima parte. Non gli riuscì tuttavia di persuadere alcun popolo dei Germani a varcare il Reno; rispondevano di averci già due volte provato, con la guerra di Ariovisto e il passaggio dei Tenteri, quindi non avrebbero tentato ulteriormente la sorte. Delusa tale speranza, Induziomaro cominciò lo stesso a radunare truppe e ad addestrarle, a procurarsi cavalli dalle genti vicine e ad attirare a sé, con grandi remunerazioni, gli esuli e le persone condannate di tutta la Gallia. Con queste mosse si era già procurato in Gallia tanta autorità, che da ogni regione accorrevano ambascerie e gli chiedevano i suoi favori e la sua amicizia, sia per l’interesse delle nazioni che di privati cittadini.

56 – Quando Induziomaro si rese conto della spontaneità di tali ambascerie e che, da un lato, i Senoni e i Carnuti erano spinti dalla consapevolezza della propria colpa, dall’altro i Nervi e gli Atuatuci preparavano guerra ai Romani, e che, inoltre, non gli sarebbero mancate bande di volontari, se si fosse mosso dai suoi territori, convocò un’assemblea militare, che è il modo con cui di solito i Galli iniziano una guerra. In forza di una legge comune, tutti i giovani sono costretti a convenirvi con le loro armi; chi giunge ultimo, viene sottoposto al cospetto di tutti a torture d’ogni genere e ucciso. In tale assemblea Induziomaro dichiarò Cingetorige, capo della fazione avversa e suo genero – come s’è già ricordato egli si era messo sotto la protezione di Cesare e gli era rimasto fedele – nemico pubblico e ne confiscò le sostanze. Dopo tali risoluzioni, nel concilio Induziomaro annunciò solennemente di aver accolto le sollecitazioni dei Senoni, dei Carnuti e di molte altre genti della Gallia; egli si sarebbe recato là attraversando i territori dei Remi e devastandone i campi, ma, prima ancora, avrebbe messo sotto assedio il campo di Labieno. Impartì infine gli ordini da eseguire.

57 – Labieno, al riparo in un accampamento ben difeso per conformazione naturale e per numero di soldati, non nutriva timori per sé o per la sua legione. Meditava anzi di non lasciarsi sfuggire alcuna occasione per una rilevante impresa. Così, non appena fu informato da Cingetorige e dai suoi parenti circa il discorso di Induziomaro al concilio, inviò dei messi alle genti limitrofe e arruolò da ogni parte dei cavalieri, fissando il giorno in cui avrebbero dovuto presentarsi. Frattanto, Induziomaro, con la cavalleria al completo, si mostrava quasi ogni giorno nei pressi dell’accampamento, vuoi per prender visione di com’era disposto il campo, vuoi per intavolare discorsi o suscitar timori. Molto spesso i suoi cavalieri scagliavano da lontano frecce all’interno del vallo. Labieno teneva i suoi dentro le fortificazioni e cercava, con ogni mezzo, di dare l’impressione di aver paura.

58 – Induziomaro, di giorno in giorno, si avvicinava al campo con maggior sicurezza, e Labieno,allora, in una sola notte, fece entrare nel campo i cavalieri richiesti a tutte le genti limitrofe; grazie alle sentinelle, riuscì a trattenere tutti i suoi all’interno dell’accampamento così efficacemente, che la notizia non poté trapelare in alcun modo, né giungere ai Treveri. Nel frattempo Induziomaro, come ogni giorno, si avvicinò al campo e vi trascorse la maggior parte dell giornata: i suoi cavalieri scagliarono frecce e provocarono i nostri a battaglia con ingiurie d’ogni sorta. I nostri non risposero e gli avversari, al calar della sera, quando lo ritennero opportuno, si allontanano a piccoli gruppi, disunendosi. All’improvviso Labieno, da due porte, lanciò alla carica tutta la cavalleria: diede ordine e disposizione che, dopo aver spaventato e messo in fuga i nemici (poiché prevedeva ciò che sarebbe successo), tutti puntassero solo su Induziomaro e non colpissero nessun altro prima di averlo visto morto. Non desiderava infatti che, mentre ci si attardava ad inseguire gli altri, egli potesse trovare una via di scampo. Promise grandi ricompense a chi l’avesse ucciso e inviò le coorti in appoggio alla cavalleria. La Fortuna assecondò il piano dell’uomo: tutti si lanciarono su Induziomaro, lo catturarono proprio sul guado del fiume e lo uccisero; la sua testa venne portata all’accampamento; i cavalieri, nel rientrare, inseguirono e massacrarono quanti più nemici potevano. Avute notizia di tali fatti, tutte le truppe degli Eburoni e dei Nervi, che si erano lì concentrate, si dispersero, e dopo questa battaglia Cesare riuscì a tenere un po’ più tranquilla la Gallia.

LIBRO SESTO

1 – Per molte ragioni Cesare si attendeva una più grave insurrezione della Gallia, perciò decise di operare un reclutamento mediante i suoi luogotenenti Marco Silano, Gaio Antistio Regino e Tito Sestio. Al tempo stesso, al proconsole Gneo Pompeo, rimasto nelle vicinanze di Roma con un comando militare per il bene dello stato, chiese di radunare e di inviargli i soldati che aveva già arruolato e fatto giurare nella Gallia cisalpina quand’era console. Al fine di mantenere il buon concetto che i Galli avevano di noi, riteneva estremamente importante, anche per il futuro, mostrare loro che le risorse dell’Italia erano tali da permetterle, se anche subiva un rovescio in guerra, non solo di rimediare in poco tempo alle perdite, ma addirittura di aumentare il numero dei propri soldati. Pompeo, sia nell’interesse di Roma, sia per ragioni di amicizia, acconsentì. Completato con celerità l’arruolamento tramite i luogotenenti, prima della fine dell’inverno vennero formate tre legioni e condotte in Gallia. Cesare raddoppiò, così, il numero delle coorti rispetto a quelle perse con Quinto Titurio e, grazie alla rapidità e all’entità del reclutamento, dimostrò di che cosa fossero capaci l’organizzazione e i mezzi del popolo romano.

2 – Dopo l’uccisione di Induziomaro, nel modo che s’è detto, i Treveri affidarono il comando ai suoi parenti, che non cessarono di sobillare i Germani limitrofi, promettendo denaro. Non avendo ottenuto risultato con i Germani limitrofi, tentano con i più lontani. Trovate così alcune genti disposte all’azione, si vincolarono ad esse con giuramento solenne e con degli ostaggi a garanzia del denaro. Accolsero nella loro lega anche Ambiorige con un patto di alleanza. Informato di ciò, Cesare si rese conto che, ovunque, erano in corso preparativi di guerra: i Nervi, gli Atuatuci, i Menapi erano in armi, uniti a tutti i Germani stanziati al di qua del Reno; i Senoni non rispondevano alle convocazioni e si accordavano con i Carnuti e i popoli limitrofi; i Treveri facevano pressione sui Germani inviando loro frequenti ambascerie. Quindi, ritenne di dover pensare alla guerra più presto del solito.

3 – Perciò, prima ancora della fine dell’inverno, radunò le quattro legioni più vicine e, del tutto inaspettatamente, puntò sui territori dei Nervi. Non lasciò ai nemici il tempo di raccogliersi o di fuggire e, catturati molti capi di bestiame e molti uomini, che concesse come preda ai soldati, devastò le campagne e costrinse i Nervi alla resa e alla consegna di ostaggi. Terminate con rapidità tali operazioni, ricondusse le legioni negli accampamenti invernali. All’inizio della primavera, come era solito fare, indisse l’assemblea generale della Gallia: si presentarono tutti, tranne i Senoni, i Carnuti e i Treveri. Cesare lo considerò segno dell’inizio delle ostilità e della ribellione e, per dimostrare che metteva in secondo piano ogni altro problema, trasferì l’assemblea a Lutezia, città dei Parisi. Costoro confinavano con i Senoni e ad essi si erano uniti nelle precedenti generazioni, ma non prendevano parte, si riteneva, al piano di rivolta. Comunicato dalla tribuna il cambiamento di sede, il giorno stesso si diresse, con le legioni, verso le terre dei Senoni, dove giunse a marce forzate.

4 – Saputo del suo arrivo, Accone, responsabile del piano di insurrezione, ordinò alla popolazione di rifugiarsi nelle roccaforti. Ma mentre il tentativo era in corso, prima che le operazioni fossero ultimate, venne annunziato che i Romani erano giunti. I Senoni furono costretti a rinunciare ai loro propositi e inviarono a Cesare un’ambasceria per scongiurarne il perdono; inoltrarono la supplica attraverso gli Edui, che da antico tempo tutelavano la loro nazione. Dal momento che la richiesta veniva dagli Edui, Cesare concesse volentieri il perdono e accettò le giustificazioni, ritenendo che l’estate doveva servire per la guerra imminente, e non per i processi. Impose la consegna di cento ostaggi e li affidò alla custodia degli Edui. Anche i Carnuti gli inviarono messi e ostaggi, avvalendosi dell’intercessione dei Remi, di cui erano clienti, e ottennero la stessa risposta. Cesare concluse l’assemblea e impose alle genti galliche di fornirgli cavalieri.

5 – Pacificata questa zona della Gallia, Cesare concentrò totalmente pensieri ed energie nella preparazione della guerra contro i Treveri e Ambiorige. Ordinò a Cavarino di assumere il comando della cavalleria dei Senoni e di seguirlo, per evitare sedizioni dovute al carattere iracondo del Gallo oppure all’odio che costui si era attirato fra la sua gente. Prese tali precauzioni, Cesare, sapendo per certo che Ambiorige non si sarebbe misurato in uno scontro aperto, cercò di scoprire quali altre soluzioni rimanessero all’avversario. Con gli Eburoni confinavano i Menapi, protetti da sterminate paludi e foreste, unico popolo della Gallia a non aver mai inviato messi a Cesare per trattare la pace. Cesare conosceva i vincoli di ospitalità tra Ambiorige e i Menapi ed era pure al corrente che, tramite i Treveri, egli aveva stretto rapporti d’alleanza con i Germani. Reputava necessario sottrargli ogni appoggio, piuttosto che provocarlo a battaglia: non voleva che Ambiorige, sentendosi perduto, fosse costretto a rifugiarsi nelle terre dei Menapi o a unirsi ai Germani d’oltre Reno. Con questa intenzione inviò a Labieno, nel paese dei Treveri, tutte le salmerie dell’esercito e diede ordine a due legioni di raggiungerlo. Dal canto suo, con cinque legioni senza bagagli marciò sui Menapi. Costoro, senza neppure radunare truppe, ma confidando nelle sole difese naturali del territorio, si rifugiano nelle foreste e nelle paludi, ammassandovi tutti i loro beni.

6 – Cesare ripartì le truppe con il luogotenente Gaio Fabio e il questore Marco Crasso, costruì con rapidità dei ponti sulle paludi e avanzò su tre fronti, incendiando gli edifici isolati e i villaggi, e catturando un gran numero di capi di bestiame e di uomini. Tale azione costrinse i Menapi ad inviargli ambasciatori per chiedere pace. Cesare ne ricevette gli ostaggi e dichiarò che, se avessero accolto nei loro territori Ambiorige o suoi emissari, li avrebbe considerati nemici. Sistemata la questione, lasciò tra i Menapi, a sorvegliare la regione, l’atrebate Commio con la cavalleria e puntò contro i Treveri.

7 – Mentre Cesare conduceva tali operazioni, i Treveri, raccolte ingenti forze di fanteria e cavalleria, preparavano l’attacco a Labieno e alla legione che aveva svernato nei loro territori. Non distavano, ormai, più di due giorni di cammino da Labieno, quando vennero a sapere dell’arrivo di due legioni, inviate da Cesare. Posero il campo a quindici miglia dai nostri e decisero di aspettare i rinforzi dei Germani. Labieno, conosciute le intenzioni dei nemici, sperò che la loro imprudenza gli offrisse l’occasione per uno scontro. Lasciate cinque coorti a presidio delle salmerie, con venticinque coorti e una forte cavalleria si diresse contro il nemico. Alla distanza di un miglio dai Treveri fortificò l’accampamento. Tra Labieno e il nemico scorreva un fiume difficile da guadare per via delle sue rive scoscese. Egli non aveva alcuna intenzione di attraversarlo, né pensava che lo avrebbero fatto i nemici, tra i quali cresceva ogni giorno la speranza dei rinforzi. Al consiglio di guerra Labieno rese noto apertamente che, essendo i Germani in arrivo (a quanto si diceva), non intendeva esporre a rischi né se stesso, né l’esercito; perciò, il giorno seguente, all’alba, avrebbe tolto le tende. La notizia ben presto venne riportata ai nemici: dei molti cavalieri galli, alcuni erano spinti – com’è naturale – a favorire la causa del loro paese. Labieno, a notte inoltrata, convocò i tribuni militari e i centurioni più alti in grado, espose il suo piano e, per accrescere più facilmente nel nemico l’impressione di panico tra i nostri, ordinò di levare il campo con grida e confusione del tutto insoliti per l’esercito del popolo romano. In tal modo rese la partenza simile a una fuga. Data la vicinanza dei due accampamenti, prima dell’alba i nemici vennero informati anche di ciò dai loro esploratori.

8 – La retroguardia era appena uscita dalle fortificazioni del campo, quando i Galli – spronatisi a vicenda a non lasciarsi sfuggire dalle mani la preda sperata, senza attendere ancora troppo a lungo i rinforzi dei Germani, con i Romani atterriti, e per non macchiare la loro dignità, numerosi com’erano, rinunciando l’attacco a un reparto nemico così esiguo e, oltretutto, in fuga e carico di bagagli – varcarono il fiume senza esitazione e diedero battaglia in posizione sfavorevole. Labieno, avendo previsto ogni mossa, allo scopo di attirare tutti i nemici al di qua del fiume continuava nella sua finzione e proseguiva lentamente la marcia. Poi, mandate le salmerie un poco più avanti e fattele disporre su di un’altura, disse: “Soldati, avete l’occasione che vi auguravate: tenete in pugno il nemico, in un luogo malagevole e per loro svantaggioso; date prova, adesso, sotto la nostra guida, dello stesso valore che più di una volta avete dimostrato al comandante in capo, fate conto che lui sia qui e che assista allo scontro di persona”. Contemporaneamente ordinò di volgere le insegne contro il nemico e di formare la linea di battaglia, inviò pochi squadroni a presidio delle salmerie e dispose il resto della cavalleria sulle ali. I nostri rapidamente, tra alte grida, scagliarono i giavellotti sui nemici. Costoro, quando contro ogni aspettativa videro i Romani volgere le insegne e avanzare, mentre li credevano già in fuga, non riuscirono neppure a sostenerne l’urto e al primo assalto batterono in ritirata, cercando rifugio nelle selve più vicine. Labieno li inseguì con la cavalleria, ne uccise molti e ne fece prigionieri un gran numero: pochi giorni dopo i Treveri si arresero. Infatti, i Germani, che venivano in loro aiuto, avuta notizia della fuga dei Treveri, rientrarono in patria. Al loro seguito lasciarono il paese i parenti di Induziomaro, che avevano istigato alla rivolta. A Cingetorige, rimasto fedele fin dall’inizio, come abbiamo ricordato, fu conferito il principato e il comando.

9 – Cesare, appena giunto dalle terre dei Menapi nella regione dei Treveri, decise di varcare il Reno per due motivi: primo, perché i Germani avevano mandato aiuti ai Treveri contro di lui; secondo, per impedire che Ambiorige trovasse rifugio presso di loro. Presa tale decisione, cominciò a costruire un ponte poco più a nord del luogo in cui, in passato, l’esercito aveva varcato il fiume. Essendo la maniera di fabbricarlo già nota e sperimentata, l’opera vennne realizzata in pochi giorni grazie anche al grande impegno dei soldati. A un capo del ponte, nelle terre dei Treveri, per impedirne un’improvvisa sollevazione, lasciò un saldo presidio e condusse sull’altra riva il resto delle truppe e la cavalleria. Gli Ubi, che in precedenza avevano consegnato ostaggi e si erano sottomessi, inviano a Cesare un’ambasceria per dimostrare la propria innocenza e spiegare che non avevano inviato rinforzi ai Treveri, né violato i patti. Gli chiesero, lo scongiurarono di risparmiarli, di non accomunarli ai Germani nel suo odio, perché non volevano, essendo innocenti, pagare per chi innocente non era; se chiedeva altri ostaggi, erano pronti a consegnarli. Cesare, fatta luce sull’accaduto, scoprì che i rinforzi erano stati inviati dagli Svevi. Accettò le spiegazioni degli Ubi e si informò in modo dettagliato sulle vie d’accesso alle terre degli Svevi.

10 – Intanto, pochi giorni dopo, gli Ubi lo avvertirono che gli Svevi stavano concentrando tutte le truppe in un solo luogo e che imponevano ai popoli sottomessi l’invio di rinforzi di fanteria e cavalleria. Saputo ciò, Cesare fece provviste di grano, scelse un luogo adatto all’accampamento e ordinò agli Ubi di portar via i capi di bestiame dalle campagne e di ammassare ogni bene nelle città. Sperava che i nemici, barbari e inesperti com’erano, si lasciassero indurre ad accettare lo scontro anche in posizione di svantaggio, costretti a ciò dalla mancanza di viveri. Incaricò inoltre gli Ubi di inviare molti esploratori nelle zone degli Svevi per spiarne le mosse. Gli Ubi eseguirono gli ordini e, pochi giorni dopo, riferirono quanto segue: tutti gli Svevi, avute notizie più sicure sull’esercito dei Romani, si erano ritirati lontano, nei loro territori più remoti, con tutte le truppe e i contingenti alleati da essi raccolti; là si trovava una foresta sterminata, di nome Bacenide, che si estendeva per un lungo tratto verso l’interno e formava una sorta di barriera naturale tra i Cherusci e gli Svevi, impedendo agli uni e agli altri violenze e incursioni: sul limitare di quella foresta gli Svevi avevano deciso di attendere l’arrivo dei Romani.

11 – Giunti a questo punto, non ci sembra fuori luogo esporre i costumi della Gallia e della Germania e in che cosa consistano le differenze tra le due nazioni. In Gallia non solo tutti i popoli, le tribù e i gruppi, ma addirittura quasi tutte le famiglie sono divise in fazioni. A capo di esse sta chi, secondo l’opinione dei Galli, è considerato più autorevole, ed egli è arbitro e giudice in tutti gli affari e le deliberazioni più importanti. A quanto pare, l’istituzione risaliva a tempi antichissimi, al fine di garantire alla gente del popolo un sostegno contro i più potenti. Infatti, il capo di ogni fazione non permette che la sua gente subisca violenze o raggiri, altrimenti, perde tra i suoi ogni autorità. Lo stesso sistema regola ogni aspetto della vita in Gallia, tant’è vero che tutti i popoli sono divisi in due fazioni.

12 – Al momento dell’arrivo di Cesare in Gallia, una fazione faceva capo agli Edui, l’altra ai Sequani. Quest’ultimi, di per sé meno influenti – fin dai tempi antichi la massima autorità era nelle mani degli Edui, che avevano molti protetti – si erano uniti ai Germani e ad Ariovisto, attirandoli con grandi elargizioni e promesse. Riportati diversi successi in battaglia ed eliminata tutta la nobiltà degli Edui, i Sequani avevano superato in potenza gli Edui stessi, al punto da sottrarre loro la maggior parte dei popoli soggetti, da costringerli a dare in ostaggio i figli dei capi e a giurare pubblicamente di non intraprendere nulla contro di loro; inoltre, si erano impadroniti con la forza di una parte del territorio degli Edui contiguo al loro e avevano ottenuto il predominio su tutta la Gallia. Spinto dalla necessità, Diviziaco si era recato a Roma, dal senato, per chiedere aiuto, ma era ritornato senza nulla ottenere. L’arrivo di Cesare aveva provocato un vero e proprio capovolgimento: gli Edui si erano visti rendere gli ostaggi, avevano recuperato i vecchi vassalli, ne avevano acquisito di nuovi grazie a Cesare, perché i popoli che si ponevano sotto la loro tutela si accorgevano di ricevere un trattamento migliore e di sottostare a un dominio più equo. Quanto al resto, il prestigio e la dignità degli Edui erano cresciuti, mentre i Sequani avevano perso la supremazia. Al loro posto erano subentrati i Remi. Il favore di Cesare per gli Edui ed i Remi era identico, lo si capiva, perciò i popoli che, per antiche inimicizie, non potevano assolutamente legarsi ai primi, si facevano vassalli dei secondi, che li proteggevano con ogni cura, mantenendo, in tal modo, un prestigio nuovo e acquisito di colpo. Quindi, al momento, la situazione era la seguente: gli Edui venivano considerati i primi in assoluto, mentre i Remi occupavano, per dignità, il secondo posto.

13 – In tutta la Gallia ci sono due classi di persone tenute in un certo conto e riguardo. La gente del popolo, infatti, è considerata quasi alla stregua degli schiavi, non prende iniziative e non viene ammessa alle assemblee. I più, oberati dai debiti, dai tributi gravosi o dai soprusi dei potenti, si mettono al servizio dei nobili, che su di essi godono degli stessi diritti che hanno i padroni sugli schiavi. Delle due classi, dunque, la prima comprende i druidi, l’altra i cavalieri. I druidi si occupano delle cerimonie religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, regolano le pratiche del culto. Moltissimi giovani accorrono a istruirsi dai druidi, che tra i Galli godono di grande onore. Infatti, risolvono quasi tutte le controversie pubbliche e private e, se è stato commesso un reato, se c’è stato un omicidio, oppure se sorgono problemi d’eredità o di confine, sono sempre loro a giudicare, fissando risarcimenti e pene. Se qualcuno – si tratti di un privato cittadino o di una nazione – non si attiene alle loro decisioni, gli interdicono i sacrifici, ch tra i Galli è la punizione più grave. Chi ne è stato colpito, viene considerato un empio, un criminale: tutti si scostano alla sua vista, lo evitano e non gli rivolgono la parola, per non contrarre qualche sciagura dal suo contatto; non è autorizzato a chiedere giustizia, né possono accedere ad alcuna carica. Tutti i druidi hanno un unico capo, che gode della massima autorità. Alla sua morte, ne prende il posto chi precede gli altri druidi in prestigio, oppure, se sono in parecchi ad avere uguali meriti, la scelta è lasciata ai voti dei druidi, ma talvolta si contendono la carica addirittura con le armi. In un determinato periodo dell’anno si radunano in un luogo consacrato, nella regione dei Carnuti, ritenuto al centro di tutta la Gallia. Chi ha delle controversie, da ogni regione qui si reca e si attiene alla decisione e al verdetto dei druidi. Si crede che la loro dottrina sia nata in Britannia e che, da lì, sia passata in Gallia: ancor oggi, chi intende approfondirla, in genere si reca sull’isola per istruirsi.

14 – I druidi, di solito, non prendono parte alle guerre e non pagano tributi come gli altri, sono esentati dal servizio militare e dispensati da ogni altro onere. Con la prospettiva di così grandi privilegi, molti giovani si accostano spontaneamente a questa dottrina, molti altri vengono inviati dai loro genitori e parenti ad apprenderla. Presso i druidi, a quanto si dice, imparano a memoria un gran numero di versi. E alcuni proseguono gli studi per oltre vent’anni. Non ritengono lecito affidare i loro insegnamenti alla scrittura, mentre per quasi tutto il resto, per gli affari pubblici e privati, usano l’alfabeto greco. A mio parere, hanno stabilito così per due motivi: non vogliono che la loro dottrina venga divulgata tra il popolo, e neppure che i discepoli, fidando nella scrittura, esercitino la memoria con più scarso impegno, come accade quasi a tutti, che, valendosi dello scritto, si applicano meno nello studio e trascurano la memoria. Il loro principale insegnamento riguarda l’immortalità dell’anima, che dopo la morte – sostengono – passa da un corpo ad un altro. Lo ritengono un grandissimo incentivo al coraggio, poiché viene eliminata la paura di morire. Inoltre, sulle stelle e il loro moto, sulla dimensione del cielo e della terra, sulla natura, sulla potenza e la potestà degli dèi immortali discutono molto e tramandano questo patrimonio ai giovani.

15 – L’altra è la casta dei cavalieri. Quando scoppia qualche guerra (prima dell’arrivo di Cesare quasi ogni anno se ne verificavano, sia che fossero i Galli ad attaccare, sia che dovessero difendersi), i cavalieri partecipano al completo alle operazioni militari. Quanto più uno è influente per nascita e mezzi, tanto più si circonda di dipendenti e di vassalli: è l’unica forma di prestigio e di potere che conoscano.

16 – Il popolo dei Galli, nel suo complesso, è molto religioso. Per tale motivo, coloro che sono afflitti da malattie di una certa gravità e che rischiano la vita in battaglia o sono esposti ai pericoli, immolano o fanno voto di immolare vittime umane e si valgono dei druidi come ministri dei sacrifici. Ritengono, infatti, che gli dèi immortali non possano venir placati, se non si offre la vita di un uomo in cambio della vita di un altro uomo. Anche per la collettività celebrano sacrifici di tale genere. Alcuni popoli hanno figure umane di enormi dimensioni, intrecciati di vimini, che vengono riempite di uomini ancora vivi: vi si appicca il fuoco e le persone prigioniere lì dentro muoiono avvolte dalle fiamme. Credono che agli dèi immortali sia più gradito, tra tutti, il supplizio di chi è stato sorpreso a commettere furti, ladrocini o altri delitti, ma quando mancano vittime di questo tipo, si risolvono anche a suppliziare chi è innocente.

17 – La divinità più venerata è Mercurio: ne hanno moltissimi simulacri. Lo ritengono inventore di tutte le arti, guida delle vie e dei viaggi, credono che, più di ogni altro, abbia il potere di favorire i guadagni e i commerci. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Su tutti questi dèi la pensano, all’incirca, come le altre genti: Apollo guarisce le malattie, Minerva insegna i principi delle arti e dei mestieri, Giove è il re degli dèi, Marte il signore delle guerre. A quest’ultimo, in genere, quando decidono di combattere, offrono in voto il bottino di guerra: in caso di vittoria, immolano gli animali catturati e ammassano il resto in un unico luogo. Nei territori di molti popoli è possibile vedere, in zone consacrate, tumuli costruiti con tale materiale. E ben di rado accade che qualcuno, sfidando il voto religioso, osi nascondere a casa propria il bottino o sottrarre qualcosa dai tumuli: per una colpa del genere è prevista una morte terribile tra le torture.

18 – I Galli si vantano di discendere tutti dal padre Dite e dicono che siano i druidi a tramandarlo. Per tale motivo calcolano il tempo non sulla base dei giorni, ma delle notti. E anche i compleanni e i primi giorni del mese e dell’anno li osservano a partire dalla notte fino al giorno successivo. Per quanto riguarda gli altri usi quotidiani differiscono dai rimanenti popoli quasi solo per il seguente aspetto: non permettono che i figli li avvicinino davanti a tutti, se non quando raggiungono l’età adatta per le armi, e considerano una vergogna che un figlio, in giovane età, si presenti davanti al padre in pubblico.

19 – Gli uomini, fatta la stima della dote portata dalle mogli, traggono dal loro patrimonio l’equivalente dei beni ricevuti e lo mettono in comune con la dote. Si fa un computo unico della somma e se ne conservano gli interessi: chi dei due sopravvive all’altro, entra in possesso dei beni di entrambi con i frutti degli anni precedenti. Gli uomini hanno diritto di vita e di morte sulle mogli come sui figli. Quando muore un capofamiglia di un certo riguardo, i parenti si riuniscono e, se nasce qualche sospetto sulla sua morte, interrogano le mogli come si fa con gli schiavi: se risultano colpevoli, le uccidono dopo averle torturate col fuoco e supplizi d’ogni sorta. I funerali sono, in rapporto al grado di civiltà dei Galli, magnifici e sontuosi; depongono sulla pira ogni cosa cara in vita al defunto, anche gli animali. E fino a poco tempo fa, insieme al morto, venivano cremati, con le dovute esequie, i schiavi e i vassalli che si sapevano da lui prediletti.

20 – Presso i popoli che, secondo l’opinione comune, sono meglio organizzati, la legge prescrive che, se uno sente dalle genti limitrofe voci o notizie riguardanti lo stato, deve informare il magistrato senza farne cenno ad altri, perché spesso, si sa, gli uomini avventati e inesperti si lasciano atterrire dalle false notizie, sono spinti a commettere delitti e prendono decisioni avventate sui problemi più importanti. I magistrati tengono segreto ciò che sembra loro opportuno e divulgano le altre notizie considerate utili. Non è permesso trattare questioni di stato se non nelle assemblee.

21 – I Germani hanno consuetudini molto diverse. Infatti, non hanno druidi che presiedano alle cerimonie religiose, né si occupano di sacrifici. Considerano dèi solo quelli che vedono e dal cui aiuto traggono giovamento palese: il Sole, Vulcano, la Luna. Degli altri dèi non hanno neanche sentito parlare. Passano tutta la vita tra cacce e addestramento alla guerra: fin dall’infanzia si abituano alla fatica e alla vita dura. Quanto più a lungo un giovane rimane casto, tanto più riceve le lodi della sua gente, poiché gli uni ritengono che ciò aumenti la statura, altri che accresca la robustezza fisica e i nervi. E stimano tra le cose più vergognose aver rapporti intimi con una donna prima dei vent’anni; ma il sesso non viene nascosto, in quanto maschi e femmine si lavano insieme nei fiumi, indossano pelli o giubbotti di pelliccia che lasciano scoperta gran parte del corpo.

22 – Non praticano l’agricoltura, il loro vitto consiste, per la maggior parte, di latte, formaggio e carne. Nessuno possiede una determinata misura di terreno o confini personali. Anzi, alle genti e ai nuclei familiari in cui i parenti convivono, i magistrati e i capi attribuiscono, di anno in anno, la quantità di terra e la zona ritenute giuste, ma l’anno successivo li costringono a spostarsi altrove. Forniscono, in merito, molteplici spiegazioni. Non vogliono che la gente, vinta da una costante abitudine, sostituisca la guerra con l’agricoltura, che desideri procurarsi appezzamenti più estesi e che i più potenti scaccino dai loro campi i meno forti. Non vogliono che vengano costruite case confortevoli per difendersi dal freddo e dal caldo, che nasca la brama di denaro, fonte di fazioni e dissensi, cercano di tenere a bada il popolo con la serenità d’animo, poiché ciascuno si renda conto di possedere quanto i più potenti.

23 – Il vanto maggiore di una nazione, devastate le zone di confine, è di avere intorno a sé dei deserti, nel raggio più ampio. Ritengono segno distintivo del valore se i vicini, scacciati dai loro territori, si ritirano e nessuno osa stabilirsi nei pressi. Nel contempo, si sentono più al sicuro, avendo eliminato il timore di un’incursione improvvisa. Quando un popolo entra in guerra, per difendersi o attaccare, vengono scelti dei magistrati per guidarli, ed essi hanno potere di vita e di morte. In tempo di pace non ci sono magistrati comuni, ma i capi delle varie regioni e tribù, al loro interno, amministrano la giustizia e appianano le controversie. Il ladrocinio non comporta disonore, se commesso fuori dei territori di ciascun popolo, anzi, lo consigliano per esercitare i giovani e diminuire l’inerzia. E quando, durante l’assemblea, uno dei capi si dichiara pronto a guidare una spedizione e chiede ai volontari di farsi avanti, chi è favorevole all’impresa e all’uomo si alza e promette il proprio sostegno, tra le lodi generali; chi, invece, non si unisce alla spedizione, viene considerato nel novero dei disertori e dei traditori, e in futuro gli viene negata fiducia in ogni campo. Considerano sacrilegio recare offesa a un ospite: chiunque, per qualsiasi motivo, giunga da loro, viene protetto da ogni torto e considerato sacro, gli sono aperte le porte di tutte le case e con lui viene diviso il cibo.

24 – In passato, ci fu un tempo in cui i Galli erano più forti dei Germani, li attaccavano e, avendo una popolazione numerosa e pochi campi, inviavano colonie oltre il Reno. Perciò, le zone della Germania più fertili attorno alla selva Ericinia – nota, a quanto vedo, a Eratostene e ad altri Greci, che però la chiamano Oricinia – le occuparono i Volci Tectosagi, che lì insediarono. Essi abitano ancor oggi la regione e godono di straordinaria fama quanto a giustizia e valor militare. Ma mentre i Germani mantengono sempre le stesse condizioni di povertà, stenti e sopportazione, senza aver in nulla mutato il nutrimento e il tenore di vita, i Galli, invece, dalla vicinanza con le nostre province e dal commercio marittimo hanno tratto molte ricchezze e vantaggi. Così, si sono gradualmente abituati alla sconfitta e, vinti in molte battaglie, non osano più neppure paragonarsi ai Germani per valore.

25 – La selva Ericinia, cui si è accennato sopra, si estende per una larghezza equivalente a nove giorni di marcia per chi viaggi libero da impedimenti. Non è possibile, infatti, determinare in altro modo le sue dimensioni, perché i Germani non conoscono le misure lineari. Ha inizio nei territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e prosegue parallelamente al corso del fiume Danubio, raggiunge al territorio dei Daci e degli Anarti. Di là, piega verso sinistra, in regioni lontane dal fiume e, nella sua vastità, tocca le terre di molti popoli. Non c’è nessuno, in questa zona della Germania, che possa affermare di aver raggiunto l’inizio della selva, benché si sia spinto in avanti per sessanta giorni di cammino, o che abbia sentito dire dove ha inizio. Vi nascono, a quanto consta, molte specie di animali sconosciuti altrove. Tra di essi, a nostro parere, i più strani e singolari e più degni, di menzione sono i seguenti.

26 – C’è un bue, dalla forma di cervo, che in mezzo alla fronte, tra le orecchie, ha un unico corno, più alto e più dritto di quelli a noi noti; sulla sommità, il corno si divide in diramazioni palmate. L’aspetto della femmina è uguale a quello del maschio, con corna di identica forma e grandezza.

27 – Ci sono, poi, le cosiddette alci. Per la forma e per la pelle screziata assomigliano alle capre, ma sono un po’ più grosse, hanno le corna senza punta e le zampe senza giunture di articolazioni, per cui non si sdraiano per riposarsi, né sono in grado di risollevarsi in posizione eretta, se per un urto o per qualche altro motivo cadono a terra. Come giacigli usano gli alberi, ai quali si appoggiano e così, leggermente reclinate, si addormentano. Quando i cacciatori, dalle orme, scoprono il rifugio delle alci, scalzano o intaccano alla base tutti gli alberi del luogo, stando attenti che nell’insieme rimanga l’aspetto di alberi ritti. Quando le alci, come al solito, vi si appoggiano, con il loro peso provocano il crollo degli alberi malfermi e cadono anch’esse per terra.

28 – La terza specie è quella dei cosiddetti uri. Sono leggermente più piccoli degli elefanti, e per aspetto, colore e forma assomigliano ai tori. Sono molto forti, estremamente veloci e non risparmiano né uomini, né animali che abbiano scorto. I Germani si danno molto da fare per catturarli per mezzo di fosse, e poi li uccidono: i giovani si temprano e si esercitano in queste fatiche e in questo genere di cacce. Chi ha ucciso diversi uri, ne espone le corna pubblicamente, a testimonianza della sua impresa, ricevendo grandi elogi. Non si riesce ad abituare gli uri alla presenza degli uomini, né ad addomesticarli, neppure se catturati da piccoli. Le corna, per ampiezza, forma e aspetto, sono molto diverse da quelle dei nostri buoi. Sono un pezzo molto ricercato, le guarniscono d’argento negli orli e le usano come coppe nei banchetti più sontuosi.

29 – Quando dagli esploratori degli Ubi apprese che gli Svevi si erano rifugiati nelle selve, Cesare decise di non avanzare ulteriormente, temendo che gli venissero a mancare i viveri, visto che tutti i Germani, come si è ricordato prima, non praticano affatto l’agricoltura. Tuttavia per tener desto nei barbari il timore di un suo possibile ritorno e per rallentare la marcia dei loro rinforzi, ritirò l’esercito e, per duecento piedi di lunghezza, distrusse la testa del ponte sulla sponda degli Ubi. All’estremità del ponte, costruì una torre di quattro piani e lasciò a difesa del medesimo una guarnigione di dodici coorti, munendo il luogo con salde fortificazioni. Assegnò il comando della zona e della guarnigione al giovane Gaio Volcacio Tullo. Cesare, invece, al tempo in cui il grano cominciava a maturare, partì per muovere guerra ad Ambiorige, attraverso la foresta delle Ardenne, la più vasta di tutta la Gallia, che dalle rive del Reno e dalle terre dei Treveri giunge fino alla regione dei Nervi, per oltre cinquecento miglia di lunghezza. Mandò in avanscoperta Lucio Minucio Basilo alla testa di tutta la cavalleria, perché traesse vantaggio dalla rapidità della marcia e dalle occasioni favorevoli. Gli raccomandò di vietare l’accensione di fuochi nell’accampamento, perché da lontano non si scorgessero indizi del suo arrivo, e gli garantì che gli avrebbe tenuto dietro immediatamente.

30 – Basilo si attiene agli ordini. Coperta la distanza rapidamente e mentre nessuno se lo aspettava, coglie di sorpresa molti nemici ancora nei campi. Grazie alle loro indicazioni, punta su Ambiorige stesso, dirigendosi nel luogo in cui si trovava – così dicevano – con pochi cavalieri. La Fortuna ha un gran peso in tutto, specie nelle operazioni militari. Infatti, se per un caso davvero propizio Basilo poté piombare su Ambiorige stesso cogliendolo alla sprovvista e impreparato (videro di persona l’arrivo del Romano prima che ne giungesse voce o notizia), d’altro canto fu una vera combinazione se il Gallo riuscì a sottrarsi alla morte, pur perdendo tutto il suo equipaggiamento militare, i carri e i cavalli. Ed ecco come andò: la sua casa era circondata da un bosco, come spesso le abitazioni dei Galli, che, per evitare il caldo, in genere cercano luoghi vicini a fiumi o selve. Così, i suoi compagni e servi, in una stretta zona d’accesso, ressero per un po’ al nostro assalto. Mentre essi combattevano, uno dei suoi lo fece salire a cavallo: le selve ne protessero la fuga. Così, la Fortuna ebbe un ruolo determinante prima nel metterlo in pericolo, poi nel salvarlo.

31 – Non è chiaro se Ambiorige non avesse raccolto le sue truppe di proposito, non ritenendo opportuno uno scontro aperto, oppure se gli fosse mancato il tempo e glielo avesse impedito l’arrivo improvviso della cavalleria, che credeva seguita dal resto dell’esercito. L’unica cosa certa è che inviò messaggeri nelle campagne con l’ordine di mettersi in salvo. Alcuni dei suoi si rifugiarono nella foresta delle Ardenne, altri nelle paludi interminabili. Chi viveva nei pressi dell’Oceano riparò nelle isole che le maree sono solite formare. Molti, poi, abbandonati i propri territori, affidarono se stessi, con ogni avere, a genti del tutto estranee. Catuvolco, re di una metà degli Eburoni, che aveva condiviso il disegno di Ambiorige, era ormai troppo vecchio e non poteva reggere le fatiche di una guerra o di una fuga. Perciò, dopo aver maledetto con ogni sorta d’imprecazioni Ambiorige, che lo aveva coinvolto in quell’impresa, si tolse la vita con il tasso, una pianta molto diffusa in Gallia e in Germania.

32 – I Segni e i Condrusi, popoli di stirpe germanica (e tali ritenuti), stanziati tra gli Eburoni e i Treveri, mandarono a Cesare un’ambasceria per pregarlo di non considerarli nemici e di non credere che tutti i Germani stanziati al di qua del Reno avessero fatto causa comune; essi non avevano mai pensato alla guerra, né inviato rinforzi ad Ambiorige. Cesare, accertato come stavano le cose interrogando i prigionieri, impose ai Segni e ai Condrusi di riportargli eventuali fuggiaschi degli Eburoni giunti nelle loro terre; se avessero eseguito l’ordine, garantì che non avrebbe violato i loro territori. Dopo di che, suddivise in tre corpi le sue truppe e ammassò le salmerie di tutte le legioni ad Atuatuca, che è il nome di una fortezza che si trova circa al centro dei territori degli Eburoni, dove Titurio e Aurunculeio avevano posto i quartieri d’inverno. Oltre ad altri motivi, Cesare riteneva giusta la scelta del luogo soprattutto perché erano ancora intatte le fortificazioni dell’anno precedente, così avrebbe risparmiato fatica ai soldati. A presidio delle salmerie lasciò la quattordicesima legione, una delle tre che, arruolate di recente, aveva condotto dall’Italia. Affidò il comando della legione e del campo a Quinto Tullio Cicerone, assegnandogli duecento cavalieri.

33 – Suddiviso l’esercito, ordinò a Tito Labieno di partire con tre legioni verso l’Oceano, puntando sulle terre al confine con i Menapi. Alla testa di altrettante legioni inviò Gaio Trebonio a devastare i territori contigui agli Atuatuci. Egli decise di muoversi, con le tre restanti legioni, in direzione della Schelda, un fiume che si getta nella Mosa, e verso le parti più lontane delle Ardenne, dove, stando alle voci, era riparato Ambiorige con pochi cavalieri. Al momento della partenza, assicurò che sarebbe rientrato di lì a sette giorni, data stabilita per distribuire il grano alla legione di presidio in Atuatuca. Invitò Labieno e Trebonio, se ciò non nuoceva agli interessi di Stato, a rientrare lo stesso giorno. Tenuto ancora consiglio e analizzate le intenzioni del nemico, avrebbero potuto riprendere le ostilità su nuove basi.

34 – I nemici, come s’è spiegato in precedenza, non avevano un esercito regolare, una fortezza, un presidio che si difendesse con le armi: erano soltanto una massa di uomini sparsi ovunque. Ciascuno si era appostato dove una valle nascosta, una zona boscosa, una palude impraticabile offriva una qualche speranza di difesa o di salvezza. Erano luoghi noti solo agli abitanti della zona, e la situazione richiedeva la massima prudenza, non tanto per proteggere il grosso delle milizie (nessun pericolo, infatti, poteva nascere per le nostre truppe riunite da nemici atterriti e sparpagliati), quanto per salvaguardare l’incolumità dei singoli legionari, cosa che comunque, in parte, riguardava la sicurezza di tutto l’esercito. Infatti, l’avidità di bottino spingeva molti ad allontanarsi troppo, e le selve, dai sentieri malsicuri e poco visibili, impedivano ai nostri la marcia in gruppo. Se si voleva portare a termine l’operazione e annientare quella stirpe di canaglie, era necessario distaccare diversi gruppi in varie direzioni e dividere i soldati; se, invece, si sceglieva di tenere i manipoli sotto le insegne, come richiesto dalla regola e dalla consuetudine dell’esercito romano, la zona stessa avrebbe protetto i barbari, ai quali non mancava l’audacia, per quanto isolati, di tendere imboscate e di circondare i nostri che si fossero disuniti. Così, di fronte a tali difficoltà, si provvide con tutta l’attenzione possibile; si rinunciò perfino a qualche occasione di nuocere al nemico, sebbene tutti bruciassero dal desiderio di vendetta, piuttosto che farlo a prezzo di nostre perdite. Cesare inviò dei messi ai tutte le nazioni confinanti, li fece venire presso di sé e li spinge, con il miraggio di fare bottino, a saccheggiare le terre degli Eburoni: voleva che fossero i Galli, non i legionari, a rischiare la vita nelle foreste e che, al tempo stesso, in seguito all’affluire di una simile massa, gli Eburoni venissero annientati per la loro colpa come nome e come stirpe. Da ogni regione accorse ben presto una gran folla.

35 – Queste cose succedevano in ogni parte del territorio degli Eburoni, e intanto si avvicinava il settimo giorno, fissato da Cesare per il suo ritorno alla legione lasciata di presidio alle salmerie. In questa circostanza si poté constatare il peso della Fortuna in guerra e quali inattesi eventi essa produca. I nemici erano dispersi e atterriti, come abbiamo visto e non vi erano truppe in grado di dare il benché minimo motivo di preoccupazione. Ai Germani stanziati al di là del Reno, giunse voce che le terre degli Eburoni venivano saccheggiate e che, anzi, tutti erano chiamati a depredarli. I Sugambri, popolo vicino al Reno, che avevano accolto – come detto in precedenza – i Tencteri e gli Usipeti in fuga, radunarono duemila cavalieri. Passarono il Reno su imbarcazioni e zattere, trenta miglia più a sud del punto in cui era stato costruito il ponte e dove Cesare aveva lasciato il presidio. Varcarono la frontiera degli Eburoni, raccolsero molti sbandati, si impossessarono di una gran quantità di capi di bestiame, preda ambitissima dai barbari. Attratti dal bottino, avanzarono ancora. Né la palude, né le foreste frenarono questi uomini nati tra guerre e saccheggi. Ai prigionieri chiesero dove fosse Cesare; scoprirono, così, che si era molto allontanato e che tutto l’esercito era partito. Allora uno dei prigionieri disse loro: «Ma perché dice vi accanite dietro a questa preda misera e meschina, quando potreste essere già ricchissimi? Atuatuca è raggiungibile in tre ore di marcia: lì l’esercito romano ha ammassato tutti i propri averi. I difensori non bastano neppure a coprire il muro di cinta e nessuno osa uscire dalle fortificazioni». Al balenare di una tale occasione, i Germani nascosero tutto il bottino già conquistato e puntarono su Atuatuca, sotto la guida dell’uomo che li aveva informati.

36 – Cicerone, in tutti i giorni precedenti, secondo le disposizioni di Cesare, aveva trattenuto con molto scrupolo i soldati nell’accampamento, senza permettere che neppure un addetto ai servizi uscisse dalle fortificazioni. Ma il settimo giorno, non avendo fiducia che Cesare sarebbe stato puntuale come aveva promesso (giungevano, infatti, voci che si era spinto ancor più lontano e non si avevano notizie sul suo ritorno) e turbato, al tempo stesso, dalle critiche di coloro che definivano la sua pazienza una sorta di assedio, in quanto a nessuno era concesso di uscire dal campo, stimò che, nel raggio di tre miglia, i suoi non avrebbero corso alcun pericolo: il nemico, già sbandato e pressoché distrutto, aveva di fronte nove legioni e una fortissima cavalleria. Così, inviò cinque coorti a far provvista di grano nei campi più vicini, separati dall’accampamento da una sola collina. Con Cicerone erano rimasti, dalle varie legioni, parecchi soldati ammalati; i soldati che in quell’arco di tempo erano guariti, circa trecento, formarono un distaccamento e vennero mandati con gli altri. Poi, ottenuto il permesso, li seguirono anche molti addetti ai servizi con un gran numero di bestie da soma, che erano rimaste al campo.

37 – Esattamente in questo frangente sopraggiunse la cavalleria germanica, che, proseguendo senza rallentare l’andatura, tentarono un’irruzione dalla porta decumana. Essendo coperti, su quel lato, dalle foreste, vennero scorti solo quando erano ormai a ridosso del campo, tanto che i mercanti, attendati ai piedi del vallo, non ebbero neppure modo di rifugiarsi all’interno. I nostri, colti alla sprovvista, rimasero scossi dall’evento inatteso, e la coorte di guardia riuscì a respingere a malapena il primo assalto. I Germani si sparsero tutt’intorno, nella speranza di trovare un ingresso. I nostri difesero a stento le porte, per il resto gli altri accessi erano impraticabili per via della posizione naturale e delle fortificazioni. In tutto il campo regnava la confusione, ci si domandava l’un l’altro la causa di quel tumulto: non si pensò a disporre le insegne, né ad indicare dove ciascuno dovesse radunarsi. C’era chi sosteneva che il campo è già caduto in mano ai nemici, chi affermava che i barbari erano giunti da vincitori, dopo avere annientato il nostro esercito e ucciso il comandante. La maggior parte si inventò nuove superstizioni sulla base del luogo, rievocando il massacro di Cotta e Titurio, avvenuto proprio in quel luogo. Poiché tutti erano terrorizzati da tali paure, i barbari si rafforzarono nell’idea che, come aveva detto il prigioniero, all’interno non c’era alcuna guarnigione. Tentarono di sfondare e si spronarono a vicenda a non lasciarsi sfuggire dalle mani un’occasione così splendida.

38 – Al campo, con la legione di presidio, era rimasto, malato, Publio Sestio Baculo, che sotto Cesare aveva rivestito la carica di centurione primipilo e di cui abbiamo parlato nelle battaglie precedenti. Egli già da cinque giorni non toccava cibo. Disperando della salvezza sua e di tutti, uscì disarmato dalla tenda. Vide che i nemici incombevano e che il momento era molto critico; si fece consegnare le armi dai soldati più vicini e si piazzò sulla porta. A lui si unirono i centurioni della coorte di guardia; per un po’ ressero agli assalti, insieme. Poi Sestio, gravemente ferito, svenne: lo portarono in salvo a stento, passandolo di braccia in braccia. Ma nel frattempo gli altri si rinfrancarono, tanto che si attestarono senza paura sui baluardi e diedero l’impressione di una vera guarnigione.

39 – Nel frattempo, i nostri, terminata la raccolta di grano, udirono i clamori; i cavalieri accorsero e si resero conto della gravità della situazione. Ma qui non c’era alcun riparo che potesse accogliere gente in preda al panico; i soldati appena arruolati, privi di esperienza militare, rivolsero gli occhi al tribuno e ai centurioni, aspettando i loro ordini. Ma anche i migliori erano sconvolti dagli eventi inattesi. I barbari, scorgendo in lontananza le nostre insegne, cessarono l’assedio: dapprima pensarono che fossero tornate le legioni che, su informazione dei prigionieri, sapevano lontane; poi, disprezzando lo scarso numero dei nostri, li attaccarono da ogni lato.

40 – Gli addetti ai sevizi si lanciarono di corsa sul rialzo più vicino. Ben presto scacciati, si precipitarono tra le insegne e i manipoli, seminando ancor più scompiglio tra i legionari impauriti. Tra i nostri c’era chi consigliava di formare un cuneo per aprirsi rapidamente un varco, data la vicinanza del campo: anche se qualcuno, venendo accerchiato, periva, certo gli altri sarebbero riusciti a mettersi in salvo; c’era, invece, chi era dell’avviso di attestarsi sul colle e di affrontare tutti lo stesso destino. I veterani – che, l’abbiamo detto, si erano aggregati come distaccamento – non approvano quest’ultima soluzione. Così, si incoraggiarono a vicenda e, sotto la guida di Gaio Trebonio, cavaliere romano, loro comandante, forzarono al centro la linea nemica e, sani e salvi dal primo all’ultimo, raggiunsero tutti l’accampamento. Alle loro spalle si lanciarono nello stesso attacco i cavalieri e gli addetti ai servizi e vennero salvati dal valore dei veterani. Gli altri, invece, rimasti in cima al colle, soldati ancora privi di qualsiasi esperienza militare, non seppero attenersi alla decisione da loro stessi approvata, cioè di difendersi dall’alto del colle, né di imitare la forza e la rapidità che avevano visto procurare ai loro compagni la salvezza, ma, nel tentativo di ripiegare verso l’accampamento, scesero su un terreno sfavorevole. I centurioni, alcuni dei quali, per il loro valore, erano stati promossi dagli ordini inferiori delle altre legioni agli ordini superiori di questa, caddero sul campo, combattendo con straordinario coraggio, per non perdere l’onore delle armi che si erano prima conquistati. Mentre i nemici venivano respinti dal valore dei centurioni, una parte dei soldati raggiunse incolume contro ogni speranza l’accampamento; ma un’altra parte fu circondata dai barbari e uccisa.

41 – I Germani, persa la speranza di espugnare il campo, poiché vedevano i nostri ormai ben saldi sui baluardi, si ritirarono oltre il Reno con il bottino che avevano nascosto nelle foreste. E anche dopo la partenza dei nemici, i nostri rimasero così atterriti, che Gaio Voluseno, quando quella notte stessa giunse al campo con la cavalleria, non riuscì a far credere che Cesare stesse arrivando con l’esercito indenne. Il panico si era impadronito degli animi di tutti al punto che erano quasi usciti di senno: dicevano che l’esercito era stato annientato e che la cavalleria era riuscita a salvarsi fuggendo; sostenevano che, se l’esercito non fosse stato distrutto, i Germani non avrebbero attaccato il nostro accampamento. L’arrivo di Cesare dissipò ogni timore.

42 – Appena rientrato, Cesare, ben sapendo come vanno le cose in guerra, si lamentò solo di un fatto, che le coorti fossero state spedite fuori dalla guarnigione e dal presidio, poiché non bisognava lasciare al caso il benché minimo spazio. Giudicò determinante il ruolo della Fortuna nel repentino attacco nemico, ma ancor più nel respingere i barbari quasi dal vallo e dalle porte dell’accampamento. Tra tutte le circostanze, però, la più singolare gli parve che i Germani, varcato il Reno con l’intenzione di saccheggiare i territori di Ambiorige, si fossero, poi, volti contro l’accampamento dei Romani, rendendo ad Ambiorige stesso il servigio più desiderato.

43 – Cesare ripartì con lo scopo di devastare i territori nemici e, radunati forti contingenti di cavalleria dai popoli limitrofi, li inviò in ogni direzione. Tutti i villaggi, tutti gli edifici isolati, appena scorti, furono dati alle fiamme, gli animali vennero sgozzati, si face razzia ovunque, il grano non lo consumarono solo i moltissimi giumenti e soldati, ma cadde anche nei campi per la stagione avanzata e le piogge. Di modo che, se pure qualcuno al momento era riuscito a nascondersi, anche dopo la partenza dell’esercito romano, sembrava tuttavia destinato a morte sicura, per totale mancanza di sostentamento. E con una grande forza di cavalleria sparpagliata in tutte le direzioni, più d’una volta si giunse al punto che i prigionieri cercassero con gli occhi Ambiorige, che avevano appena scorto in fuga, e sostenessero che non poteva essere già fuori di vista. I cavalieri speravano di catturarlo e si impegnavano senza respiro, ritenendo di poter entrare nelle grazie di Cesare, e con il loro zelo piegavano, per così dire, la natura, ma, a quanto pareva, si trovavano sempre a un passo dal successo. Ambiorige, invece, si sottraeva alla caccia rifugiandosi in anfratti o boscaglie, con il favore delle tenebre si spostava in altre regioni e zone, senz’altra scorta che quattro cavalieri, i soli a cui osasse affidare la propria vita.

44 – Devastate in tal modo quelle regioni, Cesare condusse l’esercito, che aveva subito la perdita di due coorti, a Durocortoro, città dei Remi. Lì convocò l’assemblea della Gallia e decise di aprire un’inchiesta sulla cospirazione dei Senoni e dei Carnuti. Accone, responsabile del piano di rivolta, fu condannato alla pena capitale e giustiziato secondo l’antico costume dei nostri padri. Alcuni, temendo il giudizio, fuggirono. Cesare li condannò all’esilio. Sistemò due legioni nei quartieri invernali presso i Treveri, due nelle terre dei Lingoni, le altre sei nella regione dei Senoni, ad Agedinco. Dopo aver provveduto alle scorte di grano per l’esercito, partì, come suo solito, alla volta dell’Italia, per tenervi le sessioni giudiziarie.

LIBRO SETTIMO

1 – Pacificata la Gallia, Cesare, come aveva stabilito, si recò in Italia per tenervi le sessioni giudiziarie. Qui venne a sapere dell’assassinio di Clodio. Poi, messo al corrente della delibera del senato che chiamava in massa alle armi i giovani dell’Italia, iniziò il reclutamento in tutta la provincia. Le notizie vennero ben presto riferite in Gallia transalpina. I Galli stessi aggiunsero e inventarono altri particolari, che sembravano adatti alla circostanza: Cesare era trattenuto dai disordini della capitale e non poteva certo raggiungere l’esercito mentre erano in corso contrasti così aspri. I Galli, crucciati già prima di dover sottostare al dominio del popolo romano, cominciarono a prendere decisioni per la guerra con maggior libertà e audacia, spronati dall’occasione favorevole. I capi della Gallia si riunirono in zone boscose e appartate, si lamentarono della morte di Accone, spiegarono che la stessa sorte poteva toccare anche a loro. Deplorarono la situazione comune a tutto il paese: con ogni sorta di promesse e di ricompense chiesero con insistenza che qualcuno aprisse le ostilità e rendesse libera la Gallia anche a rischio della vita. Innanzi tutto, dissero, si trattava di tagliare a Cesare la strada per l’esercito prima che venissero conosciuti i loro piani segreti. Ciò era facile da ottenere: assente il comandante in capo, le legioni non avrebbero osato lasciare gli accampamenti invernali, né Cesare avrebbe potuto raggiungerle senza una scorta armata. Infine, era meglio morire sul campo piuttosto che non recuperare l’antica gloria militare e la libertà ereditata dagli avi.

2 Dopo tali discorsi, i Carnuti si dichiararono pronti ad affrontare qualsiasi pericolo per la salvezza comune e promisero di aprire, primi tra tutti, le ostilità. E siccome al momento non potevano scambiarsi ostaggi come reciproca garanzia, per non rendere manifesti i propri piani, vollero sancire i patti con un giuramento di lealtà. Raccolte in un fascio tutte le insegne militari, come vuole la cerimonia più solenne secondo i loro costumi, richiesero di non essere abbandonati dagli altri, una volta dato inizio al conflitto. Allora tutti i presenti lodarono i Carnuti e pronunciarono il giuramento solenne. Fissarono la data della sollevazione e sciolsero il concilio.

3 – Nel giorno stabilito, i Carnuti, sotto la guida di Cotuato e Conconnetodumno, uomini pronti a tutto, al segnale convenuto piombarono su Cenabo: massacrarono i cittadini romani che si erano qui stabiliti per ragioni di commercio e ne saccheggiarono i beni. Una delle vittime fu Gaio Fufio Cita, rispettabile cavaliere romano, che per disposizione di Cesare sovrintendeva ai rifornimenti di grano. La notizia giunge rapidamente a tutte le genti della Gallia. Infatti, quando si verificano eventi di una certa importanza e rilievo, li comunicano di campo in campo, di regione in regione con grandi clamori; gli altri, a loro volta, odono le grida e le trasmettono ai vicini, come accadde anche allora. Tant’è vero che quanto era avvenuto all’alba a Cenabo, prima della fine del primo turno di guardia della notte era già noto nelle terre degli Arverni, ovvero a circa centosessanta miglia di distanza.

4 – Allo stesso modo Vercingetorige convocò i suoi protetti e con facilità li infiammò. Vercingetorige, arverno, era un giovane di grandissima potenza, figlio di Celtillo, che aveva ottenuto il primato su tutta la Gallia e, reo di aspirare al trono, era stato ucciso dal suo popolo. Non appena venne conosciuto il disegno del giovane, si corse alle armi. Gli si opposero suo zio Gobannizione e gli altri capi, che non erano dell’avviso di tentare l’impresa. Venne cacciato dalla città di Gergovia; ma non rinunciò ai suoi propositi e assoldò nelle campagne dei poveri e dei delinquenti. Raccolto un pugno d’uomini, guadagnò alla sua causa tutti i concittadini che riuscì ad avvicinare, li incitò a prendere le armi per la libertà comune. Radunò ingenti forze ed espulse dalla città quegli stessi avversari che, poco prima, avevano bandito lui. I suoi lo proclamarono re. Inviò ambascerie in tutte le direzioni, esortò alla lealtà. In breve tempo unì a sé i Senoni, i Parisi, i Pictoni, i Cadurci, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti gli altri popoli che si affacciano sull’Oceano. Per consenso generale, gli venne conferito il comando supremo. Assunto il potere, pretese ostaggi da tutti i popoli suddetti, ordinò la rapida consegna di un determinato contingente di soldati, stabilì la quantità di armi che ciascun popolo, nei propri territori, doveva fabbricare ed entro quale termine. La sua attenzione si rivolse in modo particolare alla cavalleria. Accompagnò lo zelo straordinario con un’assoluta inflessibilità nel comando; grazie alla severità dei provvedimenti tenne a freno chi era titubante. Infatti, per un delitto piuttosto grave condannava alla morte tra le fiamme e torture d’ogni genere, mentre per una colpa di minor entità puniva il reo tagliandogli le orecchie o cavandogli un occhio, e lo rimandava in patria affinché fosse di monito e per spaventare gli altri con l’atrocità delle pene.

5 – Applicando supplizi di tale sorta egli adunò rapidamente un esercito, e alla testa di parte delle truppe inviò nelle terre dei Ruteni il cadurco Lucterio, uomo di estrema audacia, mentre egli si dirige nella regione dei Biturigi. Al suo arrivo i Biturigi inviarono un’ambasceria agli Edui, sotto la cui tutela vivevano, chiedendo soccorso per poter resistere con maggior facilità all’attacco nemico. Dietro suggerimento dei luogotenenti rimasti con l’esercito per ordine di Cesare, gli Edui inviarono contingenti di cavalleria e fanteria in appoggio ai Biturigi. I rinforzi, quando giunsero alla Loira, fiume che segna il confine tra Biturigi ed Edui, vi sostarorono pochi giorni, quindi rientrarono in patria senza aver osato varcare il fiume. Ai nostri luogotenenti riferirono di aver ripiegato per timore di un tradimento dei Biturigi. Ne avevano, infatti, scoperto il piano: se avessero attraversato la Loira, si sarebbero visti accerchiati dai Biturigi stessi da un lato, dagli Arverni dall’altro. Del fatto che avessero deciso così per le ragioni addotte ai luogotenenti oppure per loro tradimento, non risulta alcuna prova, quindi non è possibile dare per certo alcunché. Subito dopo l’allontanamento degli Edui, i Biturigi si unirono agli Arverni.

6 – Quando in Italia gli giunse notizia dell’accaduto, Cesare, rendendosi conto che a Roma le cose si erano accomodate grazie alla fermezza di Cn. Pompeo, partì per la Gallia Transalpina. Appena arrivato, si trovò in grave difficoltà, perché non sapeva come raggiungere l’esercito. Infatti, se avesse richiamato le legioni in provincia, capiva che durante la marcia avrebbero dovuto combattere senza di lui; se invece si fosse diretto egli stesso verso l’esercito, sapeva che in quel frangente non poteva affidare senza rischi la propria vita neppure ai popoli che sembravano tranquilli.

7 – Nel frattempo, il cadurco Lucterio, inviato tra i Ruteni, li guadagnò all’alleanza con gli Arverni. Proseguì poi nelle terre dei Nitiobrogi e dei Gabali, ricevette ostaggi da entrambi i popoli e, raccolte ingenti truppe, tentò un’incursione in provincia, verso Narbona. Appena ne fu informato, Cesare ritenne di dover subordinare qualsiasi piano alla partenza per Narbona. Una volta giunto, rassicurò chi nutriva timori, collocò guarnigioni nelle terre dei Ruteni provinciali, dei Volci Arecomici, dei Tolosati e tutt’intorno a Narbona, ossia nelle zone di confine col nemico. Ordinò che parte delle truppe della provincia, insieme ai rinforzi da lui stesso condotti dall’Italia, si concentrassero nella regione degli Elvi, popolo limitrofo agli Arverni.

8 – Dopo aver approntato tutto ciò – mentre ormai Lucterio era stato fermato e arretrava, perché riteneva pericoloso inoltrarsi nelle zone presidiate – Cesare si diresse nelle terre degli Elvi. Le Cevenne, monti che segnano il confine tra Arverni ed Elvi, ostacolavano il cammino, la stagione era la più inclemente, la neve molto alta; tuttavia, spalò la neve per una profondità di sei piedi, si aprì un varco grazie all’enorme sforzo dei soldati e raggiunse i territori degli Arverni. Piombò inatteso sui nemici, che si ritenevano protetti dalle Cevenne come da una muraglia: mai, neppure un uomo isolato, in quella stagione era riuscito a praticarne i sentieri. Ordinò ai cavalieri di effettuare scorrerie nel raggio più ampio e di seminare il panico tra i nemici quanto più potevano. La voce e le notizie, ben presto, giunsero a Vercingetorige: tutti gli Arverni, spaventati, lo attorniarono e lo scongiurarono di pensare alla loro sorte, di impedire ai Romani le razzie, tanto più ora che vedevano ricadere su di loro tutto il peso della guerra. Sotto la pressione delle preghiere, egli spostò il campo dalle terre dei Biturigi in direzione degli Arverni.

9 – Ma Cesare si trattenne nella regione degli Arverni due giorni: prevista la mossa di Vercingetorige, si allontanò col pretesto di raccogliere rinforzi e cavalleria. Affidò il comando al giovane Bruto e lo incaricò di compiere in ogni direzione scorrerie con la cavalleria, il più lontano possibile; dal canto suo, avrebbe fatto di tutto per non rimanere lontano dal campo più di tre giorni. Impartite tali disposizioni, contro le attese dei suoi si recò a Vienna, forzando al massimo le tappe. Sfruttò la cavalleria fresca lì inviata molti giorni prima e, senza mai interrompere la marcia né di giorno, né di notte, attraversò il territorio degli Edui verso i Lingoni, dove svernavano due legioni: così, se gli Edui gli avessero teso qualche insidia, li avrebbe prevenuti con la rapidità del suo passaggio. Appena giunto, inviò messi alle altre legioni e le raccolse tutte in un solo luogo, prima che gli Arverni potessero sapere del suo arrivo. Quando Vercingetorige ne fu informato, ricondusse l’esercito nei territori dei Biturigi e, da qui, raggiunse e cominciò a stringere d’assedio Gorgobina, una città dei Boi, popolo che Cesare aveva qui stanziato sotto la tutela degli Edui, dopo averlo sconfitto nella guerra contro gli Elvezi.

10 – La mossa di Vercingetorige metteva in grave difficoltà Cesare, incerto sul da farsi: se per il resto dell’inverno avesse tenuto le legioni concentrate in un solo luogo, temeva che la sconfitta di un popolo vassallo degli Edui potesse causare una defezione generale della Gallia, visto che lui non rappresentava una garanzia di difesa per gli alleati; d’altronde, se avesse mobilitato le truppe troppo presto, lo preoccupava l’approvvigionamento di viveri per i disagi del trasporto. Gli sembrò meglio, tuttavia, affrontare qualsiasi difficoltà piuttosto che subire un’onta così grave e alienarsi l’animo di tutti i suoi. Perciò, incitò gli Edui a occuparsi del trasporto dei viveri e inviò messaggeri ai Boi per informarli del suo arrivo ed esortarli a mantenere i patti e a reggere con grande coraggio all’assalto nemico. Lasciò ad Agedinco due legioni con le salmerie di tutto l’esercito e partì alla volta dei Boi.

11 – Due giorni dopo, giunse a Vellaunoduno, città dei Senoni. Non volendo lasciarsi nemici alle spalle per facilitare i rifornimenti, cominciò l’assedio e in due giorni costruì tutt’attorno un vallo. Il terzo giorno la città gli inviò emissari per offrire la resa; Cesare pretese la consegna delle armi, dei giumenti e di seicento ostaggi. Lasciò il luogotenente Gaio Trebonio a sbrigare la faccenda e puntò subito su Cenabo, città dei Carnuti, per coprire al più presto la distanza. Pervenuta soltanto allora notizia dell’assedio di Vellaunoduno, i Carnuti pensavano che le cose sarebbero andate per le lunghe e preparavano una guarnigione da inviare a Cenabo. Qui Cesare giunge in due giorni. Pose il campo dinnanzi alla città, ma, vista l’ora tarda, fu costretto a rimandare l’attacco all’indomani. Comandò ai soldati di approntare il necessario per l’assedio e diede ordine a due legioni di vegliare in armi, temendo una fuga di notte dalla città, in quanto un ponte sulla Loira collegava Cenabo con la sponda opposta. Poco prima di mezzanotte i Cenabensi uscirono in silenzio dalla città e cominciarono ad attraversare il fiume. Appena ne fu informato dagli esploratori, Cesare inviò le due legioni che, per suo ordine, si tenevano pronte all’intervento; diede fuoco alle porte, irruppe in città e la conquistò: ben pochi sfuggirono alla cattura, perché il ponte e le strade, stretti com’erano, avevano ostacolato la fuga del grosso dei nemici. Saccheggiò ed incendiò la città, donò ai soldati il bottino, varcò con l’esercito la Loira e pervenne nei territori dei Biturigi.

12 – Vercingetorige, non appena fu messo al corrente dell’arrivo di Cesare, tolse l’assedio e gli si fece incontro. Cesare aveva intrapreso il blocco di una città dei Biturigi, Novioduno, posta lungo la sua strada. Dalla città gli erano stati inviati emissari per scongiurarne il perdono e di aver salva la vita. Al fine di condurre a termine il resto delle operazioni con la rapidità che gli aveva fruttato la maggior parte dei successi, impose la consegna di armi, cavalli e ostaggi. Una parte degli ostaggi era già stata inviata, al resto si stava provvedendo; in città si erano addentrati alcuni centurioni con pochi legionari, per raccogliere le armi e i giumenti. Ma ecco che in lontananza fu avvistata la cavalleria nemica, che precedeva l’esercito di Vercingetorige. Non appena gli abitanti la videro e nacque in loro la speranza di rinforzi, tra alte grida cominciarono ad impugnare le armi, a chiudere le porte, a riversarsi sulle mura. I centurioni presenti in città, essendosi resi conto, dal loro comportamento, che i Galli avevano maturato una ben diversa decisione, sguainate le spade, assunsero il controllo delle porte e condussero in salvo tutti i loro uomini.

13 – Cesare ordinò alla cavalleria di scendere in campo e attaccò battaglia; poiché i suoi erano in difficoltà, inviò in loro appoggio circa quattrocento cavalieri germani, che fin dall’inizio della guerra era solito portare con sé. I Galli non riuscirono a resistere all’attacco e volsero le spalle: si rifugiarono presso il loro esercito in marcia, ma subirono gravi perdite. Di fronte alla rotta della loro cavalleria, gli abitanti della città, presi nuovamente dal panico, catturarono i presunti responsabili dell’istigazione del popolo e li consegnarono a Cesare, arrendendosi. Sistemata la questione, Cesare si diresse ad Avarico, la più importante e difesa città dei Biturigi, posta nella regione più fertile. Era sua convinzione che, presa Avarico, avrebbe ridotto in suo potere i Biturigi.

14 – Vercingetorige, dopo tanti, continui rovesci, subiti a Vellaunoduno, Cenabo e Novioduno, convocò i suoi a concilio. Occorreva adottare, spiegò, una strategia ben diversa rispetto al passato. Bisognava sforzarsi, con ogni mezzo, di impedire ai Romani la raccolta di foraggio e il rifornimento di viveri. La cosa era facile, dato che avevano una cavalleria molto numerosa e la stagione giocava in loro favore. I Romani non avevano la possibilità di trovare foraggio nei campi, dovevano dividersi e cercarlo casa per casa: tutte queste truppe, di giorno in giorno, le poteva annientare la cavalleria. Poi, per la salvezza comune, era necessario sacrificare i beni personali; occorreva incendiare villaggi e case in ogni direzione, dove sembrava che i Romani si sarebbero recati in cerca di foraggio. Le loro scorte, invece, erano sufficienti, perché sarebbero stati riforniti dal popolo nelle cui terre si fosse combattuto. I Romani o non avrebbero potuto far fronte alla mancanza di viveri o si sarebbero allontanati troppo dall’accampamento, esponendosi a grossi rischi. E non faceva alcuna differenza tra ucciderli o privarli delle salmerie, perché senza di esse non si poteva condurre una guerra. Inoltre, bisognava incendiare le città che, per fortificazioni o conformazione naturale, non erano del tutto sicure, in modo da non offrire ai disertori galli un rifugio e ai Romani l’opportunità di trovare viveri o far bottino. Se tali misure sembravano dure o severe, dovevano pensare quanto più dura sarebbe stata la schiavitù per i figli e le mogli e la morte per loro stessi, destino inevitabile dei vinti.

15 – Il parere di Vercingetorige riscuosse il consenso generale: in un solo giorno vennero date alle fiamme più di venti città dei Biturigi. Lo stesso avvenne nei territori degli altri popoli: ovunque si scorgevano incendi. Anche se tutti provavano grande dolore per tali provvedimenti, tuttavia si consolavano nella convinzione di avere la vittoria pressoché in pugno e di poter recuperare a breve termine i beni perduti. Nell’assemblea comune si deliberò su Avarico, se incendiarla o difenderla. I Biturigi si gettarono ai piedi di tutti i capi galli, li pregarono di non costringerli a incendiare, di propria mano, la più bella o quasi tra le città di tutta la Gallia, presidio e vanto del loro popolo. Sostennro che si sarebbero difesi con facilità grazie alla conformazione naturale della zona: la città, circondata su quasi tutti i lati da un fiume e da una palude, aveva un unico accesso, molto angusto. La loro richiesta venne accolta: Vercingetorige, in un primo momento contrario, aveva poi acconsentito, sia per le loro preghiere, sia per la compassione che tutti provavano. Si scelsero per la città i difensori adatti.

16 – Vercingetorige seguì Cesare a piccole tappe e scelse per l’accampamento un luogo munito da paludi e selve, a sedici miglia da Avarico. Lì, mediante una rete stabile di esploratori, si teneva ora per ora al corrente delle novità di Avarico e diramava gli ordini. Sorvegliava tutti i nostri spostamenti; quando i legionari si disunivano, dovendo per forza di cose allontanarsi in cerca di foraggio e grano, li assaliva procurando loro gravi perdite, sebbene i nostri, per quanto si poteva provvedere, adottassero ogni misura per muoversi a intervalli irregolari e seguire vie diverse.

17 – Cesare pose l’accampamento nei pressi della zona che, libera dal fiume e dalle paludi, lasciava uno stretto passaggio, come abbiamo in precedenza illustrato. Cominciò a costruire il terrapieno, a spingere in avanti le vinee, a fabbricare due torri; la natura del luogo, infatti, impediva di circondare la città con un vallo. Quanto all’approvvigionamento di grano, non cessò di raccomandarsi ai Boi e agli Edui: questi ultimi, che agivano senza zelo alcuno, non risultavano di grande aiuto; i primi, invece, non disponendo di grandi mezzi, perché erano un popolo piccolo e debole, esaurirono in breve tempo le proprie scorte. Una totale penuria di viveri, dovuta alla povertà dei Boi, alla negligenza degli Edui e agli incendi degli edifici, attanagliò l’esercito a tal punto, che per parecchi giorni i nostri soldati rimasero senza grano e placarono i morsi della fame grazie a qualche capo di bestiame tratto dai villaggi più lontani. Tuttavia, non si udì da parte loro nessuna parola indegna della maestà del popolo romano e delle loro precedenti vittorie. Anzi, quando Cesare interpellò ciascuna legione durante i lavori e disse che avrebbe tolto l’assedio, se la mancanza di viveri risultava troppo dura, tutti, nessuno eccetto, lo scongiurarono di non farlo: sotto il suo comando, in tanti anni, non avevano patito affronti, né si erano ritirati senza portare a termine un’impresa; l’avrebbero considerata una vergogna interrompere l’assedio appena intrapreso; era meglio sopportare privazioni d’ogni sorta piuttosto che rinunciare a vendicare i cittadini romani massacrati a Cenabo dalla slealtà dei Galli. Simili considerazioni vennero espresse ai centurioni e ai tribuni militari, affinché le riferissero a Cesare.

18 – Quando già si accostavano le torri alle mura, Cesare venne a sapere dai prigionieri che Vercingetorige, terminato il foraggio, aveva spostato il campo e si era avvicinato ad Avarico; alla testa della cavalleria e della fanteria leggera, abituata a combattere tra i cavalieri, si era diretto dove riteneva che il giorno seguente i nostri si sarebbero recati in cerca di foraggio e si apprestava a un’imboscata. Saputo ciò, Cesare a mezzanotte partì in silenzio e giunse al campo nemico la mattina successiva. I Galli, immediatamente informati dell’arrivo di Cesare dagli esploratori, nascosero i carri e le salmerie nel folto dei boschi, poi dispiegarono tutte le truppe in una zona elevata e aperta. Appena Cesare lo venne a sapere, ordinò di radunare in fretta i bagagli e di preparare le armi.

19 – Il colle si alzava dal basso in dolce pendio. Lo cingeva su quasi tutti i lati una palude difficile da superare e impraticabile, non più larga di cinquanta piedi. I Galli, tagliati i ponti, si tenevano sul colle, confidando nella loro posizione. Divisi per popoli, presidiavano tutti i guadi e i passaggi della palude, pronti a premere dall’alto i Romani impantanati, se avessero tentato di varcarla. Così, chi avesse notato solo la vicinanza dei due eserciti, avrebbe ritenuto i nemici risoluti allo scontro a condizioni uguali o quasi, ma chi avesse considerato la disparità delle posizioni, avrebbe capito che il loro farsi ostentatamente vedere era una vana simulazione. I legionari, irritati che il nemico riuscisse a reggere alla loro vista così da vicino, chiesero il segnale d’attacco, ma Cesare spiegò quante perdite, quanti uomini valorosi ci sarebbe inevitabilmente costata la vittoria; vedendoli così pronti ad affrontare qualsiasi pericolo per la sua gloria, avrebbe dovuto essere tacciato di estrema ingiustizia, se non avesse tenuto alla loro vita più che alla propria. Così, dopo aver confortato i soldati, quel giorno stesso li ricondusse all’accampamento e iniziò a impartire le rimanenti disposizioni per l’assedio della città.

20 – Appena tornato tra i suoi, Vercingetorige venne accusato di tradimento: aveva spostato il campo troppo vicino ai Romani, si era allontanato con tutta la cavalleria, aveva lasciato truppe così numerose senza un capo, alla sua partenza i Romani erano intervenuti così a proposito e così in fretta: tutto ciò non poteva essersi verificato per caso o senza un piano prestabilito; la verità era che preferiva regnare sulla Gallia per concessione di Cesare piuttosto che per loro favore. A tali accuse Vercingetorige rispose così: se aveva mosso il campo, dipendeva dalla mancanza di foraggio, e loro stessi lo avevano sollecitato; si era sì avvicinato troppo ai Romani, ma lo aveva indotto la posizione vantaggiosa, che da sola permetteva la difesa senza bisogno di fortificazioni; non si doveva, poi, rimpiangere l’apporto della cavalleria nelle paludi, quando era stata utile là dove l’aveva condotta. Quanto al comando, alla sua partenza non l’aveva lasciato a nessuno deliberatamente, per evitare che il capo designato fosse indotto allo scontro dall’ardore della massa dei soldati, che tutti desideravano – lo vedeva – per la debolezza del carattere e perché incapaci di sopportare più a lungo le fatiche della guerra. Se i Romani erano intervenuti guidati dal caso, bisognava ringraziare la Fortuna; se erano stati richiamati dalle informazioni di un delatore, si doveva essere grati a costui, perché così, dall’alto, i Galli avevano potuto constatare quanto fossero pochi e codardi i Romani, che non avevano osato misurarsi e si erano vergognosamente ritirati nell’accampamento. Non aveva affatto bisogno di ricevere da Cesare, con il tradimento, il comando che poteva ottenere con la vittoria, ormai nelle mani sue e di tutti i Galli. Anzi, era disposto a deporre la carica, se pensavano di avergli concesso un potere troppo grande rispetto alla salvezza che da lui ricevevano. «E affinché comprendiate la sincerità delle mie parole – esclamò – ascoltate i soldati romani”. Introdusse alcuni schiavi catturati pochi giorni prima mentre erano in cerca di foraggio e torturati con la fame e le catene. Essi, già istruiti in precedenza su ciò che dovevano rispondere, dichiararono di essere legionari; erano usciti di nascosto dal campo, spinti dalla fame e dalla mancanza di viveri, nella speranza di trovare nelle campagne un po’ di grano o del bestiame; tutto l’esercito versava nelle stesse condizioni di precarietà, nessuno aveva più forze, ormai, né poteva reggere alla fatica dei lavori; perciò, il comandante aveva deciso che, se l’assedio non sortiva effetto, dopo tre giorni avrebbe ritirato l’esercito. Vercingetorige aggiunse: «Ecco i benefici che io vi ho procurato, e voi mi accusate di tradimento. Grazie a me, senza versare una goccia di sangue, ora vedete annientato dalla fame un esercito forte e vittorioso. E quando si ritirerà vergognosamente in fuga, ho già provveduto in modo che nessun popolo lo accolga nelle proprie terre».

21 – Tutta la folla lo acclamò e, secondo il loro costume, fece risonare le armi, come di solito fanno quando approvano il discorso di qualcuno: Vercingetorige era il capo supremo, non si doveva dubitare della sua lealtà, né era possibile condurre le operazioni con una strategia migliore. Decisero di inviare in città diecimila uomini scelti tra tutte le truppe, ritenendo inopportuno delegare ai soli Biturigi la lotta per la salvezza comune. Capivano che loro sarebbe stata la vittoria finale, se la città non fosse caduta.

22 – Allo straordinario valore dei nostri soldati, i Galli opponevano espedienti d’ogni sorta: sono una razza molto ingegnosa, abilissima nell’imitare e riprodurre qualsiasi cosa abbiano appreso da chiunque. Infatti, dalle mura rimuovevano le falci per mezzo di lacci e, quando le avevano ben serrate nei loro nodi, le tiravano all’interno mediante argani. Provocavano frane nel terrapieno scavando gallerie, con tanta maggiore abilità, in quanto nelle loro regioni ci sono molte miniere di ferro, per cui conoscono e usano ogni tipo di cunicolo. Poi, lungo tutto il perimetro di cinta avevano innalzato torri e le avevano protette con pelli. Inoltre, di giorno e di notte operavano frequenti sortite, nel tentativo di appiccare il fuoco al terrapieno o di assalire i nostri impegnati nei lavori. E quanto più le nostre torri ogni giorno salivano grazie al terrapieno, tanto più i Galli alzavano le loro con l’aggiunta di travi. Infine, utilizzando pali dalla punta acutissima e indurita al fuoco, pece bollente e massi enormi, bloccavano i cunicoli aperti dai nostri e ci impedivano di accostarci alle mura.

23 – Le mura dei Galli sono tutte costruite all’incirca così: pongono a terra, su tutta la lunghezza della cinta, travi ad essa perpendicolari, a un intervallo regolare di due piedi. Ne collegano le estremità all’interno e le ricoprono con molta terra. I suddetti spazi tra l’una e l’altra trave, li chiudono all’esterno con grosse pietre. Una volta inserite e ben connesse le prime travi, sopra ne aggiungono un’altra serie, facendo in modo che mantengano la stessa distanza e non si tocchino, ma che ciascuna, a pari intervallo, poggi sulle pietre frapposte e risulti saldamente unita. Così, di seguito, tutta l’opera viene costruita fino all’altezza voluta. Le mura, per forma e varietà, non hanno un aspetto sgradevole, con quest’alternanza di travi e massi che conservano paralleli i propri ordini; al tempo stesso risultano molto utili ed efficaci per la difesa delle città, perché la pietra le preserva dagli incendi, il legno le difende dall’ariete, che non può spezzare o sconnettere le travi, unite in modo continuo all’interno per una lunghezza di quaranta piedi in genere.

24 – Tutto ciò rendeva difficile l’assedio, ma i nostri, pur frenati continuamente dal freddo e dalle piogge incessanti, lavorarono senza sosta: superato ogni ostacolo, in venticinque giorni costruirono un terrapieno lungo trecentotrenta piedi e alto ottanta. L’opera raggiungeva quasi le mura nemiche; Cesare, come suo solito, vegliava sul luogo dei lavori e incitava i soldati a non fermarsi neppure per un istante. Ma ecco che poco prima di mezzanotte si vide uscire del fumo dal terrapieno, cui i nemici avevano dato fuoco da un cunicolo. Mentre da tutte le mura si levavano alte grida, i Galli contemporaneamente tentarono una sortita dalle due porte ai lati delle torri. Altri, dall’alto della cinta, lanciavano sul terrapieno fiaccole e legna secca, cospargendole di pece e di altre sostanze facilmente infiammabili; così che era ben difficile decidere dove dirigersi prima o dove portare aiuto. Tuttavia, poiché per abitudine di Cesare due legioni stavano sempre all’erta di fronte all’accampamento, mentre parecchie altre continuavano a turno i lavori, rapidamente accadde che parte dei nostri tenne testa ai nemici fuoriusciti dalla città, parte ritrasse le torri e aprì dei varchi nel terrapieno, mentre il grosso dell’esercito presente al campo accorreva per estinguere l’incendio.

25 – Quando era ormai trascorsa la parte restante della notte, si continuava a combattere in ogni settore. Nei nemici si rafforzava man mano la speranza di vittoria, tanto più che vedevano i plutei delle torri distrutti dal fuoco e intuivano le difficoltà dei nostri, che dovevano uscire allo scoperto per portar soccorso. Forze fresche nemiche si alternavano per dare il cambio a chi era stanco, e c’era la convinzione che tutte le sorti della Gallia dipendessero da quel frangente. Accadde allora, sotto i nostri occhi, un episodio degno di ricordo, che crediamo di non dover tacere. Davanti a una porta della città, un Gallo scagliava in direzione di una torre palle di sego e pece passate di mano in mano; trafitto al fianco destro dal colpo di uno scorpione, cadde senza vita. Uno dei più vicini scavalcò il compagno morto e ne prese il posto. Quando anch’egli, allo stesso modo, cadde colpito a morte dallo scorpione, gli subentrò un terzo, e al terzo un quarto. I nemici non abbandonarono quella posizione fino a che, estinto l’incendio sul terrapieno e respinto il loro attacco in tutto quel settore, la battaglia non ebbe termine.

26 – I Galli tentarono di tutto, ma senza alcun successo: il giorno seguente, su consiglio e ordine di Vercingetorige, decisero di evacuare la città. Speravano che la manovra non costasse loro gravi perdite, se tentata nel silenzio della notte; il campo di Vercingetorige, infatti, non era lontano dalla città, e una palude, che si frapponeva interminabile, poteva ritardare l’inseguimento dei Romani. Già si apprestavano di notte alla ritirata, quando all’improvviso le madri di famiglia scesero nelle strade, si gettarono in lacrime ai piedi degli uomini e li scongiurarono con gesti e con preghiere d’ogni sorta di non abbandonare alla ferocia nemica loro stesse e i figli comuni, giacché non potevano fuggire, deboli com’erano per il sesso o l’età. Quando videro che gli uomini non recedevano dalla decisione – in caso di pericolo estremo, in genere, il timore non lascia spazio alla compassione – esse cominciarono a gridare per segnalare ai Romani la fuga. I Galli, preoccupati che la cavalleria romana li prevenisse e occupasse le strade, desistettero dal loro proposito.

27 – Il giorno successivo, quando Cesare aveva già spinto in avanti una torre e raddrizzato il terrapieno che aveva cominciato a costruire, scoppiò un violento acquazzone. Cesare la considerò una circostanza favorevole per risolversi ad attaccare, poiché vedeva le sentinelle nemiche disposte sulle mura con minor cautela. Così, diede ai suoi ordine di rallentare leggermente i lavori e mostrò loro che cosa dovevano fare. Di nascosto preparò le legioni al coperto delle vinee, le esortò a raccogliere finalmente, dopo tante fatiche, il frutto della vittoria, promise ricompense per i primi che avessero scalato le mura e diede il segnale ai soldati. I nostri si lanciarono repentinamente all’attacco da tutte le direzioni e in breve si riversarono sulle mura.

28 – I nemici, atterriti dall’attacco improvviso, furono scacciati dalle mura e dalle torri. Si attestarono nel foro e nelle zone più aperte, disponendosi a cuneo, decisi ad affrontare in uno scontro regolare i nostri, se fossero venuti avanti. Quando videro che nessuno scendeva in campo aperto – anzi, i nostri li circondavano lungo tutto il muro di cinta – temendo di perdere ogni via di scampo, gettarono  le armi e si slanciarono verso le parti estreme della città, senza mai fermarsi. Qui, chi si accalcava per via delle porte strette, venne ucciso dai legionari; gli altri, già usciti, furono massacrati dalla cavalleria. Ma nessuno dei nostri pensò al saccheggio. Aizzati dalla strage di Cenabo e dalla fatica dell’assedio, non risparmiarono né i vecchi, né le donne, né i bambini. Alla fine, di tutto il numero degli abitanti, circa quarantamila, appena ottocento, che ai primi clamori fuggirono dalla città, raggiunsero incolumi Vercingetorige. Costui li accolse a notte fonda, in silenzio, poiché temeva che il loro affannoso arrivo al campo e la compassione della folla provocassero una sedizione. Dispose lontano, lungo la via, i compagni d’arme e i principi delle varie nazioni, con l’incarico di smistarli e di condurli dai loro, nelle zone del campo assegnate a ciascun popolo fin dall’inizio.

29 – L’indomani, convocata l’assemblea, li consolò e li esortò a non perdersi affatto d’animo, a non lasciarsi turbare dalla sconfitta. I Romani non avevano vinto né col valore, né in campo aperto, ma solo grazie a una certa loro abilità e perizia nell’arte dell’assedio, di cui i Galli erano inesperti. Era in errore chi in guerra si aspettava solo successi. Egli era sempre stato contrario alla difesa di Avarico, loro stessi ne erano testimoni. L’imprudenza dei Biturigi e l’eccessiva compiacenza degli altri avevano portato alla sconfitta. Tuttavia, vi avrebbe posto rimedio ben presto, con successi più importanti. Infatti, sarebbe stata sua cura guadagnare alla causa i popoli che ora dissentivano dagli altri Galli per formare una sola coalizione di tutto il paese, alla cui unità d’intenti non avrebbe potuto resistere neppure il mondo intero. Ciò, del resto, era ormai cosa fatta. Ma per la salvezza comune era giusto, intanto, che cominciassero a fortificare l’accampamento, per resistere con maggiore3 facilità ai repentini attacchi dei nemici.

30 – Il discorso non riuscì sgradito ai Galli, soprattutto perché Vercingetorige non si era perduto d’animo dopo un insuccesso così grave, non si era rintanato, né sottratto alla vista della gente. Si pensava che avesse più lungimiranza e preveggenza degli altri, poiché, quando la situazione non era ancora compromessa, aveva prima consigliato di incendiare Avarico, poi di evacuarla. E come gli insuccessi indeboliscono il prestigio degli altri comandanti, così al contrario, dopo la sconfitta, la stima per Vercingetorige cresceva di giorno in giorno. Nello stesso tempo, si sperava nella sua garanzia circa l’alleanza con gli altri popoli. Allora, per la prima volta, i Galli cominciarono a fortificare l’accampamento; erano fiaccati a tal punto nello spirito che, uomini non avvezzi alle fatiche, accettavano di tollerare e obbedire a qualsiasi ordine.

31 – E non meno di quanto avesse garantito, Vercingetorige cercava con tutte le sue forze di unire a sé i rimanenti popoli e ne allettava i capi con doni e promesse. Sceglieva uomini adatti a tale scopo, ciascuno capace di guadagnarli alla causa con la massima facilità, o grazie a discorsi accattivanti o per ragioni d’amicizia. Rifornì di armi e vestiti i reduci di Avarico. Al tempo stesso, per ricompletare i ranghi dopo le perdite subite, pretese dai vari popoli un determinato contingente di soldati, ne fissò l’entità e la data di consegna al campo. Ordinò il reclutamento e l’invio di tutti gli arcieri, numerosissimi in Gallia. Con tali misure rimediò in breve alle perdite di Avarico. Nel frattempo, Teutomato, figlio di Ollovicone, re dei Nitiobrogi, il cui padre aveva ricevuto dal nostro senato il titolo di amico, raggiunse Vercingetorige con una forte cavalleria e truppe assoldate in Aquitania.

32 – Cesare si trattenne diversi giorni ad Avarico, poiché vi trovò grano e viveri in abbondanza e lasciò che l’esercito si riprendesse dalla fatica e dalle privazioni. L’inverno era ormai quasi finito, la stagione stessa sembrava invitare alle operazioni militari. Cesare aveva già deciso di puntare sul nemico, nel tentativo di stanarlo dalle paludi e dalle selve oppure di stringerlo d’assedio, quand’ecco che, in veste di ambasciatori, i principi degli Edui gli si presentarono e lo pregarono di soccorrere il loro popolo nel più grave frangente. La situazione del paese era assai critica, poiché mentre la consuetudine, fin dai tempi antichi, voleva che fosse eletto un unico magistrato per volta e rivestisse la potestà regale per un anno, adesso due persone ricoprivano tale carica e ciascuno di essi sosteneva che la propria nomina era conforme alle leggi. L’uno era Convictolitave, giovane ricco e nobile, l’altro Coto, persona di antichissima stirpe, anch’egli assai potente e con molti legami di parentela, il cui fratello, Valeziaco, aveva rivestito la stessa carica l’anno precedente. Tutti gli Edui avevano impugnato le armi, il senato era diviso, diviso il popolo, come pure i vassalli dei due rivali. Se il contrasto si fosse protratto ulteriormente, una fazione sarebbe venuta a conflitto con l’altra. Impedirlo dipendeva dall’intervento e dal prestigio di Cesare.

33 – Cesare considerava dannoso rinviare lo scontro e allontanarsi dal nemico, tuttavia era anche ben conscio di quanti gravi danni siano soliti derivare da tali dissensi, perciò non voleva che un popolo tanto importante e così legato a Roma, da lui stesso sempre favorito e fregiato di ogni onore, sprofondasse nella violenza e negli scontri armati, e che il partito che si sentiva meno forte chiedesse aiuto a Vercingetorige. Stimò dunque di dover scongiurare questa evenienza, e poiché le leggi degli Edui non consentivano al magistrato in carica di lasciare il paese, Cesare decise di recarsi di persona nelle loro terre, per non dare l’impressione che intendesse calpestarne il diritto o le leggi. Convocò presso di sé a Decezia il senato al completo e i due responsabili della controversia. Là si raccolse pressoché tutta la popolazione e gli fu spiegato che Coto era stato nominato da suo fratello nel corso di un concilio segreto, con pochi partecipanti, al di fuori dei luoghi e dei tempi dovuti, mentre le leggi non solo vietavano l’elezione di due membri della stessa famiglia entrambi viventi, ma anche la loro presenza contemporanea in senato. Allora Cesare obbligò Coto a deporre il comando e ordinò che conservasse il potere Convictolitave, che era stato designato dai sacerdoti secondo le usanze degli Edui, quando la magistratura era vacante.

34 – Dopo tale decreto, esortò gli Edui a dimenticare contrasti e dissensi e, lasciati da parte tutti questi pensieri, li invitò ad occuparsi della guerra in corso, certi che sarebbero stati da lui ricompensati secondo i loro meriti, una volta piegata la Gallia. Ordinò loro il rapido invio di tutta la cavalleria e di diecimila fanti, che avrebbe disposto a difesa delle provviste di grano. Divise l’esercito in due contingenti: affidò a Labieno quattro legioni per condurle nelle terre dei Senoni e dei Parisi, sei le condusse personalmente nella regione degli Arverni, verso la città di Gergovia, seguendo il corso dell’Allier. Parte della cavalleria la concesse a Labieno, parte la tenne con sé. Appena lo seppe, Vercingetorige distrusse tutti i ponti sul fiume e cominciò a marciare sulla sponda opposta.

35 – I due eserciti rimanevano l’uno al cospetto dell’altro e ponevano i campi quasi dirimpetto. La sorveglianza degli esploratori nemici impediva ai Romani di costruire un ponte in qualche luogo per varcare il fiume. Cesare si trovava in grandi difficoltà: correva il rischio di rimanere bloccato dal fiume per la maggior parte dell’estate, poiché l’Allier non consente con facilità il guado prima dell’autunno. Così, per evitare tale evenienza, pose il campo in una zona boscosa, dinnanzi a uno dei ponti distrutti da Vercingetorige; il giorno seguente rimase nascosto là con due legioni. Le altre truppe, con tutte le salmerie, ripresero il cammino secondo il solito, ma alcune coorti vennero frazionate affinché il numero delle legioni sembrasse inalterato. Ad esse comandò di protrarre la marcia il più possibile: a tarda ora, supponendo che le legioni si fossero accampate, intraprese la ricostruzione del ponte, utilizzando gli stessi piloni rimasti intatti nella parte inferiore. L’opera venne rapidamente realizzata e le legioni furono condotte sull’altra sponda. Scelse una zona adatta per l’accampamento e richiamò le rimanenti truppe. Vercingetorige, informato dell’accaduto, per non trovarsi costretto a dar battaglia contro la sua volontà, le precedette e si allontanò a marce forzate.

36 – Da lì Cesare raggiunse Gergovia in cinque tappe. Quel giorno stesso, dopo una scaramuccia con la cavalleria, ispezionò la posizione della città, che si ergeva su un monte altissimo e presentava difficili accessi da tutti i lati. Disperando di poterla prendere d’assalto, decise di non intraprendere l’assedio prima di aver pensato alle scorte di grano. Vercingetorige, invece, aveva stabilito il campo nei pressi della città sul fianco del monte, e dislocato tutt’attorno, a breve intervallo, una per una, le truppe delle varie nazioni. Per quanto si poteva vedere, aveva occupato tutte le cime del monte e offriva uno spettacolo poco rassicurante. Ai capi delle varie genti, da lui scelti come consiglieri, aveva ordinato di presentarsi a lui quotidianamente, all’alba, per discutere insieme o per eventuali decisioni. E non lasciava passare giorno, o quasi, senza attaccar battaglia con la cavalleria e gli arcieri in mezzo ad essa, per saggiare il coraggio e il valore di ciascuno dei suoi. Di fronte alla città, proprio ai piedi del monte, sorgeva una collina stretta, ben munita e con tutti i lati a strapiombo. Se i nostri l’avessero conquistata, avrebbero probabilmente bloccato ai nemici la maggior parte dei rifornimenti d’acqua e la possibilità di raccogliere liberamente il foraggio. La posizione, comunque, era presidiata da una guarnigione nemica, anche se non molto saldamente. Tuttavia, Cesare uscì dal campo nel silenzio della notte e, prima che dalla città potessero giungere rinforzi, mise in fuga la guarnigione nemica e occupò il colle. Vi vollocò due legioni e scavò una coppia di fosse parallele, larghe dodici piedi, che collegavano l’accampamento maggiore con il minore, affinché pure singoli uomini potessero spostarsi da un accampamento all’altro, al sicuro da improvvisi attacchi nemici.

37 – Mentre a Gergovia si svolgevano queste operazioni, l’eduo Convictolitave, al quale Cesare – lo si è detto – aveva assegnato la magistratura suprema, si lasciò corrompere dal denaro degli Arverni e si accordò con alcuni giovani, capeggiati da Litavicco e dai suoi fratelli, rampolli di stirpe assai nobile. Condivise con loro la somma ricevuta e li esortò a ricordarsi di essere uomini nati liberi, destinati al comando. Gli Edui erano gli unici a ritardare l’indubbia vittoria della Gallia; la loro autorità frenava le altre genti; ma se avessero cambiato partito, ai Romani sarebbe venuto meno qualsiasi punto d’appoggio in Gallia. Cesare, certamente, gli aveva reso un grande beneficio, ma non aveva fatto altro che riconoscere l’assoluta legittimità delle sue ragioni. Del resto, la libertà comune era per lui più importante. Perché mai gli Edui, per il loro diritto e le loro leggi, dovevano ricorrere al giudizio di Cesare, e non piuttosto i Romani alla sentenza degli Edui? I giovani vennero ben presto catturati dalle parole del magistrato e dal denaro; ma pur dichiarandosi addirittura pronti a prendere l’iniziativa, cercarono un piano d’azione, perché erano sicuri di non poter indurre gli Edui alla guerra senza un motivo. Si decise di porre Litavicco a capo dei diecimila uomini da inviare a Cesare, con l’incarico di guidarli; i suoi fratelli avrebbero raggiunto Cesare prima di lui. Misero a punto il piano in tutti gli altri particolari.

38 – Litavicco assunse il comando dell’esercito. A un tratto, a circa trenta miglia da Gergovia, convocò i suoi: «Dove andiamo, soldati?» disse tra le lacrime. «Tutti i nostri cavalieri, tutti i nobili sono caduti. I capi, Eporedorige e Viridomaro, accusati di tradimento dai Romani, sono stati messi a morte senza neppure un processo. Ma sentitelo da costoro, che sono scampati al massacro: i miei fratelli e tutti i miei parenti sono morti, il dolore mi impedisce di narrarvi l’accaduto». Si fecero avanti alcune persone già istruite su cosa dire. Ripetorono alla massa dei soldati gli stessi discorsi di Litavicco: i cavalieri edui erano stati trucidati, li si accusava di una presunta complicità con gli Arverni; loro si erano nascosti nel folto del gruppo e avevano preso la fuga proprio nel bel mezzo della strage. Gli Edui levano alte grida, supplicano Litavicco di prendersi cura di loro. «C’è forse bisogno di decidere?» rispose. «Non dobbiamo forse dirigerci a Gergovia e unirci agli Averni? Oppure dubitiamo che i Romani, dopo il loro empio crimine, esitino a gettarsi su di noi e a massacrarci? Perciò, se ancora in noi è rimasto del coraggio, vendichiamo la morte dei nostri, trucidati nel modo più indegno, uccidiamo questi ladroni», e indicò alcuni cittadini romani che, fidando nella sua protezione erano al suo seguito. Saccheggiò frumento e viveri in quantità, uccise i cittadini romani tra crudeli tormenti. Inviò messi in tutta la regione degli Edui, sollevò il popolo sempre con la falsa notizia della strage dei cavalieri e dei principi. Esortò a seguire il suo esempio e a vendicare le ingiurie.

39 – Su specifica richiesta di Cesare, si rovavano tra i cavalieri convenuti al campo l’eduo Eporedorige, giovane di alto lignaggio e di grande potenza tra i suoi, e Viridomaro, altrettanto giovane e influente, ma di diversa estrazione, che Cesare, dietro suggerimento di Diviziaco, aveva innalzato alle cariche più alte nonostante le sue umili origini. I due lottavano per il primato tra gli Edui, e durante la recente controversia per la magistratura si erano battuti con ogni mezzo l’uno per Convictolitave, l’altro per Coto. Eporedorige, quando venne a sapere del piano di Litavicco, verso la mezzanotte lo riferì a Cesare. Lo supplicò di non permettere agli Edui di venir meno all’alleanza con il popolo romano per colpa dei perfidi piani di alcuni giovani, lo pregò di tener conto delle conseguenze, se tante migliaia di uomini fossero passate dalla parte dei nemici: la loro sorte non avrebbe lasciato indifferenti i loro parenti, né il popolo poteva stimarla cosa di poco conto.

40 – La notizia destò viva preoccupazione in Cesare, che aveva sempre avuto una particolare predilezione nei confronti degli Edui. Senza indugio alcuno condusse fuori dall’accampamento quattro legioni prive di bagagli e la cavalleria al completo. In quel frangente non si ebbe neppure il tempo di restringere il campo, poiché il successo dell’azione sembrava dipendere dalla rapidità. A presidio dell’accampamento lasciò il luogotenente Gaio Fabio con due legioni. Ordinò di imprigionare i fratelli di Litavicco, ma venne a sapere che poco prima erano fuggiti presso i nemici. Esortò i soldati a non sgomentarsi, in un momento così critico, per le fatiche della marcia e tra l’entusiasmo generale avanzò di venticinque miglia e avvistò la schiera degli Edui. Mandò in avanti la cavalleria e rallentò la loro avanzata, ma diede ordine tassativo di non uccidere nessuno. A Eporedorige e Viridomaro, che gli Edui credevano morti, comandò di rimanere tra i cavalieri e di chiamare i loro uomini. Appena riconobbero i capi e compresero l’inganno di Litavicco, gli Edui cominciarono a tendere le mani in segno di resa, a gettare le armi, a implorare la grazia. Litavicco con i suoi vassalli – secondo i costumi dei Galli non è lecito abbandonare i protettori anche nei momenti più gravi – riparò a Gergovia.

41 – Agli Edui Cesare inviò dei messaggeri per spiegare che per sua generosità risparmiava i loro uomini, mentre avrebbe potuto farne strage secondo il diritto di guerra. Di notte concesse all’esercito tre ore di riposo, poi mosse il campo verso Gergovia. Aveva percorso circa metà del cammino, quando alcunii cavalieri inviati da Gaio Fabio gli esposero quali pericoli avesse corso il campo. Spiegarono che i nemici l’avevano attaccato in forze: truppe fresche davano continuamente il cambio a chi era stanco, i nostri erano sfiniti dalla fatica che non conosceva pause, perché le dimensioni dell’accampamento li costringevano a rimanere sempre sulla palizzata. Molti erano stati feriti dai nugoli di frecce e proiettili d’ogni tipo scagliati dai nemici; per resistere all’attacco, era stato determinante l’impiego delle catapulte. Quando il nemico si era ritirato, Fabio aveva barricato tutte le porte tranne due e aggiunto plutei sulla palizzata, preparandosi a un identico assalto per il giorno successivo. Conosciuta la situazione, Cesare, grazie allo straordinario impegno dei soldati, raggiunse l’accampamento prima dell’alba.

42 – Mentre a Gergovia accadevano queste cose, i messaggeri di Litavicco giunsero per primi agli Edui, i quali non persero neppure un istante per sincerarsi della verità. Chi spinto dall’avidità, chi dall’iracondia e dall’avventatezza – è la loro caratteristica congenita –diedero tutti per sicura una voce priva di fondamento. Saccheggiarono i beni dei cittadini romani, ne fecero strage, li resero schiavi. Convictolitave diede l’ultima spinta ad una situazione già in bilico, aizzò la plebe, affinché, una volta commesso il crimine, la vergogna le impedisse di ritornare alla ragione. Marco Aristio, tribuno militare, era in marcia verso la sua legione: gli promisero via libera e lo lasciarono uscire dalla città di Cavillono. Con lui costrinsero alla partenza anche chi si era lì stabilito per commercio. Appena i nostri si misero in marcia, però, li assalirono e li spogliano di tutti i bagagli. I nostri si difesero; vennero assediati giorno e notte. Quando le perdite erano già molte da entrambe le parti, i Galli chiamarono alle armi una folla più numerosa.

43 – Nel frattempo, giunse la notizia che tutte le truppe degli Edui erano sotto l’autorità di Cesare; corsero allora da Aristio e gli spiegarono che l’accaduto non dipendeva certo da una delibera ufficiale. Aprirono un’inchiesta sul saccheggio, confiscarono i beni di Litavicco e dei suoi fratelli, inviarono una delegazione a Cesare per discolparsi. Fecero tutto ciò nel tentativo di recuperare le proprie truppe, ma, macchiati dalla colpa commessa e sedotti dai guadagni del saccheggio – molti ne erano coinvolti – nonché per timore di una punizione, assunsero segretamente iniziative per riprendere la guerra e sobillarono con ambascerie gli altri popoli. Anche se intuiva tutto questo, Cesare tuttavia si rivolse agli emissari degli Edui con le parole più miti possibili: per via dell’incoscienza e della leggerezza del popolo non voleva pronunciare una condanna troppo dura nei confronti degli Edui, né intendeva diminuire la sua benevolenza verso di loro. Cesare, in effetti, si aspettava una più vasta sollevazione della Gallia e, per non trovarsi intrappolato da tutti quei popoli, stava valutando come lasciare Gergovia e riunire nuovamente l’esercito, ma cercava di evitare che il suo ripiegamento, dettato dal timore di una ribellione, sembrasse una fuga.

44 – Mentre era immerso in tali pensieri, gli parve presentarsi un’occasione favorevole. Infatti, quando giunse al campo minore per ispezionare i lavori, notò che una collina, prima in mano nemica, era adesso sguarnita, mentre nei giorni precedenti la si poteva appena scorgere, tanti erano i soldati che la presidiavano. La cosa lo stupì e ne chiese spiegazione ai disertori, che ogni giorno arrivavano presso di lui in gran numero. Tutti concordavano nel dire che, come Cesare già sapeva dagli esploratori, il dorso del colle era quasi in piano, ma stretto e pieno di vegetazione nella parte che conduceva dall’altro lato della città. I Galli nutrivano forti apprensioni per questo punto e sapevano bene che si sarebbero visti praticamente circondati, con ogni via d’uscita preclusa e i foraggiamenti tagliati, se i Romani, già padroni di una collina, avessero preso anche quest’altra. Quindi Vercingetorige aveva chiamato tutti a fortificare la zona.

45 – Saputo ciò, Cesare verso mezzanotte inviò sul posto vari squadroni di cavalleria. Comandò di compiere scorrerie dappertutto, producendo un po’ più rumore del solito. All’alba fece uscire dal campo un gran numero di giumenti e muli; ai mulattieri ordinò di togliere il basto agli animali e di mettersi l’elmo: fingendosi cavalieri, avrebbero dovuto correre attorno alle colline. Inviò con essi pochi cavalieri veri, che avevano l’incarico di spingersi più lontano a scopo di simulazione. A tutti, poi, diede istruzione di convergere su un unico punto dopo un lungo giro. Queste manovre venivano scorte dalla città, perché da Gergovia la vista dava proprio sul nostro accampamento, ma a tale distanza non era possibile comprendere che cosa stesse accadendo realmente. Inviò una legione verso la collina e, dopo un certo tratto, la fermò ai piedi dell’erta e la tenne nascosta nella boscaglia. I sospetti dei Galli crebbero maggiormente e mandarono tutte le truppe verso quel punto per fortificarlo. Cesare, appena vide il campo nemico sguarnito, guidò i soldati dal campo maggiore al minore, a piccoli gruppi, ordinando di non applicare i fregi e di tener nascoste le insegne, per non essere scorti dalla città. Ai luogotenenti posti al comando delle varie legioni spiegò come dovevano agire: anzitutto, li ammonì a tenere a freno i soldati, affinché non si allontanassero troppo per desiderio di lotta o speranza di bottino; illustrò gli svantaggi della posizione, eludibili solo con la rapidità dell’azione; si trattava di un colpo di mano, non di una battaglia. Detto ciò, diede il segnale e, al contempo, ordinò agli Edui di sferrare l’attacco da un altro versante, sulla destra.

46 – Le mura della città distavano dalla pianura e dall’inizio della salita mille passi in linea retta, se non ci fosse stata di mezzo nessuna tortuosità. Tutte le curve che si aggiungevano per attenuare la salita, aumentavano la distanza. Sul colle, a mezza altezza, i Galli avevano costruito in senso longitudinale un bastione di grosse pietre, alto sei piedi, che seguiva la conformazione del monte e aveva lo scopo di frenare l’assalto dei nostri. Tutta la zona sottostante era stata lasciata sguarnita, mentre nella parte superiore, fin sotto le mura della città, i Galli avevano posto fittissime delle ridotte. Al segnale i legionari raggiunseno rapidamente il muro, lo superarono e conquistarono tre ridotte. L’azione fu così rapida, che Teutomato, re dei Nitiobrogi, sorpreso ancora nella tenda durante il riposo pomeridiano, riuscì a stento a sfuggire, mezzo nudo, alle mani dei nostri in cerca di bottino, dopo che anche il suo cavallo era stato colpito.

47 – Conseguito lo scopo che si era prefisso, Cesare ordinò di suonare la ritirata, si fermò e tenne l’arringa alla decima legione, che era al suo seguito. I soldati delle altre legioni, invece, che non avevano udito il suono della tromba, perché si frapponeva una valle abbastanza estesa, venivano comunque trattenuti dai tribuni militari e dai luogotenenti, secondo gli ordini di Cesare. Tuttavia, trascinati dal miraggio di una rapida vittoria, dalla fuga dei nemici e dai successi nelle battaglie precedenti, pensarono che non vi fosse impresa impossibile per il loro valore. Così, non cessarono l’inseguimento finché non si trovarono davanti le mura e le porte della città. A quel punto, da tutte le zone della città si levano alte grida; chi fra i Galli si trovava più lontano, atterrito dal tumulto improvviso, pensando che il nemico si trovasse dentro le porte, si lanciò fuori dalla città. Dalle mura le madri di famiglia gettavano abiti e oggetti d’argento; sporgendosi con il petto nudo e con le mani protese scongiuravano i Romani di risparmiarle, di non massacrare donne e bambini, come invece era accaduto ad Avarico. Alcune si calavano giù dal muro con le mani e si consegnavano ai nostri soldati. Quel giorno stesso Lucio Fabio, centurione dell’ottava legione, aveva detto ai suoi (era cosa risaputa) di essere eccitato dalle ricompense promesse ad Avarico e che non avrebbe tollerato che un altro scalasse le mura prima di lui; trovati tre soldati del suo manipolo, salì sulle mura facendosi da loro sollevare sulle spalle; poi lì afferrò per mano uno ad uno e, a sua volta, li sollevò fino in cima.

48 – Nel frattempo, i nemici confluiti nella parte opposta della città per i lavori di fortificazione, come abbiamo illustrato, ai primi clamori e alle notizie sempre più frequenti che volevano la città occupata dai Romani, lanciarono in avanti la cavalleria e accorsero in massa. Man mano che ognuno arrivava, si piazzava ai piedi delle mura e infoltiva la schiera dei suoi combattenti. Quando si fu radunato un gruppo molto consistente, le madri di famiglia, che poco prima dalle mura tendevano le mani verso i Romani, cominciarono a scongiurare i loro mariti, a sciogliersi i capelli secondo l’uso gallicoe a mostrare i figli. I Romani non combattevano a parità di condizioni, né per posizione, né per numero. Inoltre, stanchi per la corsa e la durata dello scontro, reggevano con difficoltà agli avversari freschi e riposati.

49 – Cesare si rese conto che il combattimento avveniva in una posizione svantaggiosa e che le truppe nemiche continuavano ad aumentare. Preoccupato per i suoi soldati, inviò al luogotenente Tito Sestio, rimasto a presidio dell’accampamento minore, l’ordine di far uscire rapidamente le sue coorti dal campo e di schierarle sul fianco destro del nemico, ai piedi della collina, col compito, se i nostri venivano respinti, di impedire al nemico inseguirli senza freni e senza timore. Rispetto al luogo in cui si era fermato, Cesare aveva condotto la legione leggermente più avanti e lì attendeva l’esito della battaglia.

50 – Si combatteva corpo a corpo cruentamente; i nemici baldanzosi per la posizione e per il loro numero, i Romani confidavano nel proprio valore. All’improvviso comparvero sul nostro fianco scoperto dei nostri gli Edui, inviati da Cesare sulla destra per dividere le truppe nemiche. Al loro arrivo, la somiglianza delle armi galliche seminò il panico tra i nostri, che avevano sì visto la spalla destra denudata, segno convenzionale di riconoscimento, ma pensavano che si trattasse di una mossa nemica per ingannarli. Al tempo stesso, il centurione Lucio Fabio e i soldati che lo avevano seguito sulla cinta, dopo essere stati circondati e uccisi, vennero scaraventati dalle mura. Marco Petronio, centurione della stessa legione, mentre tentava di forzare le porte, fu sopraffatto da una moltitudine di nemici; senza ormai speranza di salvezza per le molte ferite ricevute, gridò ai soldati del suo manipolo, che lo avevano seguito: «Non posso salvarmi insieme a voi, ma provvederò almeno alla salvezza della vostra vita, che io ho messo in pericolo per sete di gloria. Finché ne avete la possibilità, pensate a voi stessi». E subito si lanciò all’attacco nel folto dei nemici, ne uccise due e gli altri li fece indietreggiare alquanto dalla porta. Ai suoi soldati, che cercavano di corrergli in aiuto, disse: «Tentate invano di soccorrermi, perdo troppo sangue e le forze mi stanno mancando. Perciò fuggite, finché ne avete modo, raggiungete la legione». Così, cadde poco dopo, con le armi in pugno, ma salvò i suoi uomini.

51 – I nostri, pressati da ogni parte, vennero respinti dalle loro posizioni e persero quarantasei centurioni. Ma i Galli, che si erano lanciati all’inseguimento con troppa foga, furono frenati la decima legione, che era schierata di rincalzo in una zona un po’ più favorevole, a sua volta soccorsa dalle coorti della tredicesima legione, che aveva lasciato il campo minore agli ordini del legato Tito Sestio e si era attestata su un rialzo. Le legioni, non appena raggiunsero la pianura, volsero le insegne contro il nemico e presero posizione. Vercingetorige chiamò entro le fortificazioni i suoi, che si erano spinti fino ai piedi della collina. Quel giorno le nostre perdite sfiorarono i settecento uomini.

52 – L’indomani Cesare radunò i soldati e per rimproverò per la loro avventatezza e cupidigia: di propria iniziativa avevano deciso fin dove si doveva avanzare o come bisognava agire, non si erano fermati al segnale di ritirata, né i tribuni militari, né i luogotenenti erano riusciti a trattenerli. Spiegò quale peso avesse una posizione svantaggiosa e quali erano state le sue considerazioni ad Avarico, quando, pur avendo sorpreso i nemici senza comandante e senza cavalleria, aveva rinunciato ad una vittoria sicura per evitare anche il minimo danno nello scontro, proprio perché la posizione era sfavorevole. E quanto grandemente ammirava il coraggio di uomini che né le fortificazioni dell’accampamento, né l’altezza dei monti, né le mura delle città avevano potuto frenare, altrettanto biasimava la loro insubordinazione e arroganza, poiché riguardo alla vittoria e all’esito dello scontro credevano di saper giudicare meglio del loro comandante. Da un soldato esigeva modestia e disciplina non meno che valore e coraggio.

53 – Tenuto questo discorso, nella parte finale rinfrancò i soldati: non dovevano turbarsi nell’animo per la sconfitta, né ascrivere al valore nemico ciò che dipendeva solo dagli svantaggi del campo di battaglia. E sebbene, come già in precedenza, continuasse a pensare alla partenza, condusse fuori dal campo le legioni e le schierò in un luogo adatto. Nonostante ciò, Vercingetorige continuava a tenersi all’interno delle fortificazioni e non scendeva in pianura. Allora Cesare, dopo una scaramuccia tra le cavallerie, in cui riportò la meglio, ricondusse l’esercito all’accampamento. Il giorno seguente fece la stessa cosa, e reputò di aver fatto quanto bastava per sminuire la baldanza dei Galli e rinfrancare il morale dei nostri soldati; quindi levò il campo e mosse verso il territorio degli Edui. I nemici nemmeno allora si mossero all’inseguimento, e il terzo giorno, ricostrui i ponti sull’Allier, condusse l’esercito sull’altra sponda.

54 – Là giunto, gli edui Viridomaro ed Eporedorige gli chiesero un colloquio e lo misero al corrente che Litavicco era partito con tutta la cavalleria alla volta degli Edui per istigarli alla rivolta: conveniva che loro lo precedessero per tenere a bada il popolo. Cesare aveva già ricevuto molte prove della doppiezza degli Edui e pensava che la loro partenza avrebbe accelerato lo scoppio dell’insurrezione; tuttavia decise di non trattenerli, per non dare l’idea di voler fare una prepotenza o di nutrire timori. Al momento della partenza, ricordò ai due giovani i suoi meriti nei confronti degli Edui: chi erano, quanto erano deboli quando li aveva accolti sotto la sua protezione, costretti a barricarsi nelle città, con i campi confiscati, privi di qualsiasi alleato, costretti a pagare un tributo e – offesa gravissima – a consegnare ostaggi; per contro, rammentò loro a quale prosperità e potenza li aveva poi innalzati, restituendoli non solo alle loro precedenti condizioni, ma ad un grado di dignità e prestigio mai conosciuti in passato. Con l’incarico di riferire tali cose li congedò.

55 – Novioduno era una città degli Edui sulle rive della Loira, situata in posizione favorevole. Qui Cesare vi aveva raccolto tutti gli ostaggi della Gallia, il grano, il denaro pubblico, gran parte dei bagagli suoi e dell’esercito; lì aveva inviato un gran numero cavalli acquistati in Italia e in Spagna per la guerra in corso. Quando Eporedorige e Viridomaro arrivarono a Novioduno, appresero come andavano le cose tra gli Edui: avevano accolto Litavicco a Bibracte, la loro città più importante; il magistrato Convictolitave e la maggior parte del senato lo aveva raggiunto; una delegazione ufficiale era stata inviata a Vercingetorige per trattare pace e alleanza. Così ritennero di non doversi lasciar sfuggire un’occasione tanto propizia. Eliminarono dunque le truppe di guardia a Novioduno, i commercianti e i viaggiatori che vi si trovavano, e si spartirono il denaro e i cavalli. Condussero a Bibracte, dal magistrato, gli ostaggi dei vari popoli e, giudicando di non poterla difendere, incendiarono la città, per impedire ai Romani di servirsene. Trasportarono via tutto il grano che al momento riuscirono a caricare sulle navi, il resto lo gettarono in acqua o lo bruciarono. Iniziarono a reclutare di truppe dalle regioni vicine, a disporre presidi e guarnigioni lungo la Loira, a mandare ovunque la loro cavalleria per seminare il panico, con la speranza di tagliare ai Romani l’approvvigionamento di grano o di costringerli al ripiegamento in provincia, dopo averli ridotti allo stremo. Alimentava considerevolmente le loro speranze la piena della Loira per lo scioglimento delle nevi, al punto che sembrava proprio impossibile guadarla.

56 – Appena Cesare seppe tutto questo, ritenne di dover accelerare i tempi: se il completamento dei ponti comportava il rischio di uno scontro, non voleva dover combattere quando le truppe nemiche fossero divenute più consistenti. Infatti, nessuno giudicava necessario modificare i piani e ripiegare verso la provincia, neppure in quel frangente: oltre all’onta e alla vergogna, lo impedivano le Cevenne e le strade impraticabili, che sbarravano il cammino; ma, soprattutto, Cesare nutriva grande apprensione per Labieno lontano e le legioni al suo seguito. Perciò, a tappe forzatissime e marciando di giorno e di notte, giunge alla Loira contro ogni aspettativa. Con l’aiuto dei cavalieri trovò un guado adatto, almeno per quanto le circostanze permettevano: restavano fuori dall’acqua solo le braccia e le spalle, per poter reggere le armi. Schierò la cavalleria in modo da spezzare l’impeto della corrente e guidò sano e salvo l’esercito sull’altra sponda, fra lo scompiglio dei nemici atterriti dalla nostra vista. Nelle campagne trovò grano e una grande quantità di bestiame, con cui rifornì in abbondanza l’esercito. Dopodiché cominciò a marciare sui Senoni.

57 – Mentre Cesare svolgeva tali operazioni, Labieno lasciò ad Agedinco, a presidio delle salmerie, i rinforzi recentemente giunti dall’Italia e con quattro legioni puntò su Lutezia, una città dei Parisi che sorge su un’isola della Senna. Quando i nemici ebbero notizia del suo arrivo, raccolsero numerose truppe inviate dai popoli limitrofi. Il comando supremo venne conferito all’aulerco Camulogeno, un uomo ormai piuttosto anziano, chiamato tuttavia a rivestire quella carica per la sua straordinaria perizia in campo militare. Camulogeno, avendo notato una palude interminabile, che alimentava la Senna e rendeva poco praticabile tutta la zona, vi si insediò e si apprestò a sbarrare la strada ai nostri.

58 – Labieno dapprima tentò di spingere in avanti le vinee, di riempire la palude con fascine e zolle di terra  e di costruirsi un passaggio. Quando capì che l’operazione era troppo difficile, dopo la mezzanotte uscì in silenzio dall’accampamento e, per la stessa strada da cui era venuto, raggiunse Metlosedo. Questa è una città fortificata dei Senoni che sorge su un’isola della Senna, come si è detto di Lutezia. Lì catturò circa cinquanta navi, le collegò rapidamente e vi imbarcò i soldati. Gli abitanti – i pochi rimasti, perché la maggior parte era lontana in guerra – rimansero atterriti per l’evento improvviso, e Labieno conquistò la città senza neppure combattere. Ricostruito quindi il ponte distrutto dai nemici nei giorni precedenti, condusse l’esercito sull’altra sponda e puntò su Lutezia, seguendo il corso del fiume. I nemici, avvertiti dai fuggiaschi di Metlosedo, ordinarono di incendiare Lutezia e di distruggere i ponti della città. Abbandonarono la palude e si attestarono lungo le rive della Senna, davanti a Lutezia, proprio di fronte al campo di Labieno.

59 – Era già corsa voce che Cesare aveva lasciato Gergovia e si diffondevano notizie sulla defezione degli Edui e sui successi dell’insurrezione; nei loro abboccamenti, i Galli assicuravano che Cesare si era trovato la strada sbarrata dalla Loira e che, costretto dalla mancanza di grano, aveva ripiegato verso la provincia. I Bellovaci, poi, che già in passato non si erano dimostrati di per sé alleati fedeli, alla notizia della defezione degli Edui avevano cominciato a reclutare delle truppe e a preparre apertamente la guerra. Allora Labieno, di fronte a un tale mutamento della situazione, si rese conto di dover prendere decisioni ben diverse dai suoi piani precedenti: non mirava più a riportare successi o a provocare il nemico a battaglia, ma solo a ricondurre incolume l’esercito ad Agedinco. Infatti, su una sponda incombevano i Bellovaci, che in Gallia godono fama di straordinario valore, sull’altra c’era Camulogeno con l’esercito pronto e schierato. Inoltre, un fiume imponente separava le legioni dal presidio della città e dalle salmerie. Per l’insorgere di tante e improvvise difficoltà, vedeva che era necessario far ricorso a un atto di coraggio.

60 – Verso sera convocò il consiglio di guerra ed esortò i presenti ad eseguire gli ordini con scrupolo e impegno. Ciascuna delle navi portate da Metlosedo venne affidata a un cavaliere romano, e ordinò loro che  allo scadere del primo turno di guardia notturno discendessero in silenzio il fiume per quattro miglia e attendessero là il suo arrivo. Lasciò a presidio dell’accampamento le cinque coorti che riteneva meno valide per il combattimento. Alle altre cinque della stessa legione comandò di partire con tutti i bagagli dopo mezzanotte e di risalire il corso del fiume con molto baccano. Si procurò anche delle piccole barche, che  inviò nella stessa direzione spinte a forza di remi con grande frastuono. Poco dopo anche lasciò in silenzio il campo alla testa di tre legioni e raggiunse il punto dove le navi dovevano approdare.

61 – Non appena giunsero là, gli esploratori nemici, disposti lungo tutto il fiume, vennero colti alla sprovvista e sopraffatti dai nostri, poiché si era scatenato un violento temporale. Sotto la guida dei cavalieri romani preposti alle operazioni, l’esercito e la cavalleria passarono velocemente sull’altra riva. Quasi nello stesso istante, poco prima dell’alba, i nemici vennero informati che un tumulto insolito regnava nel campo romano e che una schiera numerosa risaliva il fiume, mentre nella stessa direzione si udivano colpi di remi e, un po’ più in basso, altri soldati trasbordavano su nave. A tale notizia, i nemici si convinsero che le legioni stavano varcando il fiume in tre punti e si apprestavano alla fuga, sconvolte dalla defezione degli Edui. Allora anch’essi le truppe suddivisero in tre reparti. Lasciarono un presidio proprio di fronte all’accampamento e inviarono verso Metlosedo un piccolo contingente, che doveva avanzare a misura di quanto procedevano le navi. Il resto dell’esercito fu condotto contro Labieno.

62 – All’alba tutti i nostri avevano ormai varcato il fiume ed erano in vista della schiera nemica. Labieno incitò i soldati a ricordarsi dell’antico valore e delle loro grandissime vittorie, a far conto che fosse presente Cesare in persona, sotto la cui guida tante volte avevano battuto il nemico. Quindi, diede il segnale di battaglia. Al primo assalto, sull’ala destra, dove era schierata la settima legione, il nemico venne battuto e costretto alla fuga; sull’ala sinistra, settore presidiato dalla dodicesima legione, le prime file dei Galli erano cadute sotto i colpi dei giavellotti, ma gli altri resistevano con estrema tenacia e nessuno dava segni di vacillare. Il comandante nemico stesso, Camulogeno, stava al fianco dei suoi e li incoraggiava. Mentre era ancora incerto l’esito dello scontro, ai tribuni militari della settima legione venne riferito come andavano le cose all’ala sinistra; essi allora dispiegarono la legione alle spalle del nemico e la lanciarono all’attacco. Nessuno dei Galli, persino in quel frangente, abbandonò il proprio posto, ma tutti vennero circondati e uccisi. La stessa sorte toccò a Camulogeno. I soldati nemici rimasti di guardia davanti al campo di Labieno, non appena seppero che si stava combattendo, mossero in aiuto dei loro e si attestarono su un colle, ma non riuscirono a tenere testa ai nostri soldati vittoriosi. Così, si unirono agli altri in fuga, e chi non trovò riparo nelle selve o sui monti, venne massacrato dalla nostra cavalleria. Portata a termine l’impresa, Labieno rientrò ad Agedinco, dove erano rimaste le salmerie di tutto l’esercito. Da lì, raggiunge Cesare con tutte le truppe.

63 – Quando si venne a sapere della defezione degli Edui, la guerra divampò ancora di più. Si inviarono ambascerie ovunque; ogni risorsa a disposizione, che fosse prestigio, autorità o denaro, la impiegarono per sollevare gli altri popoli. Sfruttarono gli ostaggi lasciati da Cesare in loro custodia, e minacciando di metterli a morte, spaventarono i popoli che ancora esitavano. Gli Edui chiesero a Vercingetorige di raggiungerli per discutere una comune strategia di guerra. Ottenuto ciò, pretesero per sé il comando supremo. La cosa sfociò in una controversia e venne indetta un’assemblea di tutta la Gallia a Bibracte. Da ogni regione vi accorsero in gran numero. La questione venne messa ai voti. Tutti, nessuno escluso, approvarono Vercingetorige come comandante supremo. All’assemblea non parteciparono i Remi, i Lingoni e i Treveri: i primi due perché rimanevano fedeli all’alleanza con Roma; i Treveri perché erano troppo distanti e sotto la minaccia dei Germani, motivo per cui non parteciparono mai alle operazioni di questa guerra e non inviarono aiuti a nessuno dei due contendenti. Per gli Edui fu un duro colpo la perdita del primato; lamentarono il cambiamento di sorte e rimpiansero la generosità di Cesare nei loro confronti. Ma la guerra era ormai iniziata, ed essi non osarono separarsi dagli altri. Loro malgrado, Eporedorige e Viridomaro, giovani molto ambiziosi, dovettero obbedire a Vercingetorige.

64 – Questi impose ostaggi agli altri popoli e ne fissò la data di consegna. Ordinò che tutti i cavalieri, in numero di quindicimila, si radunassero là rapidamente. Quanto alla fanteria – disse – si sarebbe accontentato delle truppe che già aveva prima. Non avrebbe tentato la sorte o combattuto in campo aperto; aveva una grande cavalleria ed era assai facile bloccare l’approvvigionamento di grano e di foraggio ai Romani; certo i Galli dovevano rassegnarsi a distruggere con le proprie mani le loro scorte e ad incendiare le loro case: la perdita dei beni privati, lo vedevano anch’essi, significava autonomia e libertà perpetua. Dopo aver così deciso, agli Edui e ai Segusiavi, che confinano con la provincia, impose l’invio di diecimila fanti e in aggiunta ottocento cavalieri. Ne affidò il comando al fratello di Eporedorige e gli ordinò di attaccare gli Allobrogi. Sul versante opposto, contro gli Elvi mandò i Gabali e le tribù di confine degli Arverni, mentre inviò i Ruteni e i Cadurci a devastare le terre dei Volci Arecomici. Nonostante ciò, con messaggi e ambascerie clandestine istigò gli Allobrogi, giacché sperava che dall’ultima sollevazione i loro animi non si fossero ancora assopiti. Ai capi degli Allobrogi promise denaro, all’intera nazione, invece, il comando di tutta la provincia romana.

65 – Per far fronte ad ogni evenienza, i nostri avevano provveduto a disporre un presidio di ventidue coorti, arruolate nella provincia stessa dal luogotenente Lucio Cesare, e schierate lungo tutto il fronte. Gli Elvi, scesi in guerra di propria iniziativa contro i popoli limitrofi, vennero respinti; insieme a tanti altri venne ucciso Gaio Valerio Domnotauro, figlio di Caburo e principe di quella nazione, mentre il grosso fu costretto a rifugiarsi dentro le mura delle città. Gli Allobrogi dislocarono parecchi presidi lungo il Rodano e sorvegliarono con cura e attenzione i propri territori. Cesare capiva che la cavalleria nemica era superiore e che, con tutte le strade tagliate, non poteva contare su rinforzi dalla provincia e dall’Italia. Inviò allora degli emissari oltre il Reno, in Germania, a quelle nazioni che aveva sottomesse negli anni precedenti e chiese loro cavalleria e fanteria leggera, addestrata a combattere tra i cavalieri. Appena giunsero, Cesare, notando che montavano su cavalli inadeguati, requisì i destrieri dei tribuni militari, degli altri cavalieri romani e dei richiamati e li distribuì ai Germani.

66 – Nel frattempo, mentre accadevano tali fatti, si concentrarono le truppe degli Arverni e i cavalieri che tutta la Gallia doveva fornire. Messa insieme forze così ingenti – mentre Cesare attraversava i più lontani territori dei Lingoni alla volta dei Sequani, allo scopo di portare aiuto con maggior facilità alla provincia – Vercingetorige si stabilì a circa dieci miglia dai Romani, in tre distinti accampamenti. Convocò i comandanti della cavalleria e spiegò che l’ora della vittoria era giunta: i Romani fuggivano in provincia e lasciavano la Gallia; al momento ciò era sufficiente a ottenere la libertà, ma non poteva garantire pace e quiete per il futuro; i Romani avrebbero raccolto truppe più consistenti, sarebbero ritornati e non avrebbero posto fine alla guerra. Perciò bisognava attaccarli durante la marcia, quando erano impacciati dai bagagli. Se i legionari avessero soccorso gli altri attardandosi, non avrebbero potuto proseguire la marcia; se avessero abbandonato le salmerie e pensato a salvare la vita – come a suo giudizio sarebbe accaduto – avrebbero perso ogni bene di prima necessità e con essi l’onore. Quanto ai cavalieri nemici, nessuno avrebbe osato nemmeno uscire dallo schieramento, non c’era dubbio. E affinché muovessero all’attacco con maggior ardimento, avrebbe tenuto schierate davanti all’accampamento tutte le truppe, mettendo così paura al nemico. Tutti i cavalieri esclamarono all’unisono che bisognava giurare solennemente che si sarebbe negato un tetto e la possibilità di avvicinare figli, genitori o moglie a coloro che, sul proprio cavallo, non avessero attraversato per due volte lo schieramento nemico.

67 – La proposta venne approvata e tutti prestarono giuramento. Il giorno seguente divisero la cavalleria in tre contingenti: due vennero schierati sui fianchi della nostra colonna, il terzo cominciò a contrastarci il passo all’avanguardia. Appena gli venne comunicato ciò, Cesare divise anch’egli la cavalleria in tre parti e ordinò di affrontare il nemico. Si combatteva contemporaneamente in ogni settore. L’esercito si fermò, le salmerie vennero raccolte in mezzo alle legioni. Se in qualche zona i nostri sembravano in difficoltà o troppo alle strette, là Cesare faceva avanzare i suoi uomini con una conversione del fronte. La manovra rallentava l’inseguimento nemico e rinfrancava i nostri con la speranza del soccorso. Alla fine, i Germani sull’ala destra riuscirono a cacciare i nemici dalla sommità di una collina, inseguirono i fuggiaschi sino al fiume dove Vercingetorige si era attestato con la fanteria, e ne uccisero parecchi. Appena se ne accorsero, gli altri si diedero alla fuga, temendo l’accerchiamento. Avvenne ovunque una carneficina. Tre degli Edui più nobili vennero catturati e condotti a Cesare: Coto, il comandante della cavalleria, che nell’ultima elezione aveva avuto un contrasto con Convictolitave; Cavarillo, subentrato al comando della fanteria dopo la defezione di Litavicco; Eporedorige, comandante degli Edui  nella guerra che avevano combattuto contro i Sequani prima dell’arrivo di Cesare.

68 – A seguito della fuga della cavalleria, Vercingetorige ritirò tutte le truppe schierate davanti agli accampamenti e mosse direttamente verso Alesia, città dei Mandubi, ordinando di condurre rapidamente le salmerie fuori dai campi e di seguirlo. Cesare portò i bagagli sul colle più vicino e vi lasciò due legioni come presidio. Lo inseguì finché ci fu luce; uccide circa tremila uomini della retroguardia e il giorno successivo si accampò davanti ad Alesia. Esaminata la posizione della città e tenuto conto che i nemici erano atterriti, poiché era stata messa in fuga la loro cavalleria, ossia il reparto su cui più confidavano, esortò i soldati a mettersi all’opera e cominciò a circondare Alesia con una palizzata.

69 – La città di Alesia sorgeva sulla cima di un colle, in posizione abbastanza elevata, tanto che l’unico modo per espugnarla sembrava l’assedio. I piedi del colle, su due lati, erano bagnati da due fiumi. Davanti alla città si stendeva una pianura lunga circa tre miglia; per il resto, tutt’attorno, la cingevano altre colline di uguale altezza, poco distanti l’una dall’altra. Lungo il fianco dell’altrura rivolto a oriente le truppe galliche avevano completamente occupato il terreno sotto le mura,  avevano scavato un fossato e costruito un muro a secco alto sei piedi. La palizzata che i Romani andavano costruendo raggiungeva le dieci miglia. Si era stabilito l’accampamento in una zona vantaggiosa, erano state costruite ventitré ridotte, ove di giorno vi alloggiavano corpi di guardia per prevenire attacchi improvvisi, di notte vi vegliavano sentinelle e saldi presidi.

70 – Durante i lavori, le cavallerie vennero a battaglia nella pianura che, come abbiamo illustrato, si stendeva tra le colline per tre miglia di lunghezza. Si combatté con accanimento da entrambe le parti. In aiuto dei nostri in difficoltà, Cesare inviò i Germani e schierò le legioni di fronte all’accampamento, per impedire un attacco improvviso della fanteria nemica. Il presidio delle legioni alimentò il coraggio nei nostri. I nemici furono messi in fuga ed essendo tanto numerosi, ciò fu loro d’intralcio: si accalcarono alle porte, costruite troppo strette. I Germani li inseguirono con maggior veemenza fino alle fortificazioni. Ne fecero strage: alcuni nemici smontarono da cavallo e tentarono di superare la fossa e di scalare il muro. Alle legioni schierate davanti al vallo Cesare ordinò di avanzare leggermente. Un panico non minore si diffuse tra i Galli all’interno delle fortificazioni: pensarono ad un attacco imminente e gridarono di correre alle armi. Alcuni, sconvolti dal terrore, si precipitarono in città. Vercingetorige comandò di chiudere le porte, affinché l’accampamento non rimanesse sguarnito. Dopo aver ucciso molti nemici e catturato parecchi cavalli, i Germani ripiegarono.

71 – Vercingetorige prese la decisione di far uscire di notte tutta la cavalleria, prima che i Romani portassero a termine la linea di fortificazione. Alla partenza, raccomandò a tutti di raggiungere ciascuno la propria gente e di raccogliere per la guerra tutti gli uomini in età adatta a portare le armi. Ricordò i propri meriti nei loro confronti, li scongiurò di tener conto della sua vita, di non abbandonarlo al supplizio dei nemici, lui che tanto aveva contribuito alla lotta per la libertà comune. Spiegò che se avessero svolto il compito con scarsa diligenza, insieme a lui avrebbero perso la vita ottantamila uomini dei migliori. Secondo i suoi calcoli, aveva grano a malapena per trenta giorni, ma, se lo razionava, poteva resistere anche un po’ di più. Assegnata tale missione, durante il secondo turno di guardia, fece uscire in silenzio la cavalleria, nel settore dove i nostri lavori non erano ancora terminati. Ordinò la consegna di tutto il grano; stabilì la pena capitale per chi non avesse obbedito; quanto al bestiame, ammassato in grande quantità dai Mandubi, distribuì a ciascuno la sua parte; fece economia di grano e cominciò a razionarlo; accolse entro le mura tutte le truppe prima schierate davanti alla città. Presi questi provvedimenti, attese i rinforzi della Gallia e si preparò a guidare le operazioni di guerra.

72 – Cesare, appena fu informato di ciò dai fuggiaschi e dai prigionieri, approntò queste altre opere di fortificazione: scavò un fossato di venti piedi, con le pareti verticali, facendo sì che la larghezza della base corrispondesse alla distanza tra i bordi superiori; tutte le altre opere difensive le costruì più indietro, a quattrocento piedi dal fossato: poiché aveva dovuto abbracciare uno spazio così vasto e non essendo facile dislocare soldati lungo tutto il perimetro, voleva impedire che i nemici, all’improvviso o nel corso della notte, piombassero sulle nostre fortificazioni, oppure che durante il giorno potessero scagliare dardi sui nostri impegnati nei lavori. A tale distanza, dunque, scavò due fosse della stessa profondità, larghe quindici piedi. Delle due, la più interna, situata in zone pianeggianti e basse, venne riempita con acqua proveniente da un fiume. Ancora più indietro innalzò un terrapieno e una palizzata di dodici piedi, a cui aggiunse parapetto merlato, con grandi pali sporgenti dalle giunture tra i plutei e il terrapieno allo scopo di ritardare la scalata dei nemici. Lungo tutto il perimetro delle difese innalzò delle torri distanti ottanta piedi l’una dall’altra.

73 – Nel medesimo tempo era necessario cercare legna e frumento e costruire fortificazioni tanto imponenti, diminuendo il numero dei nostri effettivi, poiché i soldati dovevano allontanarsi parecchio dal campo. Inoltre i Galli, alle volte, assalivano le nostre difese e dalla città tentavano sortite da più porte, con grande slancio. Perciò Cesare ritenne opportuno aggiungere altre opere alle fortificazioni già approntate, al fine di poterle difendere con un numero minore di soldati. Si cominciò dunque a tagliare tronchi d’albero con i rami molto robusti, a scortecciarli e a renderli molto aguzzi sulla punta; poi, si scavarono fosse continue della profondità di cinque piedi. Qui vennero piantati i tronchi e, affinché non li potessero svellere, furono legati alla base, lasciando sporgere i rami. I pali erano in gruppi di cinque, fissati e raccordati insieme: chi vi entrava, rimaneva trafitto sulle punte acutissime. Li chiamammo cippi. Davanti ai cippi vennero scavate delle buche profonde tre piedi, leggermente più strette verso il fondo e disposte per linee oblique, come il cinque sui dadi. Vi si conficcarono dentro tronchi lisci e spessi quanto una coscia, molto aguzzi e induriti col fuoco sulla punta, senza lasciarli sporgere dal terreno più di quattro dita. Inoltre, per renderli ben fermi e stabili, sul fondo venne aggiunta terra per un piede d’altezza, e la si pressò; il resto della buca venne ricoperto di vimini e arbusti per nascondere la trappola. Ne furono eseguite otto file, distanti tre piedi l’una dall’altra. Per la somiglianza con il fiore, le chiamammo gigli. Davanti ad esse vennero interrati pioli lunghi un piede, con un uncino di ferro conficcato in punta: vennero disseminati un po’ ovunque, a breve distanza. Presero il nome di stimoli.

74 – Terminate tali opere, seguendo i terreni più favorevoli per conformazione naturale, fece costruire una linea difensiva dello stesso genere, lunga quattordici miglia, ma opposta alla prima, contro un nemico proveniente dalle spalle: così, anche nel caso di un attacco in massa dopo la partenza della valleria, gli avversari non avrebbero potuto circondare i presidi delle fortificazioni. Per non vedersi poi costretto a rischiose sortite dall’accampamento, ordinò a tutti di raccogliere e portare con sé foraggio e grano per trenta giorni.

75 – Questo è ciò che avveniva ad Alesia. Nel frattempo, i Galli indissero un concilio dei capi, stabilirono di non chiamare alle armi tutti gli uomini abili, come aveva chiesto Vercingetorige, ma di imporre ad ogni nazione la consegna di un contingente determinato, poiché temevano che fosse impossibile, tra tanta confusione di popoli, mantenere la disciplina, riconoscere le proprie truppe, amministrare le provviste di grano. Agli Edui e ai loro alleati, ossia i Segusiavi, gli Ambivareti, gli Aulerci Brannovici, i Blannovi, ordinarono di fornire trentacinquemila uomini; altrettanti agli Arverni insieme agli Eleuteti, ai Cadurci, ai Gabali, ai Vellavi, da tempo soggetti al dominio degli Arverni stessi; ai Sequani, ai Senoni, ai Biturigi, ai Santoni, ai Ruteni, ai Carnuti dodicimila ciascuno; ai Bellovaci diecimila; ottomila ciascuno ai Pictoni, ai Turoni, ai Parisi e agli Elvezi; agli Ambiani, ai Mediomatrici, ai Petrocori, ai Nervi, ai Morini, ai Nitiobrogi cinquemila ciascuno; altrettanti agli Aulerci Cenomani; agli Atrebati quattromila; ai Veliocassi, ai Lexovi e agli Aulerci Eburovici tremila ciascuno; ai Rauraci e ai Boi mille ciascuno; ventimila a tutti quei popoli che si affacciano sull’Oceano e che, come dicono loro stessi, si chiamano Aremorici, tra i quali ricordiamo i Coriosoliti, i Redoni, gli Ambibari, i Caleti, gli Osismi, i Lemovici, gli Unelli. Di tutti i popoli citati, solo i Bellovaci non inviarono il contingente completo, dicendo che avrebbero mosso guerra ai Romani per proprio conto e arbitrio e che non avrebbero preso ordini da nessuno. Tuttavia, su preghiera di Commio, in ragione dei vincoli di ospitalità che li legavano a lui, inviarono duemila uomini.

76 – Dei fidati e preziosi servigi di Commio, Cesare si era avvalso negli anni precedenti in Britannia, come abbiamo detto sopra. In cambio delle sue benemerenze, aveva decretato che gli Atrebati fossero esenti da tributi, gli aveva restituito il loro diritto e le leggi leggi, e assegnato la tutela dei Morini. Ma il desiderio della Gallia, che voleva riacquistare l’indipendenza e recuperare l’antica gloria militare, era così unanime, da rendere chiunque insensibile anche ai benefici e al ricordo dell’amicizia: tutti si gettarono nel conflitto con ogni risorsa e col cuore. Vennero raccolti ottomila cavalieri e circa duecentoquarantamila fanti; nelle terre degli Edui si procedette a passarli in rassegna, a contarli, a nominare gli ufficiali. Il comando supremo venne affidato all’atrebate Commio, agli edui Viridomaro ed Eporedorige, all’arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige. A essi vennero affiancati alcuni rappresentanti dei vari popoli, che formavano il consiglio per condurre le operazioni. Pieni di ardore e di fiducia si diressero ad Alesia. Nessuno credeva possibile reggere alla vista di un tale esercito, tanto meno in uno scontro su due fronti, quando i Romani, mentre combattevano per una sortita dalla città, avessero scorto alle loro spalle truppe di fanteria e cavalleria così imponenti.

77 – Sennonché gli assediati di Alesia, scaduto il giorno previsto per l’arrivo dei rinforzi ed esaurite tutte le scorte di grano, ignari delle manovre che si svolgevano nelle terre degli Edui, convocarono un’assemblea e si consultarono sull’esito della propria sorte. Diversi furono i pareri espressi (c’era chi propendeva per la resa, chi per una sortita, finché le forze bastavano); fra tutti crediamo di non dover trascurare il discorso di Critognato per la sua straordinaria ed empia crudeltà. Persona di altissimo lignaggio tra gli Arverni e molto autorevole, disse: «Non spenderò una parola riguardo al parere di chi chiama resa l’onta suprema della schiavitù; costoro non li considero cittadini e non dovrebbero avere neppure il diritto di partecipare all’assemblea. È mia intenzione rivolgermi solo a coloro che approvano una sortita, proposta che, confortata dal consenso di tutti voi, conserva il ricordo dell’antico valore. L’incapacità di sopportare per poco le privazioni, non è valore, ma debolezza d’animo. È più facile trovare gente disposta a darsi la morte piuttosto che a sopportare il dolore con pazienza. E anch’io – tanto è forte in me il senso dell’onore – sarei dello stesso avviso, se vedessi se vedessi che comporta solo la perdita della nostra vita. Ma nel prendere la decisione, rivolgiamo gli occhi a tutta la Gallia, che abbiamo chiamato in nostro soccorso. Quale pensate che sarebbe – secondo voi, dopo la strage in un solo luogo di ottantamila uomini– lo stato d’animo dei nostri parenti e consanguinei, costretti a combattere quasi sui nostri cadaveri? Non negate il vostro aiuto a chi, per salvare voi, non ha curato i propri rischi. Non prostrate la Gallia intera a causa della vostra stoltezza e imprudenza o per colpa della fragilità del vostro animo, non condannatela a una schiavitù perpetua. Certo, i rinforzi non sono giunti nel giorno fissato, ma per questo dubitate della loro lealtà e costanza? E che allora? Credete che ogni giorno i Romani lavorino per divertimento nella costruzione di nuove fortificazioni? Se non potete ricevere una conferma dell’arrivo dei rinforzi perché le vie sono tutte tagliate, prendete allora come testimonianza i nemici del loro imminente arrivo: è il timore dei nostri rinforzi che li spinge a lavorare giorno e notte alle fortificazioni. Qual è dunque la mia proposta? Fare ciò che fecero i nostri padri quando combattevano nella guerra, neppure paragonabile a questa, contro i Cimbri e i Teutoni: costretti a chiudersi nelle città e a patire come noi dure privazioni, si mantennero in vita con i corpi di chi, per ragioni d’età, sembrava inutile alla guerra, e non si arresero ai nemici. Se non avessimo già un precedente del genere, giudicherei giusto istituirlo per la nostra libertà e tramandarlo ai posteri come fulgido esempio. Infatti, quali somiglianze ebbe quella guerra con la nostra? I Cimbri, dopo aver devastata la Gallia e la seminata rovina, alla fine si allontanarono dalle nostre campagne e si diressero verso altre terre, lasciandoci il nostro diritto, le leggi, i campi, la libertà. I Romani, invece, che altro cercano o vogliono, se non stanziarsi per invidia nelle campagne e città di qualche popolo, appena sanno che è nobile e forte in guerra, assoggettandolo in un’eterna schiavitù? Non hanno mai mosso guerra con altre intenzioni. E se ignorate le vicende delle nazioni più lontane, volgete gli occhi alla Gallia limitrofa: ridotta a provincia, ha mutato il diritto e le leggi, è soggetta alle scuri e piegata in una perpetua servitù».

78 – Espressi i vari pareri, venne deciso di allontanare dalla città chi, per malattia o età, non poteva combattere e di ricorrere a qualsiasi espediente prima di accondiscendere alla proposta di Critognato; tuttavia, in caso di necessità o di ritardo dei rinforzi, si sarebbe dovuti giungere a un tale passo, piuttosto che accettare condizioni di resa o di pace. I Mandubi, che li avevano accolti nella loro città, furono costretti a partire con i figli e le mogli. Giunti ai piedi delle difese romane, tra le lacrime e con preghiere d’ogni genere, supplicarono i nostri di prenderli come schiavi e di dar loro del cibo. Ma Cesare, disposte sentinelle sul vallo, proibì di dare loro accoglienza.

79 – Nel frattempo, Commio e gli altri capi, a cui era stato conferito il comando, giunsero ad Alesia con tutte le truppe, occuparono il colle esterno e si attestano a non più di un miglio dalle nostre difese. Il giorno seguente mandano in campo la cavalleria e riempiorono tutta la pianura che, come sopra ricordato, si stendeva per tre miglia. Quanto alla fanteria, la disposero poco distante, nascosta sulle alture. Dalla città di Alesia la vista dominava sulla pianura. Appena scorsero i rinforzi, i Galli accorsero: esultarono, gli animi di tutti si schiusero alla gioia. Così, guidarono le truppe fuori dalle mura e si schierarono di fronte alla città, coprirono la prima fossa con fascine, la colmarono di terra e si prepararono all’attacco, al tutto per tutto.

80 – Cesare dispose l’esercito lungo entrambe le linee fortificate, affinché ciascuno, in caso di necessità, conoscesse il proprio posto e lì si schierasse. Poi, guidò la cavalleria fuori dal campo e ordinò di dare inizio alla battaglia. Da ogni punto del campo, situato sulla cima del colle, la vista dominava; tutti i soldati, ansiosi, aspettavano l’esito dello scontro. I Galli avevano inserito in mezzo alla cavalleria pochi arcieri e fanti dall’armatura leggera, che avevano il compito di soccorrere i loro quando ripiegavano e di frenare l’impeto dei nostri cavalieri. Gli arcieri e i fanti avevano colpito alla sprovvista parecchi dei nostri, costringendoli a lasciare la mischia. Non appena i Galli, convinti della loro supremazia e vedendo i nostri soverchiati dalla loro superiorità numerica, da ogni parte – sia chi era rimasto all’interno delle difese, sia chi era giunto in rinforzo – cominciarono ad incitare i loro con clamori e grida. Lo scontro si svolgeva sotto gli occhi di tutti, perciò nessun atto di coraggio o di viltà poteva essere occultato: il desiderio di gloria e la paura dell’ignominia spronavano al valore gli uni e gli altri. Si combatté da mezzogiorno fino al tramonto e l’esito della vittoria era ancora incerto, quand’ecco che i cavalieri germani, concentrati i loro ranghi in un solo punto, caricarono i nemici e li volsero in fuga. Con la ritirata della cavalleria, gli arcieri vennero circondati e uccisi. Anche sugli altri fronti i nostri inseguirono fino all’accampamento i nemici in fuga, senza permetter loro di riorganizzarsi. I Galli che da Alesia si erano spinti in avanti, cercarono rifugio in città, mesti o quasi disperando della vittoria.

81 – I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale approntarono una gran quantità di graticci, scale, ramponi. A mezzanotte, in silenzio, uscirono dall’accampamento e si avvicinarono alle nostre fortificazioni di pianura. All’improvviso lanciarono l’alto grido di guerra, il segnale convenuto per segnalare il loro arrivo a chi era rimasto in città. Si predisposero a gettare graticci sul fossato, a disturbare i nostri sul vallo con fionde, frecce e pietre, ad azionare ogni macchina da guerra che serve nell’assalto ad un accampamento fortificato. Contemporaneamente, appena udite le grida, Vercingetorige diede ai suoi soldati il segnale con la tromba e li guidò fuori dalla città. I nostri raggiunsero le fortificazioni, ciascuno nel posto che gli era stato assegnato nei giorni precedenti. Usando fionde che lanciano proiettili da una libbra e con pali disposti sulle difese, atterrirono i Galli e li respinsero. Le tenebre impedivano la vista, ma gravi erano le perdite in entrambi gli schieramenti. Le macchine da lancio scagliarono nugoli di frecce. Ma i luogotenenti Marco Antonio e Gaio Trebonico, cui era toccata la difesa di questi settori, chiamavano rinforzi dalle ridotte più lontane e li mandavano nelle zone dove capivano che i nostri si trovavano in difficoltà.

82 – Finché i Galli erano abbastanza distanti dalle nostre fortificazioni, avevano un certo vantaggio, per il nugolo di frecce da loro lanciate; una volta avvicinatisi, invece, si infilzavano, senza vederli, negli stimoli o cadevano nelle fosse rimanendo trafitti oppure venivano uccisi dai pesanti giavellotti scagliati dal vallo e dalle torri. In tutti i settori subirono parecchie perdite e non riuscirono a far breccia in nessun punto; all’approssimarsi dell’alba cominciarono a temere, mediante una sortita dei nostri dall’accampamento più alto, un accerchiamento dal fianco scoperto e ripiegarono. Gli assediati, intenti a spingere in avanti le macchine da guerra preparate da Vercingetorige per la sortita e a riempire le prime fosse, impiegando più del tempo previsto, vennero a sapere che i loro si erano ritirati prima di aver raggiunto le nostre difese. Così, senza aver concluso nulla, rientrano in città.

83 – I Galli, respinti due volte con gravi perdite, si consultarono sul da farsi. Convocarono gente pratica della zona. Appresero da essi com’era disposto e fortificato il nostro accampamento superiore. A settentrione sorgeva un colle che, per la sua estensione, i nostri non avevano potuto comprendere entro la linea fortificata: erano stati costretti a porre il campo in una posizione quasi sfavorevole, in leggero declivio. Il campo era occupato dai luogotenenti Gaio Antistio Regino e Gaio Caninio Rebilo con due legioni. Informati dagli esploratori circa la disposizione dei luoghi, i comandanti nemici scelsero sessantamila soldati tra tutte le nazioni ritenute più valorose. In segreto misero a punto il piano e le modalità d’azione. Fissarono l’ora dell’attacco verso mezzogiorno. Il comando di queste truppe venne affidato all’arverno Vercassivellauno, uno dei quattro capi supremi, parente di Vercingetorige. Egli uscì dal campo dopo le sei di sera; giunto quasi a destinazione poco prima dell’alba, si nascose dietro il monte e ordinò ai soldati di riposarsi dopo la fatica della marcia notturna. Quando ormai sembrava avvicinarsi mezzogiorno, puntò verso l’accampamento di cui abbiamo parlato. Contemporaneamente la cavalleria cominciò ad accostarsi alle nostre fortificazioni di pianura e le truppe rimanenti comparvero davanti al loro campo.

84 – Vercingetorige vide i suoi dalla rocca di Alesia ed uscì dalla città. Portò graticci, pertiche, ripari, falci e ogni altra arma preparata per la sortita. Si combatté contemporaneamente in ogni zona e con ogni mezzo; tutte le nostre difese vennero attaccate: dove sembravano meno salde, là i nemici accorrevano. Le truppe romane furono costrette a dividersi per l’estensione delle linee, né fu facile respingere gli attacchi sferrati contemporaneamente in più punti. Il clamore che si alzò alle spalle dei nostri, mentre combattevano, contribuì molto a seminare il panico, poiché capivano che la loro vita era legata al valore degli altri. È normale, infatti, che i pericoli che non si hanno dinnanzi agli occhi sconvolgano con maggiore intensità le menti degli uomini.

85 – Cesare, trovato un punto di osservazione adatto, vide cosa stava accadendo in ciascun settore e inviò aiuti a chi era in difficoltà. I due eserciti sentivano che quello era il momento decisivo, in cui occorreva lottare allo spasimo: i Galli, se non avessero forzato la nostra linea fortificata, perdevano ogni speranza di salvezza; i Romani, con una vittoria, si attendevano la fine di tutti i loro travagli. La battaglia era più aspra lungo le fortificazioni sul colle, dove, come abbiamo detto, era stato inviato Vercassivellauno. La posizione sfavorevole dei nostri, in pendenza, aveva un peso determinante. Fra i Galli, alcuni scagliavano dardi, altri formavano la testuggine e avanzavano. Forze fresche davano il cambio a chi era stanco. Tutti quanti gettarono sulle difese molta terra, che permise ai Galli la scalata e ricoprì le insidie nascoste nel terreno dai Romani. Ai nostri, ormai, mancavano le armi e le forze.

86 – Quando lo venne a sapere, a rinforzo di chi si trovava in difficoltà Cesare inviò Labieno con sei coorti. Gli ordinò, se non riusciva a respingere l’attacco, di portar fuori le coorti e di tentare una sortita, ma solo in caso di estrema necessità. Dal canto suo, raggiunse gli altri, li esortò a non cedere, spiegò che in quel giorno, in quell’ora era riposto ogni frutto delle battaglie precedenti. I nemici sul fronte interno, disperando di poter forzare le difese di pianura, salde com’erano, attaccarono i dirupi, cercando di scalarli: sulla sommità ammassano tutte le armi approntate. Con nugoli di frecce scacciarono i nostri difensori dalle torri, riempirono le fosse con terra e fascine, spezzarono il vallo e il parapetto con le falci.

87 – Dapprima Cesare inviò il giovane Bruto con alcune coorti, poi il luogotenente Gaio Fabio con altre. Alla fine egli stesso, mentre si combatteva sempre più aspramente, recò in aiuto forze fresche. Capovolte le sorti dello scontro e respinti i nemici, si diresse dove aveva inviato Labieno. Prelevò quattro coorti dalla ridotta più vicina e ordinò che parte della cavalleria lo seguisse, e all’altra parte di aggirare le difese esterne e attaccare il nemico alle spalle. Poiché né i terrapieni, né i fossati valevano a contenere l’impeto dei nemici, Labieno radunò trentanove coorti, che la sorte gli permise di raccogliere dalle ridotte più vicine. Quindi, inviò a Cesare messaggeri per informarlo delle sue intenzioni.

88 – Saputo dell’arrivo di Cesare, per via del colore del mantello che di solito indossava in battaglia, e scorti gli squadroni di cavalleria e le coorti che avevano l’ordine di seguirlo, i nemici, dominando dall’alto i declivi e i pendii dove Cesare transitava, sferrarono l’attacco. Entrambi gli eserciti levarono alte grida, mentre un grande clamore rispose dal vallo e da tutte le fortificazioni. I nostri lasciarono da parte i giavellotti e misero mano alle spade. All’improvviso comparve la cavalleria dietro i nemici. Altre coorti stavano accorrendo: i Galli voltarono le spalle. I cavalieri affrontarono gli avversari in fuga. Avvenne una strage. Sedullo, comandante e principe dei Lemovici aremorici, cadde; l’arverno Vercassivellauno fu catturato vivo, mentre tentava la fuga; a Cesare vennero portate settantaquattro insegne militari; di tanti che erano, solo pochi nemici raggiunsero salvi l’accampamento. Dalla città videro il massacro e la ritirata dei loro: persa ogni speranza di salvezza, richiamarono le truppe dalle fortificazioni. Appena udirono il segnale di ritirata, i Galli fuggirono dall’accampamento. E se i nostri soldati non fossero stati stremati per le continue azioni di soccorso e per la fatica di tutta la giornata, avrebbero potuto annientare le truppe avversarie. Verso mezzanotte la cavalleria si mosse all’inseguimento della retroguardia nemica: molti vennero catturati e uccisi; gli altri, proseguendo la fuga, raggiunsero i rispettivi popoli.

89 – Il giorno seguente, Vercingetorige convocò l’assemblea e spiegò che quella guerra l’aveva intrapresa non per proprio interesse, ma per la libertà comune. E giacché si doveva cedere alla sorte, egli si rimetteva ai Galli, pronto a qualsiasi loro decisione: sia che volessero ingraziarsi i Romani con la sua morte o che volessero consegnarlo vivo. A tale proposito venne inviata una legazione a Cesare, che pretese la resa delle armi e la consegna dei capi dei vari popoli. Prese posto in persona sulle fortificazioni, dinnanzi all’accampamento; là gli vennero condotti i comandanti dei galli. Vercingetorige fu consegnato e le armi furono gettate ai suoi piedi. Ad eccezione degli Edui e degli Arverni – che tutelò nella speranza di poter riguadagnare, tramite loro, le altre genti – Cesare distribuì, come bottino di guerra, i prigionieri dei rimanenti popoli a tutto l’esercito, uno per ogni soldato.

90 – Terminate le operazioni, partì verso le terre degli Edui e accettò la resa del loro popolo. Qui lo raggiunsero gli emissari degli Arverni che promisero obbedienza: ordinò la consegna di un gran numero di ostaggi. Inviò le legioni ai campi invernali. Restituì agli Edui e agli Arverni circa ventimila prigionieri. Ordinò a Tito Labieno di recarsi nella regione dei Sequani con due legioni e la cavalleria e pose ai suoi ordini Marco Sempronio Rutilo. Alloggiò i luogotenenti Gaio Fabio e Lucio Minucio Basilo con due legioni nei territori dei Remi, per proteggerli da eventuali attacchi dei Bellovaci. Manda Gaio Antistio Regino tra gli Ambivareti, Tito Sestio presso i Biturigi, Gaio Caninio Rebilo tra i Ruteni, ciascuno alla testa di una legione. Pone Quinto Tullio Cicerone e Publio Sulpicio a Cavillono e Matiscone, lungo l’Arar, nelle terre degli Edui, incaricandoli di provvedere ai rifornimenti di grano. Dal canto suo, decise di svernare a Bibracte. Quando a Roma si ebbe notizia dell’accaduto da una lettera di Cesare, gli vennero tributati venti giorni di feste solenni di ringraziamento.

LIBRO OTTAVO

Costretto dalle tue assidue esortazioni, Balbo, visto che il mio quotidiano rifiuto non sembrava giustificato dalla difficoltà, ma volto a scusare l’inerzia, ho assunto un compito davvero difficile. I commentari del nostro Cesare sulle sue imprese in Gallia, dal momento che non combaciano con i successivi, li ho collegati ai suoi agli altri; inoltre, l’ultima opera, da lui lasciata incompiuta, l’ho terminata a partire dalle imprese alessandrine per arrivare non dico al termine della guerra civile – della quale non s’intravede minimamente la fine – quanto della vita di Cesare. Spero che i lettori possano comprendere quanto malvolentieri mi sia assunto il compito di farmene carico, per essere con più facilità assolto dall’accusa di leggerezza e arroganza, per avere inserito tra gli scritti di Cesare i miei. Tutti lo sanno: non c’è opera di altri autori che sia stata composta con altrettanta cura e che non sia superata dall’eleganza di questi commentari. Furono pubblicati perché agli storici non mancasse la conoscenza di imprese così grandi; ma tutti ne riconobbero il valore, al punto che sembrava preclusa, e non offerta, la possibilità di narrarle. In tal senso, comunque, la nostra ammirazione supera quella degli altri, perché tutti ne vedono la bellezza e la perfezione stilistica, ma noi sappiamo anche con quale facilità e rapidità egli li abbia composti. Cesare, infatti, aveva sia una straordinaria disposizione ed eleganza nello scrivere, sia un’autentica capacità di illustrare i suoi disegni. Io non ho partecipato direttamente alla guerra alessandrina e africana; sebbene in parte esse mi siano note per bocca di Cesare, tuttavia un conto è udire i fatti che ci colpiscono per la loro singolarità o che ci riempiono d’ammirazione, un altro è esporre gli avvenimenti per testimonianza diretta. Ma proprio mentre cerco ogni motivo di scusa per non essere accostato a Cesare, incorro nell’accusa di arroganza, per aver pensato che qualcuno possa paragonarmi a lui. Stammi bene.

1 – Piegata tutta la Gallia, Cesare, che dall’estate precedente non aveva mai cessato di combattere, voleva concedere, dopo tante fatiche, un po’ di riposo ai soldati negli accampamenti invernali. Giunse, però, la notizia che molte nazioni contemporaneamente rinnovavano i piani di guerra e stringevano alleanze. La spiegazione per tali iniziative era, verosimilmente, che tutti i Galli ben sapevano che nessun esercito concentrato in un solo luogo poteva resistere ai Romani, mentre, se più popoli, nello stesso istante, li avessero attaccati su diversi fronti, l’esercito del popolo romano non avrebbe avuto appoggi, tempo, truppe sufficienti per fronteggiare tutti. Nessuna nazione dunque  doveva sottrarsi al destino d’un rovescio, se, impegnando i Romani, avesse permesso agli altri di riacquistare la libertà.

2 – Per evitare che le aspettative dei Galli si rafforzasssero, Cesare affidò al questore Marco Antonio il comando dei suoi quartieri d’inverno; quindi, la vigilia delle calende di gennaio, con una scorta di cavalieri, partì da Bibracte verso la tredicesima legione, da lui stanziata nei territori dei Biturigi, non lontano dai confini Edui. Alla tredicesima unì l’undicesima legione, che era la più vicina. Lasciate due coorti a guardia delle salmerie, guidò il resto dell’esercito nelle fertilissime campagne dei Biturigi. Quest’ultimi avevano vasti territori e molte città, per cui la presenza di una sola legione nei campi invernali non era valsa a impedire i preparativi di guerra e i patti di alleanza.

3 – Al repentino arrivo di Cesare accadde l’inevitabile per gente colta alla sprovvista e dispersa: mentre i nemici, senza timore alcuno, attendevano ai lavori nei campi, vennero sopraffatti dalla cavalleria prima di potersi rifugiare nelle città. Infatti, per proibizione di Cesare, era stato eliminato anche l’indizio più comune di un’incursione nemica, ovvero il fuoco appiccato agli edifici, sia perché in caso di ulteriore avanzata non venissero a mancare foraggio e grano, sia perché i nemici non fossero messi in allarme dagli incendi stessi. Dopo la cattura di molte migliaia di uomini, chi tra i Biturigi, in preda alla paura, era riuscito a sfuggire al primo attacco dei Romani, era riparato presso i popoli confinanti, fidando o in vincoli personali d’ospitalità oppure nell’alleanza comune. Tutto fu vano: a marce forzate Cesare giunse ovunque e non lasciò a nessun popolo il tempo di pensare alla salvezza altrui più che alla propria. Con la rapidità della sua azione teneva a freno gli alleati fedeli, con il terrore costringeva alla pace i dubbiosi. Di fronte a tale situazione, i Biturigi, vedendo che la clemenza di Cesare lasciava spazio per un ritorno all’alleanza con lui e che i popoli limitrofi non avevano subito pena alcuna, ma dietro la consegna di ostaggi erano stati accolti sotto la sua protezione, ne seguirono l’esempio.

4 – Ai soldati, che avevano senza sosta condotto le operazioni con straordinario impegno anche nelle giornate invernali, lungo strade davvero disagevoli e con un freddo insopportabile, come premio a titolo di bottino Cesare promise, per le tante fatiche e sopportazioni, duecento sesterzi a testa, e ai centurioni mille. Inviò le legioni ai quartieri d’inverno e ritornò a Bibracte dopo quaranta giorni. Mentre vi amministrava la giustizia, i Biturigi gli inviarono dei delegati per chiedergli aiuto contro i Carnuti, lamentando attacchi da parte loro. Appena ne fu informato, dopo aver sostato nei campi invernali non più di diciotto giorni, richiamò la diciottesima legione e la sesta dagli accampamenti sulla Saona, dove erano state dislocate per occuparsi del vettovagliamento, come si è detto nel libro precedente. Così, con due legioni partì all’inseguimento dei Carnuti.

5 – Quando la notizia di truppe in movimento giunse ai nemici, i Carnuti, ammaestrati dalle sciagure altrui, abbandonano i villaggi e le città in cui abitavano dopo aver frettolosamente allestito piccole costruzioni per ripararsi dall’inverno (infatti, in seguito alla recente sconfitta avevano perduto parecchie città) e fuggono sbandati. Cesare non volle che i soldati affrontassero le bufere che, specialmente in quella stagione stagione, scoppiano molto volente. Pose il campo in una città dei Carnuti, Cenabo, ammassò parte dei soldati nelle case dei Galli, parte in capanne approntate gettando alla svelta paglia sulle tende. Tuttavia, mandò i cavalieri e i fanti ausiliari in tutte le direzioni in cui si diceva che si fossero mossi i nemici. E non invano: i nostri, infatti, rientrano per lo più con un ricco bottino. I Carnuti si trovarono premuti dalle difficoltà dell’inverno e atterriti dal pericolo; cacciati dalle loro case, non osavano fermarsi stabilmente in nessun luogo, né potevano sfruttare il riparo delle selve per l’inclemenza della stagione. Divisi, persero gran parte dei loro e si sparpagliarono presso le popolazioni vicine.

6 – Cesare, in quella stagione dell’anno davvero ostile, riteneva di aver fatto a sufficienza al fine di disperdere le forze nemiche che si stavano concentrando e per prevenire l’inizio di una guerra, ed era convinto, per quanto si poteva ragionevolmente supporre, che nessun grave conflitto potesse scoppiare fino all’estate. Allora, alloggiò a Cenabo, nei quartieri d’inverno, Gaio Trebonio alla testa delle due legioni che aveva con sé. I Remi, poi, con frequenti ambascerie, lo informarono che i Bellovaci, superiori a tutti i Galli e ai Belgi quanto a gloria militare, insieme ai popoli limitrofi, sotto il comando del bellovaco Correo e dell’atrebate Commio, radunavano delle truppe e le concentravano in un solo luogo, per attaccare in massa le terre dei Suessioni, vassalli dei Remi. Che alleati degni della riconoscenza della Repubblica non subissero  torto alcuno, Cesare la ritenne questione riguardante non solo la sua dignità, ma anche la sua sicurezza. Perciò, richiamò nuovamente dal campo invernale l’undicesima legione, avvertì con una lettera Gaio Fabio di guidare nei territori dei Suessioni le due legioni che aveva ai suoi ordini; a Labieno richiese una delle due legioni di cui disponeva. Così, conciliando le necessità dei campi invernali e le esigenze del conflitto, alternava fra le legioni l’onere delle spedizioni, ma non concedeva mai riposo a se stesso.

7 – Riunite queste truppe, puntò sui Bellovaci, stabilì il campo nei loro territori e mandò ovunque squadroni di cavalleria per catturare prigionieri, che lo avrebbero messo al corrente dei piani nemici. I cavalieri, eseguito l’ordine, riferirono di aver trovato solo pochi nemici in case isolate, ma non si trattava di gente rimasta a coltivare i campi (tutte le zone, infatti, erano state scrupolosamente evacuate), bensì di osservatori rispediti a sorvegliare le nostre mosse. Avendo chiesto ai prigionieri dove si trovava il grosso dei Bellovaci e quali ne fossero i disegni, Cesare ricevette le seguenti indicazioni: tutti i Bellovaci in grado di portare armi si erano radunati in un solo luogo, come pure gli Ambiani, gli Aulerci, i Caleti, i Veliocassi, gli Atrebati; avevano scelto per l’accampamento una località in alto, in una selva circondata da una palude e avevano ammassato tutti i bagagli nei boschi alle spalle. Parecchi erano i capi, fautori della guerra, ma la massa obbediva in particolare a Correo, in quanto era noto il suo odio mortale per il nome del popolo romano. Pochi giorni prima, l’atrebate Commio si era allontanato dal campo in cerca di rinforzi presso i Germani, che erano vicini e di numero sterminato. Poi, i Bellovaci, col consenso di tutti i capi e con grandissimo entusiasmo del popolo, avevano deciso di dare battaglia, se davvero Cesare fosse giunto con tre legioni, come si diceva; in tal modo, non sarebbero stati costretti, in seguito, a lottare contro tutto l’esercito in condizioni più difficili e ardue; se, invece, Cesare avesse condotto con sé truppe più numerose, avevano stabilito di attestarsi nella posizione prescelta e di impedire ai Romani, mediante imboscate, la raccolta di foraggio (che non solo scarseggiava, ma era anche disperso qua e là per via della stagione), nonché di grano e di altri viveri.

8 – Quando da diverse e concordi fonti conobbe il piano nemico, giudicò molto accorti i propositi dei barbari e ben lontani dalla loro solita avventatezza. Decise pertanto di sfruttare ogni mezzo per indurre gli avversari a scendere in campo al più presto, per disprezzo dell’esiguo numero delle sue truppe. Aveva con sé, infatti, le legioni più anziane, la settima, l’ottava, la nona, straordinarie per valore, nonché una legione, l’undicesima, che dava grandi speranze e composta da giovani scelti, che già da otto anni riceveva la paga, ma, a confronto delle altre, non si era ancora guadagnata la stessa fama di provato valore. Così, convocato il consiglio di guerra, espose tutte le notizie che gli erano state riferite e rafforzò il coraggio delle truppe. Per attirare i nemici a battaglia, illudendoli di avere di fronte tre legioni, fissò l’ordine di marcia come segue: la settima, l’ottava e la nona legione dovevano procedere in testa, seguite dalla colonna delle salmerie, poco numerose ovviamente, come succede di solito nelle spedizioni; l’undicesima doveva costituire la coda, per non mostrare ai nemici una consistenza numerica superiore a quanto essi sperassero. Con tale schieramento, formando in pratica il quadrato, arrivò con i suoi in vista dei nemici più presto di quanto essi pensassero.

9 – Non appena videro all’improvviso le nostre legioni, schierate a battaglia, avanzare con passo deciso, i Galli, dei quali erano stati riferiti a Cesare i propositi baldanzosi, schierarono le truppe davanti all’accampamento e non scesero dalle alture, forse per evitare i rischi dello scontro o per la sorpresa del nostro arrivo repentino oppure in attesa delle nostre mosse. Cesare, per quanto prima avesse desiderato il combattimento, colpito ora dalla massa degli avversari, piazzò il campo davanti a quello nemico, con in mezzo una valle più profonda che larga. Ordinò di fortificarlo con un vallo di dodici piedi e di aggiungervi un piccolo parapetto di altezza proporzionata; fece scavare una coppia di fosse di quindici piedi a pareti verticali, ed erigere parecchie torri a tre piani, raccordate mediante ponti coperti e protetti verso l’esterno da un parapetto di graticcio. Così, la difesa era assicurata da una coppia di fosse e da un duplice ordine di combattenti: il primo ordine, dai ponti, più sicuro per via dell’altezza, poteva scagliare le frecce con maggior audacia e più lontano; l’altro, situato più vicino al nemico, proprio sul vallo, grazie ai ponti stessi era protetto dalla pioggia di dardi. Dotò di battenti le porte e le affiancò con torri più alte.

10 – Lo scopo di tale fortificazione era duplice. Sperava, appunto, che la mole dei lavori e la sua simulata paura infondessero fiducia ai barbari; inoltre, vedeva che, grazie appunto alle opere di fortificazione, era possibile difendere il campo anche con pochi uomini, quando occorreva allontanarsi troppo in cerca di foraggio e di grano. Frattanto, piccoli gruppi dei due eserciti davano luogo a frequenti scaramucce tra gli accampamenti, che pure erano separati da una palude. Talvolta, comunque, o le nostre truppe ausiliarie, Galli e Germani, attraversavano la palude e incalzavano con maggior vigore i nemici, o erano i barbari, a loro volta, a superarla e a ricacciare i nostri, costringendoli al ripiegamento. Poi, durante le quotidiane spedizioni in cerca di foraggio, accadeva l’inevitabile, dato che la ricerca avveniva per casolari sparsi e isolati: i nostri soldati, disuniti, venivano circondati in zone difficilmente praticabili. Il che ci procurava solo la perdita di pochi animali e servi, ma alimentava gli stolti pensieri dei barbari; tanto più che Commio, partito per chiedere aiuti ai Germani, come s’è già detto, era rientrato con un contingente di cavalieri. Non erano più di cinquecento, tuttavia l’arrivo dei Germani esaltò i barbari.

11 – Cesare, constatato che ormai da parecchi giorni il nemico si teneva nell’accampamento, difeso dalla palude e dalla conformazione naturale della zona, si era anche reso conto che non poteva né espugnare il loro campo senza un combattimento rovinoso, né circondarlo con opere d’assedio, a meno dell’impiego di truppe più ingenti. Allora inviò una lettera a Trebonio, ordinandogli di richiamare quanto prima la tredicesima legione – che svernava nelle terre dei Biturigi con il luogotenente Tito Sestio – e di raggiungerlo a tappe forzate con tre legioni. Frattanto, ai cavalieri dei Remi, dei Lingoni e degli altri popoli, che aveva richiamato in gran numero, diede l’incombenza di scortare a turno i nostri in cerca di foraggio, per proteggerli da improvvisi attacchi dei nemici.

12 – Queste cose accadevano  ogni giorno, e ormai le precauzioni diminuivano per via dell’abitudine, come spesso accade quando si ripetono le stesse azioni. I Bellovaci, una volta conosciuti i punti dove stazionavano quotidianamente i nostri cavalieri, con un gruppo scelto di fanti prepararono un agguato in una zona ricca di vegetazione. Lì inviarono, il giorno seguente, dei cavalieri, che dovevano attirare i nostri nel bosco, dove poi i fanti appostati li avrebbero circondati e assaliti. La mala sorte toccò ai Remi, i quali per turno erano quel giorno in servizio di scorta. Quando all’improvviso videro i cavalieri nemici, i nostri, sentendosi superiori per numero, disprezzarono le forze avversarie: si gettarono all’inseguimento e vennero circondati dai fanti. L’accaduto li scosse profondamente e, più rapidamente di quanto non comporti di solito un combattimento di cavalleria, si ritirarono; ma persero Vertisco, il principe del loro popolo e comandante della cavalleria, persona ormai anziana, a stento in grado di cavalcare, che però, com’è costume dei Galli, non aveva accampato la scusa dell’età al momento di rivestire il comando, né aveva voluto che si lottasse senza di lui. Il successo nello scontro esaltò e accense lo spirito dei nemici, vista anche l’uccisione del principe e comandante dei Remi, mentre la sconfitta insegnò ai nostri a disporre i posti di guardia dopo aver esplorato con più attenzione i luoghi e ad inseguire con maggior criterio il nemico in fuga.

13 – Frattanto, non avevano tregua le scaramucce quotidiane ben visibili dai due accampamenti, nei pressi dei guadi e dei passaggi della palude. In una di esse i Germani, che Cesare aveva portato al di qua del Reno perché combattessero frammischiati ai cavalieri, varcarono tutti la palude con molta decisione, uccisero i pochi che tentavano la resistenza e inseguirono piuttosto caparbiamente gli altri, seminando il panico non solo in chi era pressato da vicino o veniva colpito da distante, ma anche tra i rincalzi, che stazionavano più lontano, come al solito. Fu una rotta vergognosa: scalzati, via via, dalle posizioni dominanti, non si fermarono finché non trovarono riparo nel loro accampamento; altri, in preda alla vergogna, proseguirono la fuga anche oltre il campo. Il pericolo corso sconvolse l’intero esercito nemico, al punto che diveniva difficile stabilire se i Galli fossero più disposti alla presunzione per insignificanti vittorie oppure più inclini alla paura per mediocri insuccessi.

14 – Dopo aver trascorso parecchi giorni sempre nell’accampamento, i capi dei Bellovaci, quando vennero a sapere che il luogotenente Gaio Trebonio si stava avvicinando con le legioni, nel timore di un assedio come ad Alesia, fecero allontanare di notte le persone inutili troppo anziane o deboli o prive di armi; con loro mandarono tutti i bagagli. Mentre stavano formando questa colonna di gente ancora confusa e disordinata – un gran numero di carri, infatti, segue di solito i Galli anche negli spostamenti brevi – vennero sorpresi dal sorgere del sole. Allora schierano le truppe davanti al loro accampamento, per impedire ai Romani l’inizio dell’inseguimento prima che la colonna dei bagagli si fosse allontanata abbastanza. Cesare, visto il pendio così erto, non giudicò opportuno attaccare i nemici pronti alla difesa e decise invece di far avanzare le legioni di quel tanto, che impedisse ai barbari di muoversi dalla loro posizione senza rischi, data la minacciosa presenza dei nostri. Poi notò che i due accampamenti erano sì divisi da una palude impraticabile – un ostacolo in grado di frenare la rapidità dell’inseguimento – ma che una catena di colli, al di là della palude, raggiungeva quasi il campo nemico e ne era separata solo da una piccola valle. Allora, gettò dei ponti sulla palude, la varcò con le legioni e giunse rapidamente su una spianata in cima ai colli, protetta su entrambi i lati da scoscesi pendii. Qui ricompose le legioni e marciò fino all’estremità della spianata, dove formò la linea di battaglia. Da lì, i proiettili scagliati dalle catapulte potevano piovere sui nemici disposti in formazione a cuneo.

15 – I barbari, forti della posizione, non avrebbero rifiutato lo scontro, se i Romani avessero tentato un attacco al colle; ma non potevano inviare soldati in piccoli gruppi, per evitare che si scoraggiassero, una volta sparpagliati; perciò mantennero la stessa formazione. Cesare, di fronte alla loro pervicacia, lasciò pronto un distaccamento di venti coorti e, tracciato il campo, ordinò di fortificarlo. Terminati i lavori, schierò le legioni, le dispose – in pieno assetto di guerra – davanti al vallo e piazzò di guardia i cavalieri con i loro cavalli tenuti a briglia. I Bellovaci, vedendo i Romani pronti all’inseguimento e non potendo né pernottare, né rimanere più a lungo in quel luogo senza correre pericoli, decisero la ritirata con il seguente stratagemma: le fascine di paglia e frasche su cui sedevano – i Galli, infatti, sono soliti sedere sul campo di battaglia, come è spiegato nei precedenti commentari di Cesare – e che abbondavano nel loro accampamento, se le passarono di mano in mano e le posero davanti alla loro linea. Quando il giorno stava per volgere al termine, contemporaneamente, ad un segnale stabilito, le incendiano. Così, un muro di fiamme, all’improvviso, coprì ai Romani la vista di tutte le truppe nemiche. E subito i barbari ripiegarono con grandissima rapidità.

16 – Cesare, anche se non aveva potuto vedere la ritirata dei nemici per le fiamme che gli si paravano dinnanzi, sospettava comunque che lo stratagemma servisse ad una fuga. Perciò, fece avanzare le legioni e lanciò all’inseguimento gli squadroni di cavalleria. Temendo, però, un’imboscata, nel caso che i nemici fossero rimasti nella loro posizione e cercassero solo di attirare i nostri in una zona svantaggiosa, avanzò con una certa lentezza. I cavalieri non osavano spingersi nella densissima cortina di fumo e di fiamme; se qualcuno vi era entrato per l’eccessivo slancio, vedeva a stento la testa del proprio cavallo; temendo, dunque, un agguato, lasciarono che i Bellovaci si ritirassero senza difficoltà. Così, dopo una fuga dettata dal timore, ma al contempo piena di astuzia, senza aver subito alcuna perdita, i nemici procedettero per non più di dieci miglia e si attestarono in una zona ben munita. Da lì, appostandosi di continuo in agguato con i cavalieri e i fanti, infliggevano gravi perdite ai Romani in cerca di foraggio.

17 – Mentre gli agguati si facevano sempre più frequenti, da Cesare venne a sapere un prigioniero che Correo, il capo dei Bellovaci, aveva scelto seimila fanti tra i più forti e mille cavalieri tra il numero totale, per tendere una trappola nella zona in cui presumeva che si sarebbero spinti i Romani, vista l’abbondanza di grano e foraggio. Avvertito del piano, Cesare guidò fuori dal campo più legioni del solito e mandò in avanti la cavalleria, che, come di consueto, scortava i soldati in cerca di foraggio. Inserì tra i cavalieri contingenti di ausiliari armati alla leggera, mentre egli si avvicinò il più possibile con le legioni.

18 – I nemici, in agguato, dopo aver scelto una pianura non più ampia di un miglio in tutte le direzioni, circondata su ogni lato da selve o da un fiume inguadabile, si erano disposti tutt’attorno, per accalappiare la preda. I nostri, al corrente delle intenzioni nemiche, erano pronti alla lotta sia con le armi, sia nell’animo, e visto l’arrivo imminente delle legioni, non avrebbero rinunciato a nessun tipo di scontro: sul luogo dell’imboscata giunsero squadrone dopo squadrone. Al loro arrivo, Correo pensò che gli si offrisse l’occasione di agire: balzò fuori con pochissimi uomini e attaccò i primi squadroni. I nostri resistettero saldamente all’assalto, non si ammassarono in un sol luogo, cosa che, quando si verifica negli scontri di cavalleria per un senso di paura, determina un grave danno a se stessi proprio per il numero dei soldati.

19 – I nostri, divisi in squadroni, si impegnavano a turno e in ordine sparso, senza permettere che il nemico aggirasse dai fianchi la fanteria. Ed ecco che, mentre Correo combatteva, altri rincalzi eruppero dalle selve. Si scatenarono accese mischie qua e là. Mentre la lotta si protraeva incerta, a poco a poco dalle selve avanzò a ranghi serrati il grosso della fanteria nemica, che costrinse alla ritirata i nostri cavalieri. In loro soccorso intervenne rapidamente la nostra fanteria leggera, che, come s’è già spiegato, precedeva le legioni: dopo essersi mescolata ai nostri squadroni di cavalleria affrontò con fermezza gli avversari. Per un certo tratto ci si batté con pari ardore; poi, conformemente ad una legge dei fatti d’arme, chi aveva resistito ai primi assalti dell’imboscata, ebbe la meglio, proprio perché non aveva subito lo svantaggio della sorpresa. Nel frattempo, le legioni si avvicinavano e pervenivano, di continuo, ai nostri e ai nemici notizie sull’arrivo del comandante alla testa dell’esercito in assetto di guerra. Di conseguenza, i nostri, rassicurati dal sostegno delle coorti, moltiplicarono gli sforzi per non dover dividere l’onore del successo con le legioni, nel caso in cui la battaglia fosse andata troppo per le lunghe. I nemici si persero d’animo e cercarono da ogni parte vie di salvezza. Invano: vennero intrappolati dalle stesse difficoltà dei luoghi in cui avevano voluto rinserrare i Romani. Vinti e travolti, dopo aver perso il grosso delle truppe, scapparono in preda al terrore, dirigendosi verso le selve o verso il fiume, ma tutti i fuggiaschi vennero massacrati dai nostri che li inseguivano con accanimento. Al contempo nessuna traversia piegò Correo: né si risolse a lasciare la mischia e a cercar riparo nelle selve, né acconsentì alla resa, che pure i nostri gli offrivano. Anzi, combatté con estremo valore e ferì parecchi dei nostri, tanto che i vincitori, pieni d’ira, furono costretti a bersagliarlo di frecce.

20 – Conclusasi così l’operazione, Cesare sopraggiunse mentre erano ancora freschi i segni della battaglia e pensò che i nemici, alla notizia di una tale disfatta, avrebbero spostato il campo, non distante – a quanto si diceva – oltre le otto miglia, più o meno, dal luogo della strage; perciò, nonostante il serio ostacolo rappresentato dal fiume, lo varcò con l’esercito e avanzò. I Bellovaci e gli altri popoli, intanto, accoglievano i fuggiaschi, pochi e per di più feriti, che avevano evitato il peggio grazie alle boscaglie: appresero che lo scontro era stato una catastrofe, Correo era morto, la cavalleria e i fanti più valorosi annientati. Convinti che i Romani sarebbero ben presto sopraggiunti, al suono delle trombe radunarono rapidamente l’assemblea e chiesero a gran voce di inviare a Cesare ambasciatori ed ostaggi.

21 – Poiché tutti approvarono la proposta, l’atrebate Commio riparò presso le genti germaniche da cui aveva ricevuto rinforzi per la guerra in corso. Gli altri inviarono lì per lì un’ambasceria a Cesare e gli chiesero di accontentarsi, come punizione, dei danni che avevano subito: non l’avrebbe certo mai riservata, nella sua clemenza e umanità, neppure ad un nemic con le forze intatte, se avesse potuto farlo senza colpo ferire; le forze di cavalleria dei Bellovaci erano state distrutte; avevano perduto la vita molte migliaia di fanti scelti e a stento si erano salvati i pochi che avevano dato la notizia della strage. Comunque, pur di fronte a una disfatta così grave, dalla battaglia i Bellovaci un vantaggio lo avevano conseguito: Correo, il fautore della guerra, l’agitatore della folla, era morto. Finché lui era in vita, infatti, il senato non aveva mai avuto tanto potere, quanto la plebe ignorante.

22 – Agli emissari che così lo pregavano, Cesare ricordò che nello stesso periodo, l’anno precedente, i Bellovaci e gli altri popoli della Gallia avevano intrapreso la guerra; ma proprio loro, più di tutti, erano rimasti ostinatamente attaccati alla decisione, né la resa degli altri li aveva ricondotti alla ragione. Sapeva e capiva che era assai facile attribuire ai morti la colpa dell’accaduto. Nessuno, però, è così potente da poter provocare e sostenere guerre con il solo e fragile appoggio della plebe, se incontra l’ostilità dei nobili, la resistenza del senato e l’opposizione della gente onesta. Tuttavia, si sarebbe accontentato del castigo che si erano attirati da soli.

23 – La notte successiva, gli ambasciatori riferirono ai loro connazionali la risposta di Cesare e si radunarono gli ostaggi. Accorsero da Cesare anche le delegazioni degli altri popoli, che stavano a vedere quale sorte sarebbe stata riservata ai Bellovaci. Consegnarono ostaggi, obbedirono agli ordini, tutti ad eccezione di Commio, cui la paura gli impediva di mettere la propria vita nelle mani di chicchessia. L’anno precedente, infatti, mentre Cesare si trovava nella Gallia cisalpina per amministrare la giustizia, Tito Labieno, avendo saputo che Commio sobillava i popoli e promuoveva una coalizione contro Cesare, pensò di poter soffocare il tradimento del Gallo senza venire tacciato di slealtà. Ritenne che Commio non avrebbe risposto ad una sua convocazione all’accampamento; allora, per non renderlo più sospettoso con un tentativo del genere, inviò Gaio Voluseno Quadrato con il pretesto di avere un colloquio con lui, ma con lo scopo di eliminarlo. Per tale missine gli assegnò alcuni centurioni opportunamente scelti, adatti al compito. Quando l’abboccamento ebbe luogo e Voluseno, come erano d’accordo, afferrò la mano di Commio, il centurione designato, o perché turbato dal compito insolito o per il pronto intervento del seguito del Gallo, non riuscì a ucciderlo; tuttavia, con il primo colpo di spada lo ferì gravemente al capo. Le due parti sguainarono le spade, non tanto con l’intenzione di duellare, quanto di fuggire: i nostri convinti che la ferita di Commio fosse mortale, i Galli poiché avevano capito che si trattava di una trappola e temevano che le insidie non si limitassero a quanto avevano visto. Da allora, così almeno si diceva, Commio aveva deciso di non presentarsi mai più al cospetto di un romano.

24 – Dopo aver assoggettato le genti più bellicose, Cesare comprese che ormai nessun popolo preparava la guerra per resistergli e che, anzi, molti lasciavano le città e fuggivano dalle campagne per non sottostare al dominio in atto. Decise, perciò, di inviare l’esercito in diverse zone del paese. Unì a sé il questore Marco Antonio con la dodicesima legione. Con venticinque coorti mandò il luogotenente Gaio Fabio al capo opposto della Gallia, poiché gli giungeva notizia che là alcuni popoli erano in armi e stimava insufficiente il presidio delle due legioni agli ordini del luogotenente Gaio Caninio Rebilo, che si trovava nella zona. Richiamò a sé Tito Labieno; la quindicesima legione, che aveva svernato con Labieno, la spedì nella Gallia romana a difesa delle colonie dei cittadini romani; lo scopo era di evitare guai – dovuti alle scorrerie dei barbari – simili a quelli capitati l’estate precedente ai Tergestini, che erano stati sorpresi da un attacco improvviso e avevano visto saccheggiate le loro terre dagli Illiri. Dal canto suo, puntò verso le terre di Ambiorige per devastarle e fare razzie; disperando di ridurre in suo potere l’uomo – Ambiorige, atterrito, continuava a fuggire – stimava come cosa più confacente al proprio prestigio devastarne i territori, con popolazione, case, bestiame: Ambiorige, odiato dai suoi, se la sorte ne avesse risparmiato qualcuno, non avrebbe potuto ritornare in patria, dopo le tante sciagure che aveva provocato.

25 – Dopo aver inviato in ogni angolo del paese di Ambiorige legioni o truppe ausiliarie e aver seminato la desolazione con stragi, incendi, rapine, dopo aver ucciso o catturato un gran numero di uomini, Cesare spedì Labieno con due legioni nelle terre dei Treveri. I Treveri, per la vicinanza con i Germani, erano abituati a far guerra tutti i giorni; per il loro grado di civiltà e la loro natura selvaggia non erano molto diversi dai Germani stessi e non ubbidivano mai agli ordini, se non costretti da un esercito.

26 – Nel frattempo, grazie a una lettera e ai messi inviati da Durazio – rimasto sempre fedele all’alleanza con i Romani, mentre una parte del suo popolo aveva defezionato – il legato Gaio Caninio, avvertito che un gran numero di nemici si era raccolto nelle terre dei Pictoni, si diresse alla città di Lemono. Era sul punto di raggiungerla, quando ricevette dai prigionieri informazioni più dettagliate: Dumnaco, capo degli Andi, alla testa di molte migliaia di uomini aveva stretto d’assedio Durazio a Lemono. Così, non osando arrischiare in uno scontro coi nemici le sue legioni, troppo deboli, stabilì il campo in una zona ben munita. Dumnaco, saputo dell’arrivo di Caninio, volse tutte le truppe contro le legioni e cominciò l’assalto all’accampamento dei Romani. Dopo aver speso diversi giorni nell’attacco, a prezzo di gravi perdite e senza riuscire a far breccia in nessun punto delle fortificazioni, Dumnaco tornò ad assediare Lemono.

27 – Nello stesso tempo il legato Gaio Fabio accettò la resa di parecchi popoli, la sancì mediante la consegna di ostaggi e venne avvisato di ciò che stava accadendo tra i Pictoni da una lettera di Caninio. A tale notizia, mosse in soccorso di Durazio. Appena lo informarono dell’arrivo di Fabio, Dumnaco disperò di potersi salvare, poiché avrebbe dovuto, ad un tempo, affrontare sia i Romani, sia i rinforzi esterni, nonché sorvegliare e temere gli abitanti di Lemono. Con rapidità, dunque, si ritirò con tutte le truppe e pensò di non poter essere abbastanza al sicuro, se non dopo aver condotto l’esercito oltre la Loira, un fiume che, per la sua imponenza, poteva essere varcato solo su un ponte. Fabio, prima ancora di avere avvistato i nemici e di essersi ricongiunto a Caninio, avvalendosi delle informazioni di chi conosceva la natura della zona, ritenne assai probabile che i nemici, atterriti, si sarebbero diretti là, dove effettivamente si stavano dirigendo. Così, con le sue truppe mosse verso lo stesso ponte e ordinò alla cavalleria di precedere l’esercito, ma ad una distanza di marcia tale, che le consentisse comunque il rientro nell’accampamento senza affaticare i cavalli. I nostri cavalieri, secondo gli ordini, si lanciarono all’inseguimento e si rovesciarono sulla colonna di Dumnaco: avendo aggredito i nemici, già in fuga e atterriti, mentre erano ancora in marcia e carichi di bagagli, ne uccisero molti e si impadronirono di un ricco bottino. Eseguita con successo la missione, rientrarono al campo.

28 – La notte successiva Fabio mandò in avanscoperta i cavalieri, pronti allo scontro e a ritardare la marcia di tutto l’esercito nemico fino all’arrivo di Fabio stesso. Affinché le cose procedessero secondo gli ordini, Quinto Azio Varo, prefetto della cavalleria, uomo di straordinario coraggio e senno, spronò i suoi e, dopo aver inseguito le schiere nemiche, dispose una parte degli squadroni in zone favorevoli, mentre con il resto attaccò battaglia. La cavalleria nemica si battè con particolare audacia, perché ad essa subentravano i fanti, che, piazzatisi lungo tutta la colonna, recavano aiuto ai propri cavalieri contro i nostri. Si accese un’aspra battaglia. I nostri, infatti, disprezzavano i nemici già sconfitti il giorno precedente e, ben sapendo che le legioni erano in arrivo, combattevano contro i fanti con straordinario ardore, sia per la vergogna di un’eventuale ritirata, sia per il desiderio di risolvere da soli la battaglia; i nemici, dal canto loro, in base all’esperienza del giorno precedente, credevano che non sarebbero giunte altre truppe romane e pensavano di avere trovato l’occasione per annientare la nostra cavalleria.

29 – La battaglia proseguiva già da un pezzo, violentissima. Dumnaco schierò in formazione i fanti, in modo che loro e i cavalieri potessero darsi reciproco aiuto. Ma ecco apparire, all’improvviso, le legioni a ranghi serrati. A tale vista gli squadroni nemici furono colti dal terrore, si diffuse il panico tra i fanti, lo scompiglio tra le salmerie: con alti clamori presero a correre qua e là, si diedero a una fuga disordinata. Allora i nostri cavalieri, che poco prima si erano battuti con estremo valore contro la resistenza degli avversari, trascinati dalla gioia per la vittoria, levarono alte grida da ogni parte e circondarono i nemici in rotta: finché i cavalli ebbero la forza di inseguire e le destre di tirar fendenti, seminarono morte. Così, dopo aver ucciso più di dodicimila nemici, che fossero in armi oppure che le avessero gettate per il panico, catturarono tutta la colonna delle salmerie.

30 – Si venne a sapere che, dopo quella fuga, il senone Drappete aveva raccolto non più di duemila fuggiaschi e puntava contro la provincia; costui, all’inizio dell’insurrezione in Gallia, aveva raccattato dovunque dei furfanti, spinto gli schiavi alla libertà, chiamato a sé gli esuli di tutte le genti, riuscendo poi, con razzie improvvise, a intercettare le salmerie e i rifornimenti dei Romani. Con lui aveva fatto causa comune il cadurco Lucterio, che all’inizio della rivolta della Gallia aveva tentato di attaccare la provincia, come sappiamo dal precedente commentario. Il legato Caninio, alla testa di due legioni, partì al loro inseguimento, per evitare il grande disonore che i danni o i timori nutriti dalla provincia per le scorrerie di un gruppo di criminali ricadesse su di noi.

31 – Gaio Fabio, con il resto delle truppe, si diresse verso i Carnuti e gli altri popoli, poiché sapeva che le loro truppe avevano registrato gravi perdite nella battaglia da lui combattuta contro Dumnaco. Era sicuro che, dopo la recente disfatta, sarebbero stati più remissivi; ma trascorso un certo periodo di tempo, avrebbero anche potuto riprendere la rivolta per istigazione dello stesso Dumnaco. In tale operazione Gaio Fabio agì con la più felice e rapida prontezza nel sottomettere i vari popoli. I Carnuti, che nonostante le ripetute sconfitte non avevano mai chiesto la pace, gli consegnarono ostaggi e si arresero; le altre genti, stanziate nelle regioni più lontane della Gallia, che si affacciano sull’Oceano e si chiamano aremoriche, indotte dal prestigio dei Carnuti, obbedirono agli ordini senza frapporre indugi, appena arrivò Gaio Fabio con le legioni. Dumnaco, cacciato dalle sue terre, fu costretto a vagare, solo e nascosto, e a dirigersi verso le regioni estreme della Gallia.

32 – Drappete e Lucterio, invece, appreso l’arrivo di Caninio e delle legioni, convinti di non poter entrare in provincia senza andar incontro ad una sicura disfatta – tanto più che li inseguiva l’esercito romano – e di non aver più la libera possibilità di spostarsi e di compiere razzie, si fermarono nei territori dei Cadurci. Un tempo, quando le cose erano tranquille, Lucterio aveva presso i suoi concittadini grande potere ed anche adesso, instancabile fautore di piani di rivolta, godeva tra i barbari di grande autorità. Perciò, con i soldati suoi e di Drappete, occupò la città di Uxelloduno, molto ben protetta per posizione e che già in passato era stata sotto la sua tutela, e guadagnò alla sua causa gli abitanti.

33 – Gaio Caninio vi giunse in tutta fretta e si accorse che la città, su tutti i lati, era difesa da rocce a picco, di modo che, pur in assenza di difensori, la scalata risultava comunque difficile per degli uomini armati. D’altro canto, vide la quantità di salmerie degli assediati: se i barbari avessero cercato di portarle via di nascosto, non avrebbero potuto sfuggire non dico alla cavalleria, ma neppure alle legioni. Allora divise in tre gruppi le coorti e pose tre distinti campi in un luogo molto elevato. Da qui, a poco a poco, per quanto lo permetteva il numero delle sue truppe, cominciò a circondare la città con un vallo.

34 – Appena se ne accorsero, gli assediati, inquieti per il tristissimo ricordo di Alesia, temettero l’eventualità di un blocco simile. Tra tutti Lucterio in particolare, che quel pericolo lo aveva corso, ammonì a calcolare bene gli approvigionamenti. Deciseno, per generale consenso, di lasciare lì parte dell’esercito e di recarsi personalmente in cerca di frumento con truppe leggere. Approvata tale decisione, la notte successiva Drappete e Lucterio lasciarono duemila armati in città e si allontanano con i rimanenti. Nel giro di pochi giorni e raccolsero una gran quantità di grano nelle terre dei Cadurci, che in parte desideravano aiutarli nell’approvvigionamento, in parte non potevano impedirne la raccolta. Di tanto in tanto, poi, attaccarono le nostre ridotte con assalti notturni. Per tale motivo, Caninio rallentò i lavori di fortificazione tutt’attorno alla città, nel timore di non poterli difendere, una volta terminati, oppure di essere costretto a dislocare in più settori guarnigioni troppo deboli.

35 – Dopo essersi procurati grandi scorte di grano, Drappete e Lucterio si attestarono a non più di dieci miglia dalla città, nell’intento di portare da qui, a poco a poco, il grano entro le mura. Si divisero le incombenze: Drappete con parte delle truppe rimase al campo per difenderlo, Lucterio guidò verso la città le bestie da soma. Dispose dei presidi e, verso l’ora decima della notte, cominciò a introdurre il grano in città per anguste strade tra i boschi. Ma i rumori della colonna in movimento erano stati uditi dalle sentinelle del nostro campo. Quando gli uomini mandati in esplorazione riferirono cosa stava accadendo, dalle ridotte più vicine Caninio uscì rapidamente con le coorti già pronte e, sul fare dell’alba, attaccò i nemici occupati nel trasporto del grano. I Galli, sconvolti dall’attacco improvviso, fuggrono verso i loro posti di difesa; non appena i nostri videro i nemici armati, con furia ancora maggiore si lanciarono su di essi e non ne fecero prigioniero nessuno. Da qui Lucterio cercò scampo con pochi dei suoi, senza neppure rientrare al campo.

36 – Condotta a termine con successo l’operazione, Caninio apprese dai prigionieri che parte delle truppe, con Drappete, era rimasta nell’accampamento a non più di dodici miglia. La cosa gli venne confermata da diverse fonti ed egli si rese conto che, dopo la rotta di uno dei due capi, poteva con facilità schiacciare gli altri nemici atterriti, ma riteneva ben difficile l’eventualità per lui più fortunata, ossia che qualche superstite fosse rientrato all’accampamento nemico, portando a Drappete la notizia della disfatta subita. Fare un tentativo, comunque, gli sembrava che non comportasse alcun rischio: mandò in avanti, verso il campo nemico, la cavalleria al completo e i fanti germanici, uomini straordinariamente veloci; dal canto suo, sistemò una legione nei tre diversi accampamenti, mentre l’altra la portò con sé senza bagagli. Quando era ormai vicino al nemico, gli esploratori, mandati in avanscoperta, lo avvisarono che i barbari, secondo la loro consuetudine, avevano lasciato le alture e posto il campo lungo le rive del fiume; inoltre, i Germani e i cavalieri erano piombati all’improvviso sui nemici che non se l’aspettavano e avevano attaccato battaglia. Appena lo seppe, avanzò con la legione in armi e schierata. Così, al segnale, da tutte le parti repentinamente i nostri occuparono le alture. Subito i Germani e i cavalieri, avendo visto le insegne della legione, presero a combattere con estremo ardore. Le coorti si lanciarono immediatamente all’attacco da ogni lato: tutti i nemici vengono uccisi o catturati, i nostri si impadronirono di un grande bottino. Nella battaglia cadde prigioniero lo stesso Drappete.

37 – Caninio, dopo aver compiuto con grande successo la missione, quasi senz’alcun ferito, ritornò ad assediare la città. Adesso che aveva annientato il nemico esterno, per timore del quale prima non aveva potuto dividere i presidi e stringere d’assedio gli abitanti con un’opera di fortificazione, ordinò di procedere ai lavori su tutta la linea. Il giorno seguente giunse Gaio Fabio con tutte le truppe e assunse il comando delle operazioni d’assedio per un settore della città.

38 – Cesare, frattanto, lasciò il questore Marco Antonio tra i Bellovaci con quindici coorti, per togliere ai Belgi la possibilità di scatenare altre rivolte. Dal canto suo, visitò gli altri popoli, impose nuovi ostaggi, tranquillizzò e rassicurò la gente tutta in preda alla paura. Poi, giunse nelle terre dei Carnuti, dove era scoppiata l’insurrezione, come Cesare ha esposto nel precedente commentario. Siccome intuiva che i Carnuti, consci della loro colpa, nutrivano forti apprensioni, al fine di liberare al più presto la popolazione da ogni timore pretese la punizione del responsabile del crimine e istigatore della guerra, Gutuatro. Tutti, anche se non si era mai messo nelle mani dei suoi concittadini, gli dettero rapidamente la caccia con zelo, e fu condotto al nostro campo. Cesare, contro la propria natura, fu costretto a giustiziarlo per l’accorrere in massa dei soldati, che in Gutuatro vedevano il responsabile di tutti i pericoli e le pene patite in guerra; colpito con le verghe fino a perdere la conoscenza, fu poi decapitato con la scure.

39 – Mentre era ancora dai Carnuti, grazie alle frequenti lettere di Caninio venne informato delle novità di Drappete e Lucterio e dell’irriducibile resistenza degli abitanti di Uxelloduno. Cesare, sebbene ne disprezzasse lo scarso numero, giudicava di dover infliggere a tanta pervicacia una dura lezione, perché la Gallia intera non pensasse che nella resistenza ai Romani le era mancata non la forza, ma la costanza, oppure per evitare che, seguendone l’esempio, gli altri popoli cercassero di rendersi liberi, confidando sui vantaggi dei luoghi; inoltre, a tutti i Galli – ben lo sapeva – era noto che gli restava una sola estate da passare in provincia, e se per quel lasso di tempo fossero riusciti a resistere, non avrebbero più dovuto temere alcun pericolo. Così, lasciò il luogotenente Quinto Caleno con due legioni e lo incaricò di seguirlo a tappe normali; dal canto suo, si diresse il più velocemente possibile alla volta di Caninio con tutta la cavalleria.

40 – Dopo aver raggiunto Uxelloduno contro le aspettative di tutti, vide che la città era già serrata dalle nostre fortificazioni e si rese conto che non si poteva più recedere dall’assedio. Saputo dai fuggiaschi che in città c’erano abbondanti scorte di grano, cercò di tagliare i rifornimenti idrici. Un fiume scorreva in mezzo ad una valle profonda, che attorniava quasi tutto il monte su cui sorgeva Uxelloduno. La conformazione naturale della zona impediva di deviarlo: scorreva, infatti, così vicino ai piedi del monte, che non era assolutamente possibile scavare canali di derivazione. Ma gli assediati, per raggiungere il fiume, dovevano discendere una china disagevole e molto ripida: se i nostri li ostacolavano, non sarebbero riusciti né ad arrivare al fiume, né a ritirarsi per l’erta salita, senza il rischio di ferite o addirittura di morte. Appena Cesare si rese conto di tale difficoltà dei nemici, appostò arcieri e frombolieri e dispose anche macchine da lancio proprio nelle zone di fronte ai sentieri più praticabili, impedendo agli abitanti di attingere acqua dal fiume.

41 – Allora tutta la gente della città scese a prendere l’acqua in un solo luogo, proprio ai piedi delle mura, dove sgorgava una grande fonte, in corrispondenza della zona in cui, per un intervallo di circa trecento piedi, il fiume non chiudeva il suo anello intorno al monte. Tutti avrebbero voluto impedire agli assediati di avvicinarsi alla fonte, ma solo Cesare ne vide il modo: proprio dirimpetto cominciò a spingere le vinee sulle falde del monte e a costruire un terrapieno, a prezzo di grandi fatiche e continui scontri. Gli assediati, infatti, correvano giù dalle loro posizioni dominanti e dall’alto combattevano senza rischi e colpivano molti dei nostri che continuavano ad avanzare con tenacia; i nostri soldati, comunque, non si lasciarono distogliere dal sospingere le vinee e dal superare le difficoltà del terreno con faticosi lavori. Al contempo, scavano gallerie sotterranee verso le vene e l’alveo della sorgente, un’operazione che si poteva effettuare senza alcun rischio né sospetto da parte dei nemici. Venne costruito un terrapieno alto sessanta piedi, su cui fu posta una torre di dieci piani, che doveva non tanto raggiungere l’altezza delle mura (un risultato impossibile con qualsiasi tipo di costruzione), quanto sovrastare il luogo dove nasceva la sorgente. Dalla torre le macchine da lancio scagliavano dardi verso l’accesso alla fonte e gli abitanti non potevano rifornirsi senza pericolo. Così, non solo il bestiame e i giumenti soffrivano la sete, ma anche la grande massa dei nemici.

42 – Atterriti dal pericolo, gli abitanti riempirono barili di sego, pece, assicelle, gli diedero fuoco e li fecero rotolare sulle nostre costruzioni. Nello stesso tempo attaccarono risolutamente, in modo che la lotta minacciosa distogliesse i Romani dall’estinguere l’incendio. Subito alte fiamme si levarono in mezzo alle nostre opere di difesa. Infatti, i barili, dovunque rotolassero a precipizio lungo la china, bloccati dalle vinee e dal terrapieno, appiccavano il fuoco agli ostacoli sul loro cammino. Tuttavia, i nostri soldati, benché costretti a un genere di combattimento pericoloso e in posizione sfavorevole, tenevano testa a tutte le avversità con indomito coraggio. Lo scontro difatti si svolgeva in alto, davanti agli occhi del nostro esercito; da entrambe le parti si levavano alte grida. Così, quanto più uno era conosciuto per il suo coraggio, tanto più si esponeva ai dardi dei nemici e alle fiamme, per rendere ancor più noto e provato il suo valore.

43 – Cesare, vedendo che parecchi dei suoi venivano colpiti, ordinò alle coorti di scalare il monte da tutti i lati della città e di levare dappertutto violenti clamori, simulando di voler occupare le mura. Gli abitanti, terrorizzati dalla nostra manovra, inquieti su ciò che succedeva altrove, richiamarono i soldati che attaccavano le nostre costruzioni e li disposero sulle mura. Così, i nostri, chiusosi lo scontro, ben presto in parte domarono, in parte isolarono l’incendio che si era propagato sulle nostre difese. Eppure gli assediati continuavano testardamente nella resistenza e, pur avendo perso per sete gran parte dei loro, rimanevano fermi nel loro proposito; alla fine i nostri, con le gallerie, riuscirono a tagliare le vene della sorgente e a deviare l’acqua. Il che inaridì all’improvviso una fonte perenne e provocò negli abitanti la caduta di ogni speranza, al punto che pensarono si trattasse non di opera umana, ma della volontà divina. Così, costretti dalla necessità, si arresero.

44 – Cesare sapeva che a tutti era nota la sua mitezza e non temeva di apparire un individuo crudele se avesse assunto provvedimenti piuttosto severi; d’altronde, non vedeva sbocco ai suoi disegni, se in diverse zone i Galli avessero continuato a prendere iniziative del genere. Ritenne opportuno, allora, dissuadere gli altri con un castigo esemplare. Dunque, mozzò le mani a chiunque avesse impugnato le armi, ma li mantenne in vita, per lasciare più concreta testimonianza di come puniva i traditori. Drappete, catturato da Caninio, come s’è detto, o per l’umiliazione e il dolore delle catene o per la paura di un supplizio ancor più atroce non toccò cibo per un po’ di giorni e così morì. Nello stesso tempo Lucterio, che era fuggito dopo la battaglia, come detto in precedenza, aveva affidato la propria persona all’arverno Epasnacto (infatti, mutando luogo di frequente, si metteva nelle mani di molti, poiché gli sembrava rischioso dimorare troppo a lungo in qualsiasi posto, ben conscio di quanto doveva essergli nemico Cesare). L’arverno Epasnacto, però, fedelissimo alleato del popolo romano, senz’alcuna esitazione lo mise in catene e lo consegnò a Cesare.

45 – Labieno, nel frattempo, giunse a uno scontro di cavalleria nelle terre dei Treveri, con successo; uccisi molti dei Treveri e dei Germani, che non negavano a nessuno rinforzi contro i Romani, ridusse in suo potere, vivi, i capi nemici, tra cui l’eduo Suro, che godeva di straordinaria fama quanto a valore e nobiltà ed era il solo tra gli Edui a non avere ancora deposto le armi.

46 – Appena ne fu informato, Cesare, constatato che in tutte le parti della Gallia le operazioni erano state condotte con successo, giudicando che dopo la campagna estiva dell’anno precedente il paese era ormai vinto e piegato, visto che non si era mai recato in Aquitania, ma l’aveva solo parzialmente sconfitta grazie a Publio Crasso, con due legioni si diresse in quella regione della Gallia, per spendervi l’ultimo periodo della campagna estiva. Come in tutti gli altri casi, portò a termine le operazioni con rapidità e successo. Infatti, tutti i popoli dell’Aquitania inviarono a Cesare emissari e gli consegnarono ostaggi. Quindi, con la scorta della cavalleria, partì per Narbona e incaricò i luogoteneneti di condurre l’esercito ai quartieri d’inverno. Stanziò in Belgio quattro legioni con Marco Antonio e i luogotenenti Gaio Trebonio e Publio Vatinio; due le trasferì nelle terre degli Edui, di cui ben conosceva il prestigio in tutta la Gallia; presso i Turoni, al confine coi Carnuti, ne collocò due per tenere a bada tutta quella regione che si affacciava sull’Oceano; le due rimanenti le pose nei territori dei Lemovici, non lontano dagli Arverni, per non lasciare sguarnita nessuna parte della Gallia. Si trattenne in provincia pochi giorni, toccò rapidamente tutti i centri giudiziari, venne informato dei conflitti politici, attribuì premi ai benemeriti. Del resto, per lui era assai facile capire quali sentimenti ciascuno avesse nutrito durante l’insurrezione di tutta la Gallia, a cui aveva potuto far fronte grazie alla lealtà e al sostegno della suddetta provincia. Sistemate tali faccende, rientrò presso le legioni stanziate in Belgio e svernò a Nemetocenna.

47 – Qui lo avvertirono che l’atrebate Commio era venuto a battaglia con la sua cavalleria. Quando Antonio era giunto agli accampamenti invernali, il popolo degli Atrebati era rimasto fedele. Ma Commio, da quando era stato ferito – l’ho ricordato in precedenza – Aveva continuata ad appoggiare i suoi concittadini, pronto ad ogni sollevazione, affinché non mancasse, a chi voleva la guerra, un fomentatore e un capo. E mentre il suo popolo obbediva ai Romani, Commio viveva di scorrerie con i suoi cavalieri e, infestando le strade, intercettava spesso le colonne di rifornimenti dirette ai quartieri d’inverno dei Romani.

48 – Ad Antonio era stato assegnato il prefetto della cavalleria Gaio Voluseno Quadrato, che svernava con lui. Antonio lo mandò ad inseguire la cavalleria nemica. Voluseno, allo straordinario valore, accompagnava un odio feroce nei confronti di Commio, perciò obbedì all’ordine ancor più volentieri. Così, tendendo imboscate, attaccava con notevole frequenza i cavalieri nemici e dava vita a scontri coronati da successo. In ultimo, mentre si combatteva con particolare asprezza, Voluseno, con pochi dei suoi, inseguì Commio con eccessiva ostinazione, per la smania di catturarlo; e quello, fuggendo a precipizio, costringe Voluseno ad allontanarsi troppo. Poi, nemico com’era di Voluseno, all’improvviso fece appello alla fedeltà e all’aiuto dei suoi, chiedendo loro di non lasciar invendicate le ferite che gli erano state inferte a tradimento: volse il cavallo e, spingendosi davanti a tutti, si lanciò inaspettatamente contro il prefetto. Altrettanto fanno i suoi cavalieri: costringono i pochi nostri a volgere le spalle e li inseguono. Commio, pungolando ferocemente coi talloni il cavallo, affiancò il destriero di Quadrato e, lancia in resta, gli trapassa con violenza la coscia. Vedendo il prefetto colpito, i nostri non esitarono a bloccarsi di colpo, volsero i cavalli e respinsero il nemico. Subito molti degli avversari, scombussolati dall’impetuoso assalto dei nostri, vennero feriti; alcuni caddero sotto gli zoccoli dei cavalli mentre cercavano la fuga, altri vennero catturati. Il comandante nemico, grazie alla velocità del suo cavallo, riuscì a scamparla; in quella battaglia vittoriosa, però, il prefetto romano rimase gravemente ferito, al punto che sembrava dovesse morire, e fu riportato all’accampamento. Ma Commio, vuoi, che sentisse placato il proprio rancore, vuoi per la perdita della maggior parte dei suoi, inviò una legazione ad Antonio: sarebbe rimasto dove gli avesse ordinato e avrebbe obbedito a ogni comando, sancendo la promessa con l’invio di ostaggi; di una sola cosa lo pregava, che, in ragione del suo timore, gli fosse concesso di non comparire al cospetto di nessun romano. Antonio, giudicando che la richiesta nasceva da una giusta paura, accordò il permesso e accolse gli ostaggi.

So che Cesare compose singoli commentari per ciascun anno, ma non ho ritenuto il caso di fare altrettanto, perché l’anno seguente, durante il consolato di Lucio Paolo e Gaio Marcello, non si verificarono in Gallia imprese di rilievo. Tuttavia, affinché si sappia in quali zone rimasero in quell’anno Cesare e l’esercito, ho deciso di scrivere poche pagine e di unirle al presente commentario.

49 – Cesare, mentre svernava in Belgio, mirava ad un unico scopo: tener legate all’alleanza le varie genti e non fornire a nessuno speranze o motivi di guerra. Infatti, niente gli pareva meno auspicabile, alla vigilia del suo congedo, che trovarsi costretto ad affrontare un conflitto; altrimenti, al momento della sua partenza con l’esercito, si sarebbe lasciato alle spalle una guerra che tutta la Gallia avrebbe intrapreso con entusiasmo, liberata dal pericolo della sua presenza. Così, distribuendo titoli onorifici ai vari popoli, accordando grandissime ricompense ai loro principi, non imponendo nuovi oneri, la Gallia, prostrata da tante sconfitte, riuscì con facilità a tenerla in pace, garantendo più lieve l’assoggettamento.

50 – Alla fine dell’inverno, contro la sua abitudine, si diresse a marce forzate in Italia, per rivolgersi ai municipi e alle colonie, a cui aveva raccomandato la candidatura al sacerdozio di Marco Antonio, suo questore. Da un lato, ben volentieri faceva valere tutto il suo prestigio per un uomo a lui così legato, che poco prima aveva mandato a presentare la sua candidatura; dall’altro voleva colpire duramente il potente partito di quei pochi che, con una sconfitta elettorale di Marco Antonio, desideravano minare l’autorità di Cesare, allo scadere della sua carica. E anche se durante il viaggio, prima di giungere in Italia, aveva saputo che Marco Antonio era stato eletto augure, stimò di avere, nondimeno, un buon motivo per visitare i municipi e le colonie, perché voleva ringraziarli di aver accordato ad Antonio il loro favore con un’affluenza davvero massiccia. Allo stesso tempo voleva raccomandare la propria candidatura per il consolato dell’anno successivo, visto che i suoi avversari con insolenza menavano vanto sia per l’elezione di Lucio Lentulo e Gaio Marcello, creati consoli, al solo scopo di spogliare Cesare di ogni carica e dignità, sia di aver sottratto il consolato a Servio Galba, che, nonostante godesse di maggiore credito e avesse raccolto più voti, era stato escluso per i suoi vincoli di parentela con Cesare e la lunga militanza come suo luogotenente.

51 – L’arrivo di Cesare fu accolto con incredibili celebrazioni e manifestazioni d’affetto da parte dei municipi e delle colonie. Era la prima volta, infatti, che giungeva dopo la famosa sollevazione generale della Gallia. Di tutto ciò che si poteva escogitare, niente fu tralasciato per ornare le porte, le vie e tutti i luoghi in cui Cesare doveva passare. Tutta la popolazione, insieme ai bambini, gli si faceva incontro, dappertutto venivano immolate vittime, le piazze e i templi erano pieni di mense imbandite: si poteva pregustare la gioia di un trionfo davvero attesissimo. Così grande era la magnificenza dispiegata dai ricchi, l’entusiasmo manifestato dai poveri.

52 – Dopo aver percorso tutte le regioni della Gallia romana, con estrema rapidità Cesare rientrò a Nemetocenna presso l’esercito; richiamate nelle terre dei Treveri le legioni che erano nei campi invernali, le raggiunse e passò in rassegna le truppe. Pose Tito Labieno a capo della Gallia romana, per guadagnare un maggior favore alla sua candidatura al consolato. Spostava l’esercito di tanto, quanto gli pareva utile mutare i luoghi per ragioni igieniche. In quel periodo gli giungeva ripetutamente voce che i suoi avversari facevano pressioni su Labieno e veniva avvertito che, per le manovre di pochi, si cercava di sottrargli parte delle truppe mediante un intervento del senato. Tuttavia, non prestò fede alle voci su Labieno, né si lasciò indurre ad atti che contrastassero con l’autorità del senato. Era convinto, infatti, che se vi fosse stata una libera votazione dei senatori, la sua causa avrebbe prevalso con facilità. E Gaio Curione, tribuno della plebe, avendo preso a difendere le ragioni e l’onore di Cesare, aveva più volte detto al senato che, se il timore delle armi di Cesare infastidiva qualcuno, il potere assoluto e gli armamenti di Pompeo incutevano al foro non meno terrore, e aveva proposto che entrambi deponessero le armi e congedassero i loro eserciti: la città, così, sarebbe ritornata libera e indipendente. E non si limitò a proporlo, ma prese, lui, l’iniziativa di una votazione per spostamento: a essa si opposero i consoli e gli amici di Pompeo e tirarono in lungo la cosa fino a che l’assemblea non si sciolse.

53 – Era una prova lampante dell’unanimità del senato e coincideva con quanto era accaduto in precedenza. L’anno prima, infatti, Marco Marcello aveva cercato di scalzare Cesare dalla sua carica e, contro una legge di Pompeo e Crasso, aveva tenuto al senato una relazione sulle province di Cesare, prima della scadenza del mandato. Dopo la discussione, Marcello, che ricercava ogni prestigio politico dalla sua ostilità contro Cesare, aveva messo ai voti la sua proposta, ma il senato, compatto, l’aveva respinta. L’insuccesso non aveva demoralizzato i nemici di Cesare, anzi li incitava a prepararsi a misure più gravi, con cui costringere il senato ad approvare ciò che loro volevano.

54 – Il senato, in seguito, decise che per la guerra contro i Parti Gneo Pompeo e Gaio Cesare inviassero una legione a testa; ma è chiaro che le due legioni furono sottratte a uno solo. Gneo Pompeo, infatti, diede, come proveniente dalle sue, la prima legione, da lui inviata a Cesare dopo averla arruolata nella provincia di Cesare stesso. Quest’ultimo, tuttavia, benché non ci fossero dubbi sulle intenzioni dei suoi avversari, restituì la legione a Pompeo e, a proprio titolo, rispettando la delibera del senato, inviò la quindicesima, dislocata in Gallia cisalpina. Al posto di questa, inviò in Italia la tredicesima legione, a protezione dei posti di difesa evacuati dalla quindicesima. Assegnò all’esercito i quartieri d’inverno: situò Gaio Trebonio in Belgio con quattro legioni e con altrettante inviò Gaio Fabio nelle terre degli Edui. Pensava che, così, la Gallia sarebbe stata veramente sotto controllo, se le truppe avessero tenuto a bada i Belgi, che erano i più valorosi, e gli Edui, che godevano di grandissimo prestigio. Dal canto suo, partì per l’Italia.

55 – Appena vi giunse, venne a sapere che, per iniziativa del console Gaio Marcello, le due legioni da lui fornite per la guerra contro i Parti, come da ordine del senato, erano invece state assegnate a Gneo Pompeo e trattenute in Italia. L’accaduto non lasciava dubbi su che cosa stessero tramando contro di lui, ma Cesare decise di sopportare tutto, finché gli restava qualche speranza di risolvere la questione in termini di diritto piuttosto che con le armi. Si diresse…[1]

*** NOTE AL TESTO ***

[1] Il racconto viene interrotto qui, lasciando una lacuna – per altro brevissima – nel collegamento con il De bello civili.


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